Il futuro è della chat ?

keyGreta Sclaunich, qualche tempo fa sul Corriere,  diceva che il futuro dei social è tutto nelle chat.

Chi si ricorda di IRC ? e di ICQ ?  In Italia forse molti ricorderanno C6…  e ce n’erano anche di più vecchie.   Se non li ricordate  oppure non ne avete mai sentito parlare, sappiate che viviamo ancora nella loro scia. Quando messaggiamo o chiacchieriamo on line,  stiamo usando lo stesso paradigma comunicativo.  LOL, IMHO, AKA, per esempio, facevano parte dello “slang” di queste chat.  Anche la parte “social”, che può sembrare una novità, non è altro che una piccola modifica (ma a pensarci bene neanche tanto) dell’ordinamento di gusti e tendenze che avveniva con i gruppi di discussione e con le “stanze” private.  A parte il maggior numero di emoticon, è quasi tutto uguale. Il grosso cambiamento è stata  la  velocità della rete e poi una immersione più continua.  Le nuove piattaforme hanno fatto il resto e così  le vecchie chat rinvigorite, hanno preso il posto anche degli SMS (Deloitte  ha stabilito che negli ultimi due anni i messaggi in chat sono stati più del doppio degli sms); degli MMS, poi, non ne parliamo proprio.

Qualche numero

I dati Audiweb dicono che a dicembre 2014, in un giorno medio, i giovani da 18 a 24 anni navigano per 2 ore e 22 minuti (con un’ora di incremento rispetto al 2013), nel 67% dei casi da smartphone e l’88% dei quali su chat.
Per aggiungere un’altra manciata di numeri prendiamo il caso di un client fortunato come WhatsApp che (pur se a pagamento) nel 2014 ha superato il mezzo miliardo di utenti, i quali: per prima cosa si scambiano foto, poi messaggi e infine dei video.

Quale futuro?

Se  qualche anno fa mi avessero chiesto  quale sarebbe stato il futuro dei social, avrei risposto, senza esitazioni, “il metaverso” (Second Life, tanto per intenderci).  Un social immersivo e  corporale tutto in divenire  che in breve avrebbe spazzato via  tastiera, mouse,  monitor e chissà cos’altro.   E invece…  a dieci anni di distanza ancora non è pronta quell’interfaccia immaginata da tanti.  Uno schermo indossabile come  Oculus  che avrebbe dato un nuovo impulso a quel mondo immersivo non è ancora pronto. Come se non bastasse, è stato acquistato da Zuckerberg che, dicono i maligni, potrebbe essere interessato alla distribuzione di films o, forse, a collegarlo ai suoi social e a WhatsApp in particolare.

Dunque  la chat è il nostro loop storico?

Philip Rosedale pensa di no e la sua risposta è High Fidelity. Un nuovo metaverso che integrerà Oculus ad altri sensori di movimento e, più in la, a una webcam 3D. Se  non sarà Matrix sarà qualcosa di molto simile, assicura Rosedale nella postfazione al libro di Giuseppe Macario “Il passato, il presente e il futuro del mondo virtuale Second Life“.

 

I 99 Posse, la Basilicata e i centri sociali

Curre curre guagliò. Storia dei 99 PosseNell’aula magna del campus universitario di Macchia Romana, giovedì 7 febbraio a Potenza c’è stata la presentazione del libro autobiografico dei 99 Posse, scritto da Rosario Dello Iacovo, e del videoclip “Stato di emergenza“, realizzato da Rocco Messina.  L’aula magna era piena sia di giovani interessati che di meno interessati agronomi in attesa dei due crediti formativi messi a disposizione dall’Ordine dei dottori agronomi e forestali della Provincia di Potenza (il dubbio sul motivo della loro sponsorizzazione all’evento resta intatto anche dopo la lettura del loro comunicato).

Stato di emergenza

Sulle note di uno dei 18 brani dell’ultimo disco dei 99 posse (Curre curre guagliò 2.0) si appoggia il video realizzato da Rocco Messina tra i vicoli e le stradine di Brindisi di Montagna.  Il paesaggio è indubbiamente protagonista, forse un po’ meno il gruppo. Molti personaggi, interpretati da amici e abitanti del posto, sono visibilmente forzati in una piccola recitazione (compreso il sindaco del paese, a ragione imbarazzato da un look texano) ma con un effetto piacevole che dona un senso di realistica normalità. Anche la fotografia non è male, anche se nel complesso ho avuto l’impressione che l’idea di riferimento fosse orientata alle ambientazioni di Vince Gilligan, o qualcosa di simile.  Cosa non mi è piaciuto? La sua storia e la grammatica retorica che attraversa tutto il video.  Troppo distaccato e improbabile (oltre che astorico) il ruolo dei 99 Posse che come angeli percorrono le stradine del paese tra l’ignoranza di abitanti vistosamente “paraocchiati”.  Il focus è tutto qui: il gruppo, in abiti bianchi, rappresenta la coscienza di un popolo ignaro che infine vede la luce e insegue quella visione addirittura in processione (manco fosse Bocca di Rosa).  Certo il testo della canzone dice altro, ma che importa.   La retorica cade solo a fine proiezione quando, riaccese le luci, alla domanda sulla scelta della location, il sindaco di Brindisi di Montagna parla di investimento e vocazione turistica del paese.

Curre curre guagliò. Storie dei 99 Posse

Il libro è una bella biografia dei 99 Posse che Dello Iacovo descrive come “atipica”. In realtà non è focalizzata su un personaggio, una situazione o un luogo ma si sviluppa a raggiera. Da un humus comune di musica e politica si divincolano storie di esperienze personali e collettive che poi ritornano e si intrecciano inesorabilmente.  Il luogo è Napoli ma non solo Napoli; c’è una società viva e complessa, anzi una parte di società, meglio ancora, il margine sinistro di una società e una urbanità. Tante storie, tanti viaggi raccontati in prima persona da Luca (Zulù), Massimo, Marco, Sacha  e tanti altri che hanno condiviso pezzi e percorsi di vita. C’è tutta l’esperienza dei centri sociali (Officina 99 in particolare), della pratica antagonista militante  e di una coscienza politica che fa da corollario a quella canzone simbolo o bandiera che è ” Curre curre guagliò”.  Un libro che ti prende subito e ti coinvolge.  Anche se di autonomi, anarchici, squatter, posse, no global, ne hai solo sentito parlare in TV, conviene considerarlo come un approfondimento e una seria testimonianza storica.

Perché in Basilicata non ci sono centri sociali?

A fine presentazione è già tardi e il gruppo deve scappare a Brindisi di Montagna dove prosegue la serata ma, come promesso, si chiede al pubblico se ha delle domande. Una ragazza davanti a me chiede al gruppo  il perché in Basilicata non ci fossero centri sociali.  Dello Iacovo tenta una risposta immaginando che dipenda, fondamentalmente, dallo scarso numero di abitanti e dal fatto di non avere urbanità complesse e compresse. Può darsi che sia così… e mentre rientravo a casa continuava a balenarmi in testa sempre questa domanda (perché in Basilicata non ci sono centri sociali?).  Probabilmente il quesito è meno ingenuo di quanto possa sembrare e, quindi,  credo che valga la pena di svilupparlo in un post successivo.

Benedetta ingenuità aristotelica

impetus
La teoria dell’impetus di Buridano

Come fa una freccia a proseguire la sua corsa dopo che l’arco l’ha scoccata?

Aristotele immagina che dipenda dalla densità dell’aria e dal tempo che la freccia impiega a perforarla.
L’alessandrino Filopono ritiene, invece, che non ci sia una così diretta proporzionalità tra densità e mezzo, poiché lo stesso movimento si verifica anche nel vuoto. A parte l’attrito, l’aria non influisce più di tanto, perché l’oggetto cade a causa del suo peso. Questa nuova idea apre la strada, 800 anni dopo, all’Impetus di Buridano.
Quasi 1600 anni per passare da un’idea “ingenua” a una più scientifica?  Si ma, attenzione, senza che l’una abbia annullato l’altra. Come ci racconta Dan Sperberg,  entrambe le teorie (ingenua e scientifica) si fondono e si sovrappongono in un turbinio indistinguibile del comune sentire quotidiano.

Le teorie ingenue sono concettualizzazioni personali che, mettendo a valore le esperienze dirette, passano da interpretazioni singole a concetti generali.
La psicologia ingenua, per esempio, ci permette di fare previsioni inferendo uno stato mentale dall’osservazione di un comportamento; la fisica ingenua ci fa comprende facilmente la caduta di una mela dall’albero e ci fa stupire per le volute di una foglia.
A partire da Bion e per finire alla Teoria della mente, si ritiene (più o meno) che questi saperi derivino da capacità cognitive, altamente specializzate, deputate proprio all’elaborazione di specifiche informazioni.

Giusto per mettere le mani avanti (e anche perché il post non è un approfondimento scientifico) debbo evidenziare il fatto che, per esempio, uno dei punti di forza della teoria modulare fodoriana è la natura sintattica dei dati, mentre il modulo della psicologia ingenua acquisisce dati in forma semantica senza chiarire in che modo trasforma questa informazione sensoriale... E non me ne voglia la mia amica Carmela appassionata di "metarappresentazioni".

Paolo Bozzi sostiene che tali teorie valorizzano il mondo delle esperienze per formare concetti primordiali che poi si evolvono in concettualizzazioni di grado superiore e,  spesso,  in nuove modalità di realizzazione di tali concetti.
Come la fisica e l’economia anche la politica ha una sua teoria ingenua sviluppatasi, probabilmente,  a partire dalla polis ateniese che, non a caso,  Alcibiade  definisce come inevitabile follia (“al di fuori di essa possono vivere solo le bestie o gli dei“).
Susan Carey ha stabilito che nei primi anni di vita del bambino è già presente una psicologia ingenua e una fisica ingenua, mentre una economia ingenua e una politica ingenua iniziano a svilupparsi solo qualche anno più tardi.
I bambini di 4 anni, per esempio, sanno già cosa è proibito, cosa è possibile e cosa è impossibile; poi, pian piano, iniziano a sviluppare una nozione di autorità, di regola e di obbedienza che faranno da fulcro a elaborazioni più complesse.
Grossolanamente possiamo dire che all’età di dieci anni iniziamo a formarci i primi concetti politici.

Ora il problema è che questa politica ingenua si arricchisce velocemente (con tecniche retoriche e tattiche militari) ma non va oltre il suo stato primordiale; resta, per così dire, fissata nel suo brodo ingenuo, non potendo approdare in niente di scientifico (con buona pace degli studiosi di “Scienze Politiche”). E’ come se fossimo ancora immersi in quell’intermezzo di “crescita” che separò Aristotele da Buridano.  Per dirla con una metafora semplice, siamo ancora convinti che il sole ruoti intorno alla terra e ci raccontiamo, soddisfatti, di come si alzi e si abbassi all’orizzonte.

Le leggi della politica codificano l’incertezza e l’irregolarità del presente per compiere semplici e fantasiose previsioni sul futuro. Mischiamo storia, economia e religione per confortarci con le “dottrine”  e per conferma continuiamo a osservare ingenuamente la realtà credendo quasi esclusivamente ai nostri occhi.  In definitiva, sguazziamo nel regno delle “qualità terziarie”; quelle in cui  si attribuisce un carattere soggettivo a quasi tutto. Quel soggettivo che resta il nostro mondo possibile. Chissà quando una rivoluzione concettuale interesserà anche la politica, separando le credenze del senso comune da qualcos’altro che somigli a qualcosa di scientifico. Questo è un mondo che si è dotato di leggi vere e proprie che nessuno si sognerebbe di sminuire (anzi la loro violazione ci è impedita con forza) e sono leggi utili a sfuggire dall’ipotetico errore umano.  Sono leggi che servono a farci correre nella grande ruota del sistema senza essere attirati dal dubbio.

Aristotele, per esempio, era convinto che l’errore interessasse solo i fatti periferici e mai il sistema in generale; poi però arrivò Galileo che mise in discussione proprio quel sistema.  Ciò che separò i loro mondi possibili fu semplicemente un diverso senso dell’errore.

Ecco, in politica, noi siamo ancora fermi a una concezione aristotelica del mondo.

 

#4D e il texas lucano

notriv1Molti sono convinti che trivellare l’Italia serve a soddisfare il nostro fabbisogno energetico ed economico e che questo viene fatto in modo “sostenibile”.  Maria Rita D’Orsogna che ha girato l’Italia “petrolizzata e petrolizzanda ” dice di no, che questa non è una soluzione.

Renzi, invece, è convinto che questa sia l’unica soluzione e a luglio,  ha detto: “non estraiamo petrolio in Basilicata per paura di quattro comitatini”.

Eccoli  i comitatini: 62 sindaci e 10 mila cittadini tra studenti, agricoltori della Val d’Agri (la zona dove su 15 ettari si passerà da  80 mila barili a 154 mila al giorno), comitati “No Triv” di diversi paesi e tanti cittadini comuni tutti  a chiedere un impegno della Regione Basilicata nel ricorrere contro lo “Sblocca Italia” dinanzi alla Corte costituzionale.  Ed erano tutti lì, il 4 dicembre, sotto la sede del consiglio regionale di Basilicata fino alla sera.

Il Consiglio del renziano Marcello Pittella (figlio del senatore socialista di Lauria e fratello di Gianni, il capogruppo del PSE a Strasburgo) invece approva questa mezza misura: “impugnare l’articolo 38 qualora non vengano ripristinate le prerogative delle Regioni”; che tradotto vuol dire “vedi Renzi che non ti siamo contro, per favore vienici incontro….  almeno un pochino”.

Mentre i lucani, fuori dai cancelli della Regione, gridano un no secco alle trivellazioni, il presidente Pittella parla di soldi, della quota di Ires (un 30% in più) che le compagnie petrolifere dovranno versare nelle casse pubbliche.  Il presidente texano, che è un medico, invece che preoccuparsi della salute e dell’inquinamento del territorio,  parla di incremento della card  (quell’elemosina partorita qualche ano fa) e di interventi strutturali importanti per la regione.  I maligni pensano anche che l’ottenimento del titolo di capitale europea della cultura 2019 per Matera, sia già stato il pre-accordo Pittella-Renzi proprio sulla questione  petrolio.  Il movimento, e i molti sindaci di centro sinistra,  continuano a ricordare, invece, i danni che il petrolio ha già prodotto sul territorio lucano in tutti questi anni (idrocarburi nei laghi e acque radioattive).

Insomma l’art.38 aggiunge il paradosso di non poter amministrare in casa propria.  Più o meno come se all’ora di pranzo arrivi in casa un operaio e, senza alcun permesso e senza neanche suonare il campanello, inizi a perforare il pavimento del salotto in cerca di giacimenti.  Questo è quanto impone Renzi alle regioni e ai comuni.  Poi di salute (aumento significativo del numero di malattie croniche e oncologiche nell’area delle perforazioni) neanche a parlarne.

I consiglieri regionali invece sorridono e mentre qualcuno ricorda che, in fondo, la vitalità media è aumentata, qualcun altro afferma che la cacca delle mucche  inquina più del petrolio.

In tutto questo, il più grande partito lucano, il PD (che qui più che altrove è la continuazione storica di quella DC che ha dominato fin dall’inizio),  è chiuso in se stesso e  pensa soltanto ai propri equilibri interni; e forse ha ragione Angela Mauro su L’Uffington Post quando dice che le ragioni di queste scelte devono essere ricercate proprio nello “scollamento tra politica e cittadini, tra il Pd di Matteo Renzi e la base“.

All’inizio c’era una fievole speranza in vista della forte linea critica proveniente da una parte del centro sinistra: era contrario all’art.38  il deputato PD Vincenzo Folino, autosospesosi tempo fa dal partito, come lo era il presidente del consiglio regionale Piero Lacorazza che sbandierava ai quattro venti la sua contrarietà per poi optare per la soluzione morbida.  Così come pensa bene di votare a favore della soluzione Pittella anche il consigliere di SEL Giannino Romaniello, mentre tutto il suo partito è sotto le regione con le bandiere  e gli striscioni (subito dopo il voto esce o viene espulso dal partito).

Votano contro, con ovvie e decise differenze, il Movimento 5 stelle che da anni si batte per lo stop alle trivellazioni e Forza Italia e Fratelli d’Italia che sembrano aver dimenticato le scelte lungimiranti del passato.

Mancano all’appello i sindacati che sospendono il loro giudizio dimostrando  di non poter divergere troppo dal partito-regione  altrimenti gli viene preclusa quella caratteristica, tutta sindacale, di essere il trampolino privilegiato di quei segretari che si lanciano in politica. Ma, come ha dimostrato lo sciopero sociale del 14 novembre, anche le vertenze sono sempre meno strumento sindacale e la giornata del 4 dicembre, con i suoi 10 mila giovani in piazza, ce ne da ampia conferma.

Netstrike (HowTo e sciopero sociale)

pugno-redAccade in questi anni, in questi giorni, che un complesso mondo costituito da quasi 4 milioni di lavoratori “senza volto” (atipici o astabili che neanche i sindacati riescono a rappresentare o anche solo ad averne una visione d’insieme), rivendichi il proprio diritto di esistenza.
E capita che in tempi di crisi si faccia spazio quell’incapacità, tutta istituzionale, nel non saper rispondere alle richieste emergenti dalla società.  Anzi, solitamente, questa incapacità viene accompagnata da una “reazione” violenta, spesso di tipo preventivo, tendente a disarticolare le forme di associazionismo derivanti.
Questo mondo-altro, a un certo punto, decide di auto-riprodurre la propria identità attraverso la rappresentazione, anonima e dissenziente, del  malessere e del disagio.
La domanda che questi si rivolgono è:  chi l’ha detto che lo sciopero è una macchina di esclusivo appannaggio sindacale?
Ed ecco proclamato lo sciopero sociale del 14 novembre, con l’obiettivo di esprimere un secco, ma forte, no al Jobs Act di Poletti-Renzi e alla loro fabbrica della precarietà.
L’evento fa esultare Bascetta, su Il Manifesto,  intorno a una “coalizione di intel­li­genza” che, liberandosi dai modelli categoriali del neo­li­be­ri­smo, può riunire il lavoro dipen­dente alle “atti­vità senza nome e senza reddito“.
La cosa ancor più interessante, per chi come me ha sempre un occhio attento al digitale e ai social media, sono i podromi dello sciopero sociale: l’intenzione di occupare anche gli spazi della comunicazione impersonale che si sono moltiplicati nella società post moderna.
Anzi, per dirla con le parole di Eigen-Lab, “rovesciare il tavolo dello spazio di dibattito offerto e creato dai social networks per prenderlo dall’interno, per trasformarlo in spazio politico“.2014-10-10_165730
Con l’idea che  “batte il tempo dello sciopero sociale” ci sono già stati dei primi avvicinamenti ai social con prove tecniche di Tweetstorm.  Prove  che hanno portato il 10 ottobre, in preparazione e diffusione dello sciopero sociale, a lanciare  una “guerrilla tag”  con l’hashtag  #socialstrike  che ha scalato la classifica dei trending topic  e in soli 12 minuti ha raggiunto il secondo posto, per assestarsi al terzo per circa tre ore  (il primo posto sarà giustamente tenuto dall’hashtag sull’alluvione a Genova).
L’evento viene ripetuto nuovamente  il giorno prima dello sciopero sociale del 14 novembre con l’hashtag #incrociamolebraccia  e  anche questa volta si scala la classifica e si raggiunge la quinta posizione.
Insomma è importante che si stiano studiando i meccanismi che rendono più visibili gli argomenti in discussione attraverso la riappropriazione degli algoritmi che sono alla base dei social network.  L’operazione è immane e importante perché tende ad 10734005_1546081938965218_3448433219448854954_n-e1417027657349intaccare il potere di chi decide il valore dei contenuti che riempiono il web.  Occupare gli spazi e condizionare i contenuti vuol dire ribaltare i rapporti di forza all’interno dei social che per definizione dovrebbero avere un alto valore in basso.  Dunque, immaginare delle pratiche collettive di sciopero che attraversino la rete è la dimostrazione che un modo, per certi versi autoestraneizzatosi dai social,  può e vuole riappropriarsi di tutto quanto riversato, giorno per giorno, istante per istante, in questi colossi digitali di vita sociale .

E’ ovvio che tutto dovrà essere  migliorato, affinato, digerito e certamente nel prossimo futuro si riuscirà a mettere in piedi anche un vero e proprio NetStrike.
Di sicuro la strada è tracciata e le basi di un nuovo linguaggio comune sono state gettate.
Non resta che riempire di idee e contenuti quell’ipotesi di  “coalizione di intelligenza” di cui parlava Bascetta, anche attraverso la riunificazione dei movimenti che in tal senso già operano da anni, come lo storico Hacktivism, poi tutto il resto è il presente.

 

Quei futuristi antagonisti

Perché invitare tutti a leggere l’editoriale di Paolo Macry come ha fatto Lucia Serino, direttrice del Quotidiano di Basilicata?
Per reiterare un errore di lettura della società (forse anche dal punto di vista storico)?
Dico anche dal punto di vista storico perché Macry è un docente di Storia Contemporanea all’Università di Napoli, il quale ama ricordare che l’ultimo vero governatore di Napoli è stato Gava.
Si sta parlando proprio di quel Gava il cui ricordo, a molti, fa ancora accapponare la pelle, figuriamoci  a portarlo ad esempio per il governo di un territorio. Se c’è qualcuno, più giovane, che non sa di cosa si parla può leggersi questa cronistoria scritta nell’anno della sua morte.
E questo era il prologo, ora veniamo al sodo.
Partiamo dalle definizioni: Macry definisce “reazionari” e “antimoderni” questi movimenti “antagonisti” che “mischiano presunti interessi locali con parole d’ordine anticapitalistiche, antitecnologiche, antimoderne“.  Infatti Macry vede la storia del conflitto sociale italiano (quello “controverso…otto-novecentesco“) come un movimento “ambiguo nei confronti dei processi di trasformazione“, un’ambiguità resa nota nel rapporto tra sviluppo e uguaglianza, tra Stato e mercato. È dunque un movimento “conservatore” perché è incapace di stare al passo coi tempi.
La modernità di Macry significa “stare al passo con i tempi” e questi tempi sono quelli dettati dal ritmo del capitale. Stiamo parlando dei tempi che il liberismo ha imposto come scansione della modernità e tutto ciò che vi si è frapposto (o vi si frappone ancora) dev’essere definito come atto di conservazione.
Un po’ come quel vecchio esempio che amava fare un mio professore all’università quando, per semplificare la differenza tra sillogismo vero e falso, ci faceva l’esempio della forchetta (siccome tutte le forchette hanno tre denti e mio nonno ha tre denti, allora mio nonno è una forchetta). Più o meno è questo il sillogismo storico di Macry.
Pensateci e poi ditemi se potreste definire come atti conservativi tutte le prospettive che hanno cercato di intravedere una società diversa da quella naturale che, superando anche la vecchia idea di contratto sociale, avrebbe potuto realizzare una stratificazione sociale egualitaria? Ditemi se è stato conservativo aspirare alla organizzazione collettiva del lavoro? O, se più semplicemente, lo è stato pensare a una società di eguali?
Invece la modernità del capitale è quella incollata allo stato di natura dove le differenze biologiche devono essere, necessariamente, anche morali e sociali.
Ecco chi sono (e chi erano) gli antagonisti: coloro che lottano per un futuro. Sono quelli che si antepongono al protagonismo autopoietico dei padroni; sono quelli che cercano di strappare dal conservatorismo l’intera società; sono coloro che disvelano i truffatori storici che spacciano l’ammodernamento dei “mezzi “, della tecnologia, come metafore di modernità.
La modernità che cercano di venderci per buona è quella del tempo della vita scambiato con il tempo del lavoro; quella che sgancia la figura del lavoratore dalla propria individualità (personalità); quella che fa sopravanzare il diritto privato su quello pubblico (anzi, che autoregola il diritto pubblico in funzione di quello privato)…
Potrei continuare ancora ma mi basta citare i ragionamenti, spesi in mille metafore, che Renzi spaccia per modernità.
Ora io non so bene se è più grave che uno studente lucano non conosca bene alcuni fatti in contestazione (anche se forse bastava misurare il sentimento di disapprovazione o più semplicemente lo stato generalizzato di inadeguatezza per fare un buon racconto di quella giornata) oppure che chi dispone e decide per tutti e contro tutti, crede di essere miracolato da  un’investitura della divina maggioranza, ; o, forse, peggio ancora chi fa della propria intelligenza un tappetino di appoggio dei poteri sempre più forti.
Mentre scrivo, leggo che a Napoli è stato duramente contestato dagli studenti il professor Macry circa la sua “modernissima” difesa della città della scienza….   ecco ogni tanto mi rallegro del fatto che ci sono altri che ci arrivano molto prima di me.

Precarius Job

Il primo maggio del 2001 Berlusconi, in un pubblico comizio a Napoli, promise un milione di posti di lavoro in più entro il 2006 (300 mila posti all’anno).

La ricetta era molto semplice: dei 5 milioni di imprenditori italiani sarebbe bastato che soltanto 1 milione di loro avesse assunto un lavoratore.
L’unico problema fu che gli imprenditori italiani, nella realtà, erano 400 mila e non 5 milioni (l’Istat ne rilevava 400 mila nel 2004 con tendenza in diminuzione) e quindi se anche un quinto di loro avesse assunto un lavoratore i posti in più sarebbero stati solo 80 mila.
E’ inutile ricordare che la promessa di Berlusconi non si avverò.

Pochi giorni fa il ministro del lavoro Padoan ritorna sul tema e ne promette 800.000 in tre anni (160 mila all’anno).

A differenza di Berlusconi Padoan è ancora più subdolo o, se volete, fa il famoso gioco “delle tre carte”.   Da un lato si promettono non dei veri e propri posti di lavoro ma la stabilizzazione dei contratti precari e dall’altro la si rende  solo apparente con gli effetti della legge Poletti, approvata a maggio, con la quale si liberalizzano i contratti a termine ponendo il limite massimo di 5 anni per il loro rinnovo; peccato che i rinnovi si applicano soltanto alla mansione e non al lavoratore, quindi basta modificare la mansione per far restare quel lavoratore precario a piacimento.

Se poi aggiungete a tutto questo il nuovo “contratto a tutele crescenti“, con il quale il datore di lavoro può licenziare senza motivazione, nei primi tre anni (niente articolo 18), il gioco è completo: il lavoratore si ritroverà con un 3 anni di prova e un lungo futuro da precario e da ricattato.

Diteglielo a quelli di sinistra che questa non è sinistra…. è sinistro!