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Condividere saperi, senza fondare poteri

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Hackmeeting 2016 (0x13)


locandina
Un giorno di parecchi anni fa, mio padre, di ritorno da un viaggio a Roma, mi portò in regalo un’automobilina elettrica.  Una macchina di una qualche polizia americana, con una vistosa calotta di plastica arancione sul tettuccio e con due poliziotti all’interno dipinti di fronte sul parabrezza e di profilo sui finestrini laterali. Era molto colorata e voluminosa e aveva un interruttore sul fondo, vicino allo sportello delle batterie che, una volta posizionato su ON, faceva partire il suono di una sirena e di una musichetta di sottofondo, la calotta arancione iniziava a illuminarsi a intermittenza e la macchina partiva verso una direzione qualsiasi, mai la stessa. Con mio grande stupore e divertimento, l’automobilina quando cozzava conto un ostacolo non si bloccava ma rinculava e cambiava direzione, sempre. Io mi divertivo a posizionarla sotto il tavolo con tutte le sedie intorno, perché tra tutti quei piedi l’automobilina non riusciva mai a venirne fuori. Alla lunga avevo decifrato tutti i suoi movimenti (non molti in verità) e con una serie di ostacoli, ben posizionati, riuscivo a determinare sia il percorso che il punto di arrivo dell’automobilina. Fatto questo (per un bel po’ di volte) ormai quella macchinina non aveva nient’altro da raccontarmi. Non mi restava che smontarla e vedere com’era fatta dentro, quello sarebbe stato il suo racconto più interessante. Nelle mie intenzioni c’era la fretta si smontarla ma anche la preoccupazione di riuscire a rimontarla daccapo. Adottai delle procedure professionali, cercando di imitare mio padre quando smontava gli orologi, e collocai tutti i pezzi smontati uno accanto all’altro, in un qualche ordine che me ne ricordasse la loro posizione originale. Non ricordo bene se il rimontaggio fallì perché la memoria mi tradì o perché l’intervento di mio padre mise fine all’intero esperimento. Ricordo soltanto le parole di sconforto di mia madre che per molto tempo mi ricordò di aver “rotto” un bel giocattolo.

Lo so che questo racconto più che avere a che fare con gli hackers riguarda il normale mondo della curiosità dei bambini, ma un nesso deve pur esserci se ancora oggi, quando smonto e rimonto una lavatrice, un ferro da stiro o un computer, mi viene sempre in mente quella macchinina della polizia americana.

Probabilmente non è un caso il fatto che alcuni studenti del MIT di Boston, cinquantotto anni fa, iniziarono giocando con i trenini elettrici per poi passere a divertirsi con un IBM 704. Furono proprio loro i primi a riutilizzare il termine Hacker e un primo manifesto culturale fu, certamente, la performance di un TX-0  a cui Peter Samson fece suonare la fuga di Bach.  La filosofia di base era estremamente semplice ed esplicativa: “hands on”. Metterci le mani, provarci, ma se possibile condividerne il processo e l’esperienza. Per quale finalità? Conoscenza e divertimento, non necessariamente in questo ordine.

Hacker è il nome di un comportamento, di una cultura, di un’etica, di una filosofia che ha radici molto antiche, risalenti a quelle pratiche umane slegata da attività di produzione, del lavoro e del profitto e corroborate dalle varie correnti dello scetticismo come fluido vitale. Non ha nulla a che fare con nuove etiche del lavoro (quelle che secondo Pekka Himanen mettono in discussione l’etica protestante del lavoro)  ma su di esso ha e continua ad avere forti ricadute sociali. Il problema di fondo è lo spirito del godimento personale, o la passione, lontani non soltanto dal dovere e dalla costrizione ma anche dalla natura stessa del lavoro e della produzione (anche se non alienante).

Il gioco, che come dice Huizinga è precedente allo sviluppo della cultura. ha molta più pertinenza con i prodromi dell’idea hacker di mondo possibile di qualsiasi altra etica. E’ fine a se stesso, è mezzo di godimento individuale e collettivo, è altamente contaminato e contaminabile e la sua socialità non può prescindere dalla condivisione profonda, radicale, di tutte le conoscenze. Non può darsi un gioco collettivo se tutti i giocatori non sono in possesso dello stesso livello di conoscenza. Parliamo del grado non agonistico del gioco, la paidia (gioco libero, spontaneo) che Platone e Aristotele tenevano ben distinto dall’agon (gioco competitivo).

I primi oggetti hackerati sono proprio dei giocattoli creati dal riutilizzo (dissacrazione) di oggetti utilizzati per rituali religiosi o di attrezzi casalinghi e di uso comune.  E’ vero che l’hackeraggio ha avuto e continua ad avere una sua utilità e funzionalità che va al di là del gioco in se, nel senso di far sopravvivere (o reificare) oggetti o dinamiche da lavoro, ma in questo caso il gioco si è tutto consumato all’interno del processo di apertura e trasformazione. In ogni caso l’oggetto iniziale è un nuovo oggetto: non è più quello di partenza poiché ha perso segretezza ed ha aumentato la conoscenza e la comprensione.

Che fosse fondamentale il gioco ce lo svelano anche gli scritti sull’educazione di Rousseau; la riduzione della persona a soggetto logico di Kant, l’antipatia di Hegel per tutto ciò che non fosse sottomissione alla disciplina (unico modo per conseguire il sapere assoluto e universale) e un polimorfo movimento culturale come il dadaismo.

Basta esser curiosi e smaniosi di conoscere infilando le proprie mani negli oggetti che si hanno di fronte, per avere una visione hacker del mondo? Si, è probabile, ma dovrebbe essere essenziale anche la volontà di condividere quel processo o quel sapere acquisito senza innescare profitti e, soprattutto, senza fondare poteri. Questa, forse, è la più grande e sottile differenza che sta alla base di tante iniziative che nel nome ricordano la filosofia hacker ma che, invece, stanno a mille miglia di distanza. Dai tanti variopinti hackathon (addirittura istituzionali o industriali), ai molti inutili HackLab o FabLab che nascondono aziende che producono “dal basso” (?) o hackerspace come fonti di guadagno imprenditoriali.

Questo spirito che conserva in modo originario una filosofia della conoscibilità del mondo è, per ora, ancora ristretto e nella società dell’informazione è messo a dura prova da una piramide (come quella disegnata da Russell Ackoff) che allarga sempre di più la sua base (dei dati). Per fortuna un’idea hacker di approccio anche alle scienze, ma soprattutto alla sua metodologia di trattamento dei dati, come scrive Alessandro Delfanti in “Biohacker”, ci pone di fronte a nuove frontiere e nuovi compiti come quello di “scardinare la ricerca biologica con lo stesso approccio usato un tempo per hackerare un computer” (la svolta open access di Craig Venter, la condivisione sulla viaria di Ilaria Capua, il collettivo DIYbio o la performance di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico).

Il digitale e le nuove tecnologie sono, ovviamente, il terreno da osservare con maggiore scrupolo. Un’indagine critica sulla natura concettuale e i principi fondamentali dell’informazione, comprese le dinamiche collegate alla computazione, alla manipolazione meccanica di dati, al flusso informazionale (processo di raccolta e di scambio delle informazioni) e all’etica legata al suo utilizzo sono, necessariamente, i nuovi oggetti con cui giocare, le nuove teorie e pratiche da penetrare e da comprendere.

Momenti di confronto ce ne sono e quello degli hackmeeting sono fondamentali per indagare il conoscibile.

Come recita l’about del sito hackmeeting.org,  c’è un raduno periodico delle controculture digitali che ogni anno mette insieme tutti coloro che amano “gestire se stessi e la propria vita e che si battono per farlo”.

Quest’anno mediattivisti, ricercatori e semplici appassionati che si riconoscono nella filosofia hacker, si ritroveranno al Polo Fibonacci dell’Università di Pisa, dal 3 al 5 giugno, per l’edizione 2016 di Hackmeeting Italia.HM2

L’incontro annuale delle controculture digitali italiane, delle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie e dell’informazione, si svilupperà su tre giorni di seminari, giochi, feste, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo. Si analizzeranno le tecnologie che utilizziamo quotidianamente, come cambiano e che stravolgimenti inducono sulle nostre vite, quale ruolo è possibile all’interno del cambiamento.

L’evento è totalmente autogestito: non ci sono organizzatori e fruitori, ma solo partecipanti.

Qui trovate la mappa del meeting.

La comunità Hackmeeting ha una lista di discussione dove poter chiedere informazioni e seguire le attività della comunità.
Esiste anche un canale IRC (Internet Relay Chat) dove poter discutere e chiacchierare con tutti i membri della comunità: collegati al server irc.autistici.org ed entra nel canale #hackit99.

Per tutto il resto leggetevi l’articolo  di Daniele Gambetta, di eigenLab Pisa e ne capirete di più.

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Potenza 25 aprile for dummies (o dell’informazione tossica)

La pagina più brutta della storia italiana è stato il ventennio fascista, anche se in realtà fu di qualche anno in più (dal 29 ottobre 1922 al 29 aprile 1945). Il riferimento ai venti anni avviene per uno slittamento al 1925, anno in cui Mussolini dichiarò fuori legge tutti i partiti.

Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale chiamò all’insurrezione tutti gli italiani contro i fascisti e i nazisti e il 29, a Caserta, venne sancita ufficialmente la fine del fascismo (la fine effettiva della guerra in Italia sarà il 3 maggio).

Ecco perché è importante il 25 aprile: non è il giorno della memoria dei caduti (generici) di una guerra ma è la data di un’insurrezione, di una rivolta, dell’atto culminante, dell’esplosione della rabbia popolare contro la dittatura fascista. E’ la vittoria della resistenza italiana e di tutti i partigiani che diedero vita alla Costituente e alla Costituzione italiana.

Ricordare quella data, festeggiarla – se volete, è fondamentale per non distrarsi troppo, nel quotidiano, di fronte all’abbassarsi dei livelli di democrazia.

E’ importante per i giovani che devono saper mantenere alta la guardia contro gli autoritarismi di ogni tipo, soprattutto a quelli nascosti nelle istituzioni;  devono sapersi opporre alla strafottenza di chi governa solitario; ma anche imparare a decifrare gli algoritmi di una cultura liberista che aumenta la sfera dei bisogni e allunga la strada per il loro soddisfacimento. Saper riconoscere l’informazione fuorviante e ristabilire i giusti livelli di comunicazione attraverso pratiche di controinformazione.

Ed è solo di informazione che voglio parlare in queste poche righe e lo stimolo mi viene dall’idea di Basilicata Antifascista di raccogliere opinioni e contributi su quanto accaduto a Potenza il 25 aprile.
Il tutto parte dalla mancanza (che Giampiero ben descrive nel suo post su FB) di sensibilità e opportunità della politica ufficiale e istituzionale potentina rispetto alla ricorrenza del 25 aprile per finire, paradossalmente, con la condanna a coloro i quali quel giorno erano gli unici in piazza a ricordare quella data, anche se non come ricorrenza.

Come si fa a passare da una denuncia all’altra? Attraverso un’informazione che da carente diventa tossica; con la forma che riempie di contenuti l’assenza di sostanza (la notizia).

Accade che agli addetti all’informazione (quasi tutti) sfugga la notizia di un evento organizzato per la giornata del 25 aprile. Certo forse era poco pubblicizzato, un volantino nelle scuole e su Facebook (l’evento segna 225 “mi interessa” e 161 “partecipo”), ma questi “addetti” neanche approfondiscono più di tanto le ricerche pur in una totale assenza di eventi “ufficiali”.

La primavera potentina aspetta proprio il 25 aprile per dare il meglio di se: piove fin dalla mattina e il freddo rincara la dose con una spennellata di neve. Puntuali e imperterriti, alle 16.30, i giovani antifascisti raggiungono piazza prefettura, montano il loro striscione tra i porticati del Gran Caffé e danno il via all’evento. La cosa dura, tra la distribuzione del volantino qualche canzone e una discussione aperta a tutti, fino a sera quando vanno via tutti. Nessun facinoroso, nessuna lite e niente polizia, neanche un vigile urbano a garantire l’ordine.

Il giorno dopo? Niente, di nuovo nessuna notizia, di nuovo solo l’assenza di manifestazioni ufficiali tranne quella dell’Ansa che con un dispaccio della polizia parla di “alcuni  movimenti antagonisti” e di “una manifestazione non autorizzata”.

Tutto qui, questo è il racconto della giornata, più qualcuno che su Facebook ti dice “io credo all’Ansa”.

Anziché complimentarsi con quei ragazzi, si punta il dito sull’autorizzazione.  Peccato che si scambi la forma per l’in-forma-zione.

Pure durante il fascismo contava la forma, innanzitutto.

Voi come immaginate l’informazione ai tempi del fascismo?  Io me l’immagino tossica, solo ufficiale. Niente verifiche, niente approfondimenti, pensava a tutto l’Agenzia Stefani. E, ovviamente, c’era chi diceva io credo alla Stefani.

“Spiega ai tuoi figli

e ai figli dei tuoi figli

non perché l’odio e la vendetta duri

ma perché sappian quale immenso bene

sia la libertà

e imparino ad amarla 

e la conservino intatta

e la difendano sempre”

25 aprile

 

 

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La banda dell’ultralarga

Ha ragione da vendere Massimo Mantellini quando mette il punto interrogativo sulle “competenze” di Enel, aggiungendo che “Solo un burocrate spericolato chiuso nel proprio ufficio può immaginare che l’infrastuttura digitale del Paese sia in fondo un gingillo tecnologico alla portata di chiunque”.

Stiamo parlando della “banda ultralarga”, annunciata da Renzi qualche giorno fa e che riguarda l’accesso a internet attraverso una connessione minima di 30 Mpbs.

Partiamo da un dato sostanziale: l’Italia è al 25° posto nella classifica dei 28 Stati membri dell’UE, con un accesso alla rete, geograficamente, molto divaricato; ovvero c’è una grande separazione tra le grandi aree urbane dove si accede a internet con la fibra ottica e le piccole aree dove a malapena si raggiungono i 10 Mbps. Se prendiamo come esempio la maggioranza dei comuni lucani, con i loro 2 o 4 Mbps, la velocità scende ancora di più.

Dunque aumentare la velocità delle connessioni e, soprattutto, diminuire (se non annullare) il digital divide, è una priorità imprescindibile.

Anche l’attuale governo se n’è occupato ponendo al centro della proprio proposta politica un’agenda digitale come azione programmatica improcrastinabile. Peccato che in realtà è una semplice bandierina per il marketing politico di Renzi.

Perché dico questo?

Perché non riesco a capire il motivo per il quale si cambia azienda di riferimento, scegliendo una semi-pubblica come Enel, ma si approva un progetto (Enel Open Fiber) che non prevede un intervento capillare sul territorio ma solo in zone economicamente più omogenee (cioè più convenienti dal punto di vista dell’investimento) e quindi con un approccio di tipo privatistico-imprenditoriale.

Il cluster A, quello “con il migliore rapporto costi-benefici, dove è più probabile l’interesse degli operatori privati a investire”, raggruppa le 15 principali città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania, Venezia, Verona, Messina, Padova e Trieste) e le loro aree industriali, dove risiede il 15% della popolazione  (9,4 milioni di persone).
Il cluster B, diviso ulteriormente in cluster B1  e cluster B2, è formato da 1.120 comuni nei quali risiede il 45% della popolazione (28,2 milioni di persone).
Il cluster C , 2.650 comuni con il 25% della popolazione (15,7 milioni di persone) rappresenta le aree marginali e rurali a “fallimento di mercato” , sulle quali si prevede l’intervento del privato solo a condizione di un adeguato sostegno dello Stato.
Il cluster D con i restanti 4.300 comuni (in maggioranza al Sud) e il 15% della popolazione (9,4 milioni di persone)  è l’area dove è previsto soltanto l’intervento pubblico.

In pratica il progetto prevede di portare la banda direttamente in casa del cliente finale (FTTH) ma principalmente laddove conviene di più,  e accadrà che Enel si occuperà di portare la rete nei cluster denominati A e B (ma nel frattempo soltanto a 244 comuni l’ultralarga),  mentre gli altri due (C e D) dovranno continuare ad aggrapparsi alla rete cellulare (almeno laddove arriva il 4G); infatti il programma governativo prevede la copertura del 100% entro il 2020 ma limitatamente ai 30 megabit.

Se si considera che i comuni italiani sono 8.085 la copertura in fibra, al momento, interesserà soltanto  il 3% del territorio.

In conclusione, quasi tutto il sud resterà al palo e per la Basilicata le cose non sono certo migliori.
Basta andare sul sito Infratel Italia  per scoprire che i 100 megabit sono previsti  soltanto nelle due città capoluogo, che in 64 comuni è in corso di completamento la 30 Mega e che nei restanti 65 comuni si oscillerà tra i 2 e i 20 mega.

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L’astensione, la retorica e il centrosinistra

da Polisblog.it

Rocco Albanese dice su Commo che “il governo Renzi sta letteralmente smantellando l’Italia in un contesto di (apparente) unanimismo servile, che fa sembrare mosche bianche le voci critiche.”

Io credo che invece stia smontando, più semplicemente, il PD e il centrosinistra, almeno quello che ne resta.

Giovanna Cosenza scrive un post, nel quale fa una sorta di teoria della mente dei renziani (trascrivendo quasi esattamente quello che i renziani pensano  e, soprattutto, vedono quando guardano il loro leader; perchè a loro piace che gli venga riconosciuta la familiarità con Berlusconi e il successivo processo di superamento. Come in un buon percorso di apprendimento, dove il legame col proprio maestro viene sciolto con la sua uccisione  -se incontri un Buddha per strada uccidilo, diceva Siddharta), dove dice che Renzi “è proprio bravo”  con un “tanto di cappello”.

E’ bravo perché è “più capace di interpretare le emozioni, i pensieri e gli umori dell’italiano e dell’italiana media”, perché “parla a tutti/e in generale” invece di parlare all’elettorato di centrosinistra.

Parlare a tutti, in politica,  significa “parlare per tutti”, ovvero fare gli interessi di tutti quelli per cui si parla, ed è comunque una vecchia favola retorica alla quale nessuno ha mai creduto e che non sta in piedi né logicamente né praticamente.

Per ascoltare/parlare a tutti, un pover’uomo, dovrebbe mettere su un sistema di ascolto tale da non farsi sfuggire assolutamente nulla, neanche i bisbigli in percentuali minori; poi dovrebbe inventarsi un altro sistema per poter instaurare un dialogo uno-a-uno per scambiarsi le opinioni e infine mettere insieme tutti gli interessi, riuscire a rappresentarli senza creare contro-interessi. La storia non ha conosciuto sistemi del genere e il futuro non promette niente di simile. Forse solo qualche capo religioso riesce a parlare a nome di tutti i suoi fedeli ma niente di più.  Una soluzione parziale a questa aporia è stata certamente la democrazia ateniese che si poneva l’obiettivo di amministrare “non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta” (nemmeno la maggioranza).

Ma chi l’ha detto che Renzi volesse ascoltare tutti o un’ampia cerchia di loro? Ha tifato per l’astensione a un referendum proprio per non ascoltare nessuno; si è addirittura vantato e rivendicato come una vittoria personale quella pratica di astensione.

Se avesse voluto ascoltare la maggioranza delle persone, avrebbe invitato tutti a votare; avrebbe insistito, aumentato il tempo dell’informazione, magari intensificato tutte le tecniche comunicative, pur di riuscire ad avere una più ampia cerchia di voci.  Invece si è adoperato affinché quella maggioranza non emergesse, barando poi sull’intercettazione del sentimento dei più che invece non si sono espressi.

E’ vero, c’è una tendente disaffezione al voto, ma è illogico e insensato per un capo di governo (e un ex capo dello Stato) tifare per il non voto.

Ora resta da capire con chi e per chi parla Renzi. Non è interessato ad ascoltare la maggioranza, non parla con e per la sinistra, gli rimane la desta e il solito centro.

Se Renzi parla e ascolta la destra (centro) come capo del governo ma è anche segretario di un partito di (centro) sinistra, la cosa si semplifica e si chiarisce: Renzi sta compiendo un’azione riformatrice non tanto del paese quanto della struttura ideologica del proprio partito. In soldoni, sta ricostruendo, mattone su mattone, il corpo politico della vecchia Democrazia Cristiana scacciando e piegando tutto ciò che resta della vecchia sinistra.

Tutto qui e il resto sarà futuro prossimo.

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Le ragioni di un SI

siPartiamo dal fatto che  i partiti, normalmente, si distaccano dai loro programmi elettorali non appena entrano a far parte del governo.

Per alcuni (più di qualcuno) basta anche solo sedersi su una sedia del parlamento.

Io lo ricordo benissimo quando Serracchiani a Monopoli manifestava in piazza contro le trivellazioni, ed era soltanto il 2012. Solo qualche anno prima, per le elezioni del 2008, il PD aveva parlato di “rottamare il petrolio”  e organizzava le “giornate del sole“.

E’ ovvio che poi si prova un certo fastidio nel sopportare  l’idea che tutti gli italiani si esprimano su alcune materie, come quella delle perforazioni per la  ricerca ed estrazione di idrocarburi, per esempio.

Renzi fa addirittura di più e sposa completamente la causa dei petrolieri  concedendo loro la facoltà di avvalersi di un doppio regime legislativo per l’ottenimento dei titoli.

Perchè il referendum di domenica è un voto politico?

Perchè serve per esprimere un parere sulla strategia energetica italiana; serve a bloccare l’arroganza di un governo che si batte sfacciatamente per gli interessi delle lobbies del petrolio anteponendole a quelli dei territori e alla salute delle persone.

Il governo non ha voluto l’election day e ha stabilito, in tutta fretta, la data del referendum (spendendo circa 350 milioni in più) solo per ridurre i tempi dell’informazione e della comunicazione elettorale e, soprattutto, per non tirare la volata contraria al referendum istituzionale su cui Renzi ha dichiarato di giocarsi la poltrona.

Poi non è vero, come sottolinea Roberta Radich del Movimento NoTriv, “che non estraendo petrolio dobbiamo dipendere dall’estero, perché comunque vi dipendiamo lo stesso dal momento che il petrolio e il gas estratti entro le 12 miglia rappresentano rispettivamente l’1 e il 2 per cento del fabbisogno. Solo progredendo con le energie rinnovabili verrà diminuita la dipendenza dall’energia estera.”

Infine c’è anche la questione delle quote annuali (franchigie) sulle quali non si pagano royalty. Ovvero, se una compagnia estrae un quantitativo di gas e di petrolio pari o inferiore alle franchigie stabilite per legge (in terra: 20mila tonnellate di petrolio e 25 milioni di metri cubi di gas; in mare: 50mila di petrolio e 80 milioni di gas) non deve versare le royalty allo Stato. Quindi il rallentamento del flusso di estrazione e l’allungamento dei tempi fino a esaurimento dei giacimenti, serve a far risparmiare i soldi delle royalty ma anche quelli per i costi di dismissione, non smantellando le piattaforme ‘zombie’ che restano abbandonate alla ruggine nei nostri mari. Si consideri che la quantità di petrolio e di gas estratti annualmente vengono semplicemente “autocertificate” dai concessionari senza nessun tipo di controllo.

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Che aprile aspetti #NuitDebout

elkhomri“La mia utopia è che ognuno ha il diritto di lavorare” è il motto di Myriam El Khomri, 38 anni, socialista e ministro del Lavoro nel Governo Valls, autrice di una legge di riforma del lavoro molto simile al Jobs Act di Poletti.

Certo è uno strano modo di pensare al diritto al lavoro quello di El Khomri che, come Renzi, avvia una liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso la libertà di licenziare (anche solo per una riduzione delle commesse dell’azienda).

In quanto a liberalità la riforma francese fa anche di più: privilegia in assoluto la contrattazione decentrata in modo da favorire accordi particolari sia sull’orario di lavoro (in casi eccezionali potrebbero arrivare anche a 60 ore settimanali – superando di gran lunga il durèe maximale di 35 ore) che sul salario, con una riduzione dell’importo degli straordinari.

Inoltre apre le porte all’approvazione di qualsiasi porcheria contraria ai diritti dei lavoratori, con il semplice avallo di un referendum interno all’azienda, anche laddove sono presenti soltanto i sindacati minori o “gialli” come la CFDT (che, infatti,  è favorevole alla riforma).

In sostanza anche la Francia si allinea a quei paesi europei che hanno adottato misure similari (in Germania la riforma Hartz, in Spagna il “Decretazo” e in Italia il Jobs Act) nel facilitare i licenziamenti e nel rendere autonome le decisioni degli imprenditori rispetto agli accordi collettivi nazionali.

La differenza è che mentre in Italia la protesta si è completamente sgonfiata e i sindacati si sono rassegnati, compresa la CGIL a cui è bastata la sua “Carta del lavoro” che non si capisce bene a cosa dovrà servire, in Francia la mobilitazione continua e non ha nessuna intenzione di acquietarsi.

Il 9 marzo un milione persone hanno detto no alla “Loi Travail” e alla svolta liberista del Governo Valls.  Sono scesi in piazza tutti i settori: dai trasporti al pubblico impiego, dal commercio alla scuola.

Con la scusa dello stato di emergenza, la polizia ha messo in moto misure restrittive e repressive forse mai viste in Francia

foto di outofline photo collective

(numerosi feriti, 130 fermati e 4 arrestati), eppure il movimento non ha arretrato, anzi ha aumentato la sua presenza nelle piazze e quella manifestazione del 31 marzo non è terminata normalmente come tutte le altre, ma ha proseguito fino a Place de la Republique occupandola per tutta la notte.

NuitDebout è lo slogan e l’hashtag che rimbomba in rete.

Una notte in piedi in quella piazza, e poi in altre piazze ancora (così come le esperienze analoghe di Occupy Wall Street e degli indignados), per parlare e per discutere dell’idea di El Khomri di istituzionalizzare il precariato come nuova riforma del mondo del lavoro.

La mattina seguente è aprile e la polizia tenta di sgomberare la piazza da persone e cose, con il chiaro intendo di mettere la parola fine a quella mobilitazione.

Il neonato movimento capisce che quel 31 marzo non può finire così, che non può esserci un primo aprile della polizia e del governo, che è necessario riappropriarsi anche del tempo, che marzo deve continuare con la protesta, con la lotta e che aprile può aspettare.

A Parigi, come a Nantes a Rennes e poi a macchia d’olio in oltre 60 città francesi,  marzo continua con il 32, il 33, il 34… oggi è ancora il 44 marzo.

foto di The GuardianAnna Maria Merlo su il Manifesto, dice che “per il momento, Nuit Debout non è ancora matura per una traduzione politica”, ma il fatto è che quando parliamo di traduzione politica abbiamo spesso il capo rivolto ai partiti istituzionali.

Questo movimento ha iniziato a studiare da solo e, con le sue “commissioni”, legge e affronta i diversi problemi politico-sociali nella società liberista.

Tenta di individuare soluzioni e soprattutto ha ben compreso che il progetto di smantellamento dello stato sociale non è un evento locale, isolato, francese, ma appartiene a tutta l’Europa.

Ecco la necessità di unire tutte le lotte e di praticare una nuova forma di partecipazione, diversa dal “militantismo tradizionale” chiuso nelle sue cerchie, allargata a tutta la società e a tutte le forme di disagio.  Anche la violenza va evitata, non isolata ma incanalata in proposte concrete e operative.

Carl Marx con l’analisi storica del 18 Brumaio ci insegna che il movimento reale pone sempre delle problematiche alla teoria e questa, a sua volta, deve tendere a trovare soluzioni sempre guardando al movimento reale.

Se volete approfondire, seguire, contribuire o anche solo curiosare: qui trovate il programma (e la petizione) e la mappa dei “rassemblements”.

Il movimento c’è anche su Facebook (c’è anche un gruppo italiano) e su Twitter;  ci sono le dirette su Periscope e trovare anche un po’ di materiale su GitHub.

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Panama papers e altri numeri

Conto corrente estero e conto offshore

da l’Espresso

Per lo Stato italiano, e per l’Europa, è possibile possedere un conto corrente all’estero a patto che venga dichiarato fiscalmente, inserendolo nella dichiarazione dei redditi (nell’apposito quadro RW della dichiarazione dei redditi a partire da una giacenza o movimentazione annuale pari o superiore a 15 mila euri). La banca estera nella quale si apre il conto è obbligata a comunicare allo stato di residenza del correntista tutte le informazioni relative al conto corrente.
Il correntista, di conseguenza, verserà un’imposta (Ivafe) sul suo valore del deposito pari al 2 per mille, oltre alla normale tassazione sulle plusvalenze realizzate.
Sostanzialmente è come tenere un conto in una banca italiana, l’unica convenienza potrebbe essere rappresentata da migliori condizioni sulla tenuta del conto, da servizi più efficaci ed efficienti o dalla convinzione di aver depositato i propri soldi in una banca più solida e più sicura ma, credo, niente di più.
Chi mira, invece, a risparmiare sul pagamento delle tasse dovrà eludere tutta la procedura ufficiale e seguirne una “offshore”, ovvero aprire un conto estero sul quale le tasse non vengono pagate grazie alla segretezza dell’identità del correntista.

Panama papers

Questo è proprio il punto nodale di un conto offshore: la segretezza. Ma non è cosa semplice da realizzare. Considerato l’obbligo della trasparenza delle aziende e il grande impegno dell’OCSE nella lotta contro i paradisi fiscali, diventano indispensabili almeno due cose: primo rivolgersi a uno dei 14 paesi dove è ancora possibile richiedere segretezza (Belize, Brunei, Isole Cook, Costa Rica, Guatemala, Filippine, Liberia, Isole Marshall, Montserrat, Nauru, Niue, Panama, Uruguay e Vanuatu) e poi affidarsi a società o agenzie specializzate che riescono a far arrivare il denaro sul conto corrente di questa banca estera senza lasciare tracce. Anche tracce come le “ Panama papers”. Quasi dodici milioni di documenti, relativi a transazioni finanziarie segrete, sottratti allo studio Mossack Fonseca da un anonimo whistleblower che, come dice l’Espresso, li ha forniti al quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung che, a sua volta, si è rivolto al ICIJ (l’International Consortium of Investigative Journalists che ha condiviso il lavoro e la scoperta con le 378 testate partner tra cui l’Espresso).
Siccome stiamo parlando di 2,6 terabyte di dati, c’è chi sostiene che non si tratti di una semplice gola profonda ma crackers che hanno sfruttato la vulnerabilità di un vecchio plugin su WordPress (“Revolution Slider” che in una sua versione non aggiornata fa caricare una shell remota – corretta già da due anni da Wordfence) e di un server di posta, al quale accedevano tutti i clienti dello studio, che risedevano sullo stesso network.
Insomma una grossolana leggerezza che ha permesso di scaricare, per mesi, tutto l’archivio dello studio Mossack Fonseca. Infatti, dopo il 3 aprile, il loro dominio è passato a Incapsula che ha trasferito tutto su server neozelandesi.

Crackers?

Crackers perché l’operazione è stata pagata (non si sa se commissionata o offerta) e la filosofia hacker non collima con questa tipologia di finalità; e poi perché nella rete hacker non c’è stata nessuna eco dell’impresa.
Pagata dagli americani perché l’ICIJ è stato fondato da un giornalista americano (Chuck Lewis) ed è sostenuta da: Adessium Foundation, Open Society Foundations, The Sigrid Rausing Trust, Fritt Ord Foundation, Pulitzer Center on Crisis Reporting, The Ford Foundation, The David and Lucile Packard Foundation, Pew Charitable Trusts and Waterloo Foundation.
Tant’é che, al momento, tra tutti gli americani presenti nei documenti, non è ancora saltato fuori nessun nome eccellente a fronte dei 140 politici e uomini di Stato del resto del mondo.

I numeri

215 mila le società coinvolte, riferite a 204 nazioni diverse e 511 banche (tra cui le italiane Ubi e Unicredit);
378 giornalisti, in un forum chiuso, analizzano un database di 2,6 terabyte lungo 38 anni di registrazioni.
800 sono gli italiani coinvolti e tutto quello che ne verrà fuori continueremo a leggerlo sulle maggiori testate giornalistiche del mondo.

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