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Una mamma in corriera. Intervista a Giuliana Laurita

GiulianaUna Laurea al DAMS di Bologna, un Master in comunicazione d’impresa e una lunga esperienza in rete (dalla parte di chi la fa, dal lontano 1997) fanno di Giuliana Laurita una digital strategist “arrivata” e una ricercatrice sul digitale di tutto rispetto.

Mamma in corriera (e poi in corriera e basta) che fine ha fatto? A proposito è vero che le mamme dicono sempre grazie?

È sempre lì. È stato il mio primo blog e penso spesso che dovrei usarlo: ci sono cose che avrei voglia di scrivere ma che in un blog “professionale” come giulianalaurita.com non ci stanno. Ma poi…
Le mamme dicono grazie e chiedono scusa – di essere mamme. È il motivo per cui è nato Mamma in corriera. Ma è un lungo discorso.

Approfitto di te che sei una studiosa di semiotica, per chiederti il perché se già Greimas sosteneva che il quadrato semiotico, in fondo, fosse solo una sorta di semplificazione, invece, con il web è diventato una panacea per comunicatori. Non è che ne abbiamo abusato (come ammoniva Eco anni fa)? 

Magari! Io l’ho sempre usato, anzi, ho sempre usato la semiotica -ecco, la semplificazione è sintetizzare tutta la semiotica nel quadrato– perché mi aiuta nell’analisi e nella progettazione delle strategie. È uno strumento potente, che se usato a caso può creare dei mostri. Del resto è così per un sacco di cose. Pensa ai problemi che può creare una pagina Facebook curata aggratis-da-mio-cuggino.

Qual è stata la strategia di marketing che ti ha dato più soddisfazione (o notorietà)?

Ogni nuovo progetto è quello che amo di più. Il mio lavoro si evolve continuamente. Sono passata dalla progettazione della presenza digitale di Barilla, Alfa Romeo (il cliente ci regalò un corso di guida sicura, spettacolare!), Corriere, a progetti di relazione molto articolati come, per esempio, Internet insegnata da un ragazzino di 12 anni per Nesquik, oppure far scrivere uno spettacolo e un libro a un gruppo di mamme blogger per Huggies; fino a progetti di pura ricerca, come quella su “l’algoritmo del successo”, per Rai. Oggi mi occupo di un livello di strategia spesso meno operativo, e poi faccio tanta formazione. E volontariato, anche, insegnando ai ragazzi e ai loro genitori come stare in rete consapevolmente. E la soddisfazione è ovunque.

strategia_digitaleCon “Strategia Digitale. Il manuale per comunicare in modo efficace su internet e social media”, scritto con Roberto Venturini, vi siete infilati in un rete fitta di manuali di ogni tipo; c’era bisogno di crearne un altro?

C’era bisogno di tornare sui fondamentali. La maggior parte dei manuali che ci sono in giro parlano di pezzetti di digitale, le digital PR, il SEO, la misurazione, i social; ma il punto di vista più ampio, quello di insieme, in cui i pezzetti non esistono ancora ma esiste un’azienda con delle esigenze, si era perso. Bisognava far capire (ai clienti e anche alle agenzie) che il digitale può essere tante cose, ricoprire molti ruoli, aiutarci a raggiungere molti obiettivi, ma deve essere pensato in un orizzonte di largo respiro: il cosa prima del come. Gli strumenti vengono di conseguenza.

È la strategia digitale che si piega all’azienda o viceversa, oppure la verità sta nel mezzo?

Nessuno si piega. C’è una strategia per ogni azienda e non il contrario: non esistono strategie one-size-fits-all. Se un’azienda non è attrezzata per una certa strategia (in termini di risorse ma anche di valori), vuol dire che non è la strategia giusta, se ne crea un’altra. Le strategie non crescono sugli alberi, vanno pensate di volta in volta sulla base di chi è e com’è l’azienda.

Chi vuol iniziare a lavorare in questo mondo deve necessariamente armarsi di una strategia (efficace)?

Sì. Poi ci sono le armate Brancaleone :-)

Si può fare lo stesso lavoro a Potenza o bisogna necessariamente partire per Milano come hai fatto tu?

Io sono a Milano per caso. Ho studiato a Bologna e lavorato a Parigi, prima, e dovevo fermarmi solo un anno, invece ho iniziato subito a lavorare. All’epoca sarebbe stato impossibile fare comunicazione a Potenza. Adesso è diverso, il digitale ci consente di essere dappertutto senza muoverci di casa, e a parte la socialità, per la quale sicuramente Milano è il posto in cui stare, nulla vieta di prendersi l’aperitivo in piazza Prefettura invece che sui Navigli. Del resto ci sono molte persone che si occupano egregiamente di digitale a Potenza.

Insomma, Giuliana, ormai sei anche tu una guru della comunicazione digitale.

Ma quando mai! Sono una onesta lavoratrice del digitale, che quando ha qualcosa che ritiene interessante da dire la dice, altrimenti tace. E poi i guru hanno tutte le risposte, mentre io per lo più ho domande.

Cosa ne pensi dei “digital champions” del progetto di Luna?

È un bellissimo progetto. Conosco diversi digital champions, li apprezzo molto e credo che possano fare cose straordinarie, ora che hanno una “benedizione”. Grande fiducia.

Granieri ha scritto ultimamente che “non si fa una città smart senza cittadini smart”, qual è la tua idea per Potenza?

Sottoscrivo. Però parlare di Potenza mi riesce molto difficile. Secondo me c’è molto da lavorare su concetti di base, come i diritti e i doveri dei cittadini e di chi li amministra, l’educazione, i servizi, la capacità di chiedere e la disponibilità a dare. Ma i miei amici potentini sono molto severi con me quando ne parlo, dicono che non posso capire perché vivo a Milano. Magari ne parliamo off the record.

Come ci ha cambiato il digitale?

Profondamente. Ha allargato i nostri orizzonti, le nostre prospettive, le nostre opportunità. Ha fatto emergere talenti, potenzialità, risorse. Ha reso anche visibile, di colpo, tutta una parte di mali del mondo e ce li ha messi sotto il naso. Il solo fatto di poter esprimere la propria opinione in qualunque momento, dandola in pasto al mondo intero, è un cambiamento epocale, se consideriamo quanto fosse sbilanciato, prima, il sistema della comunicazione: le aziende e i media parlavano, “la gente” ascoltava. E taceva. E poi pensiamo ai servizi e a tutta l’area dello sharing: cose che hanno modificato le nostre abitudini, dalla coda in banca alla casa delle vacanze. Significa pensare, oltre che agire, diversamente da prima.
Si capisce che sono innamorata del digitale?

 

[pubblicato anche su La Gazzetta del Mezzogiorno]

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Razza europea un tanto al chilo

euroSyriza decide di capire cosa ne pensa il popolo greco della proposta europea e i commentatori, i critici, gli specialisti e puritani si sprecano in ragionamenti di carattere tecnico.
La questione è invece assai semplice ed è più che etica: capire se la linea di opposizione alla decisione europea, che Tsipras definisce come “ricatto della Troika”,  è condivisa dal popolo greco.  In parlamento la decisione è stata votata con una discreta maggioranza (179 voti a favore e 120 contro) così come nel paese c’è una timida conferma se si prende per buono il sondaggio di Kapa Research che da al “SI” un 47%.

Ecco il perché di un referendum. Perché quando un fardello diventa insostenibile, prima di appesantirlo ulteriormente, bisogna chiedere a chi lo porta se ha ancora voglia di caricarsi.

La Grecia ha un rapporto debito/PIL  del 175%, l’Italia del 132,6%, mentre la media europea è del 87,4% e dunque chiaro il contesto entro cui ragionare: accettare di annegare una società e di affamare un popolo fin troppo umiliato dall’Europa. Del perché si sia arrivati a questo i greci lo sanno fin troppo bene e la sola risposta è PASOK e Nea Demokratia.

Non si tratta di una “finta democrazia”, come dice Ernesto; qui il problema non può esser visto con un’ottica open (se i documenti si reperiscano o meno facilmente) dal momento che da mesi non si parla d’altro: dalla TV alla stampa, per finire ai bar e ai barbieri della penisola ellenica. La stragrande maggioranza dei greci sa benissimo che questo è lo sforzo di un governo che cerca di salvare la dignità di un popolo e l’etica di quel progetto  contenuto nel Manifesto di Ventotene.  Anzi, come sostenuto da Krugman, l’eventuale vittoria al referendum conferirebbe ancora più legittimità democratica al governo Tsipras.

L’idea di Syriza è quella di rimanere in Europa nella piena autonomia di scelte politiche che non facciano decadere i livelli sociali al di sotto delle realistiche possibilità di vita. Ma non sembra essere questo l’interesse di Bruxelles. Se amate i numeri è bene sapere che la Grecia ha una spesa pubblica che è quasi il 43% del PIL e quella tedesca supera tale percentuale, con la differenza che in tutti questi anni critici la Germania è l’unico paese dove il PIL è comunque continuato a crescere. Allora, forse, ha ragione Adriano Manna quando insinua su quella strana somiglianza tra lo statuto della BCE e quello della Banca Centrale tedesca.

 

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Le biblioteche digitali

mlolDigitalizzazione e internet sono, indiscutibilmente, due inseparabili forze moderne dello scambio culturale. La loro sommatoria ha prodotto un’energia così potente da indebolire sia il ruolo storico delle biblioteche che l’idea stessa di lettura/consultazione e conservazione delle informazioni.
Oltre quindici anni fa, Umberto Eco salutava la digitalizzazione come un’occasione per sostituire i libri voluminosi e costosi con  “dischi multimediali” che avrebbero liberato lo spazio nelle case e nelle biblioteche pubbliche. I libri di carta che invece potevano essere tenuti in mano o  in tasca, sarebbero dovuti rimanere perché più pratici di uno schermo “nemico della cervicale”.
Era il 2000 e come riferimento portatile c’erano soltanto i notebook; il primo lettore di ebook, il Kindle, verrà lanciato sul mercato solo nove anni dopo.
Ma le biblioteche, nel frattempo, hanno soltanto subito  la forza del digitale?
Sicuramente non per Giulio Blasi, ideatore di MediaLibraryOnLine (MLOL), la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale.
Si tratta di oltre 4.000  biblioteche, sparse in 16 regioni italiane e 6 paesi stranieri, unite in un unico network di prestito e consultazione di libri (e non solo) digitali.
Basta essere iscritti a una sola  biblioteca che aderisce al progetto, per poter prendere in prestito un ebook. Nella pagina del sito di MLOL  c’è un lungo elenco di tutte le biblioteche che aderiscono al network.
Attraverso MLOL  si può consultare, gratuitamente, tutto ciò che le biblioteche mettono a disposizione in formato digitale: dagli e-book alla musica, dai film ai giornali, stando comodamente seduti a casa, in ufficio o a scuola.
Nel 2014 sono stati oltre duecentomila i download di contenuti digitali, con un aumento del 102,4% rispetto al 2013, con più di tre milioni di accessi.
 In sostanza ogni biblioteca, aderente a MLOL, mette a disposizione il proprio catalogo di ebook, mediamente intorno ai 1500 titoli, che uniti a quelli delle altre biblioteche sommano circa quattordicimila titoli: più o meno 65.000 ebook, duemila quotidiani e periodici, otto milioni di Mp3 scaricabili e un buon numero di video.
A breve saranno attivati due nuovi servizi: la “Mlol Plus”, una sorta di card a pagamento (una parte del contributo va direttamente alle biblioteche) che consentirà non solo il prestito ma anche l’acquisto di ebook e “OpenMLOL”, un progetto di accesso completamente gratuito diretto da Andrea Zanni, presidente di Wikimedia Italia. OpenMLOL sarà  sarà un progetto di metadatazione e indicizzazione di circa 250 mila contenuti ad accesso aperto o di pubblico dominio.
Per rendere il tutto più semplice è stata anche rilasciata un’app per leggere gli ebook presi in prestito che, al momento, è disponibile solo su App Store  (in autunno dovrebbe essere pronta anche per i dispositivi Android).
C’è un neo in tutto questo ingranaggio ed è la procedura dell’iscrizione che dev’essere fatta materialmente presso una biblioteca aderente al progetto ma siccome mancano un po’ di città e addirittura intere regioni, come nel caso della Basilicata, per alcuni sarà difficile usufruire del servizio.
[pubblicato anche su La Gazzetta del Mezzogiorno]
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L’universalità dell’esistenza attraverso un reddito incondizionato

C’è un tema che riguarda l’uomo e le teorie (e le pratiche) intorno alla sua esistenza che, mai come in questo periodo, sembra più impellente che in passato. La sussistenza degli individui, in un modo o nell’altro, è al centro delle preoccupazioni politiche di soggetti diversamente impegnati nel sociale. Lo fa, per esempio, il governo italiano con quei concetti surrettizi che hanno ispirato sia il Jobs act che l’Expo 2015 e che Guido Viale, su Il Manifesto, rubrica sotto la logica del trickle-down. Sono impegnati, ovviamente, anche movimenti, sindacati e partiti che con una grande disparità di argomenti pensano a forme di reddito generalizzate, di inserimento o assistenziali. In qualche modo quasi tutti i ragionamenti messi in campo, ruotano intorno al lavoro e al reddito come conseguenza, ma anche viceversa.
Insomma, il dubbio sembra essere costituito proprio dal nucleo della questione esistenza: puntare sul lavoro per tutti, in ogni modo e ad ogni costo, o sul reddito al di là del lavoro?
In Italia ci sono solo due proposte parlamentari in campo: quella del M5S che prevede un reddito di € 780 per circa 9 milioni di persone e quella di SEL di € 600 a chi ne guadagna meno di 8.000 l’anno.
Qualcosa che in qualche maniera ricorda, più o meno, quel “Reddito minimo di inserimento” già sperimentato in 300 comuni italiani nel 1998 (dal primo Governo Prodi e Livia Turco come ministro delle Politiche Sociali).
Poi ci sono proposte che, superando l’idea dell’ammortizzazione sociale, inseriscono concetti più ampi come la liberazione dal ricatto del lavoro e l’autonomia della propria esistenza.

libroLe ragioni del reddito di esistenza universale“, edito da Ombre Corte nel 2014,  è un libro nel quale l’idea di reddito di esistenza è vista come capacità di eliminare la tendenza al controllo della vita degli individui. Una vita sempre più legata al mondo della produttività sociale e a concetti di cittadinanza fondati sul diritto di proprietà.

Di questo, e di qualcos’altro, abbiamo parlato con Giacomo Pisani, autore del volume.

Giacomo, Tito Boeri evidenzia una differenza sostanziale tra “reddito di cittadinanza” e  “reddito minimo garantito”. Il primo ha costi altissimi e quindi improbabile, l’altro, con costi più contenuti è più praticabile. E,  sempre secondo Tito Boeri e Roberto Perotti, un reddito di tipo universalistico, e non selettivo, ha almeno due fattori di sconvenienza: il primo è che nessuno lavorerebbe per meno o poco più del reddito garantito e il secondo che non sarebbe comunque realizzabile “economicamente”, perché anche solo un reddito minimo di  € 500 porterebbe a una spesa di circa il 20% del Pil. 

Innanzitutto grazie per la possibilità offertami di discutere di reddito e di altre cose che mi stanno particolarmente a cuore. Non sono contrario, in generale, a forme di reddito “ridotte” (redditi di formazione, redditi regionali, ecc…), a condizione che sia mantenuta l’incondizionatezza come principio cardine del dispositivo. Anche in forme di reddito più limitate l’universalità deve costituire un limite ideale fondamentale. Condizionare l’elargizione del reddito al merito, alle capacità ecc può renderlo un fattore di ricatto tremendo. Il reddito universale, invece, è un fattore di emancipazione completamente diverso da qualsiasi reddito finalizzato all’inclusione sociale: esso, liberando gli individui dal ricatto della povertà e del lavoro gratuito e sottopagato, costituisce il presupposto indispensabile per mettere in discussione un mercato del lavoro che fa della precarizzazione dei progetti, del ricatto e dello sfruttamento cognitivo e affettivo i propri dispositivi di assoggettamento privilegiati.

Considerando che il Movimento 5 stelle ha una buona presenza in parlamento, la loro proposta di “reddito di cittadinanza”, unita anche a quella di SEL e di una parte del PD, potrebbe essere un buon inizio?

Sicuramente può essere un buon inizio, ma credo sia importante in questo momento non considerare il reddito di esistenza come un dispositivo isolato, elargito dal governo di turno, ma come uno strumento fondamentale per innescare un processo costituente che ponga la centralità – anche a livello istituzionale – della cooperazione e della produzione cognitiva al di fuori dei dispositivi di privatizzazione e assoggettamento tipici della governance neoliberale. Esiste oggi, soprattutto presso le nuove generazioni, un grande potenziale cognitivo e creativo, continuamente messo a valore in un mercato che spesso non ha neanche la necessità di riconoscere da un punto di vista contrattuale il contributo di ciascuno in termini di produzione. L’esistenza stessa, nella sua dimensione sociale, è messa a valore e neutralizzata nel suo potenziale di conflitto. Per questo c’è oggi la necessità di politicizzare il sociale, costruendo un modo diverso di produrre e cooperare, ponendo al centro la condivisione e le pratiche mutualistiche e rompendo, al tempo stesso, in questa stessa dimensione sociale in cui gioca il capitale, la valorizzazione neoliberale.
La “coalizione sociale”, nata in questi giorni, mi sembra stia costruendo da questo punto di vista un terreno  importante da cui partire.

Nietzsche diceva che il lavoro metteva in discussione il senso stesso della vita (“Il lavoro logora una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare”); Marx, nei Grundrisse, ipotizzava un superamento sia del capitalismo che del lavoro; Marcuse e Russell parlavano semplicemente di “non-lavoro” e il gruppo Krisis di “tempo liberato” nel loro “Manifesto contro il lavoro“.
Oggi, quali analisi ti sembrano ancora valide in un mondo che decentra e isola ancor di più?

Continuo a pensare che il lavoro sia il fattore peculiare di differenziazione che trasforma l’uomo da parte integrante della natura a parte specifica di essa. Il lavoro è il momento in cui l’uomo, assumendo la sua esposizione alla storia e ai rapporti sociali, da forma al mondo e si lega ad esso in un rapporto dialettico. Quando parliamo di lavoro, però, parliamo sempre di lavoro storicamente determinato. Il lavoro è un rapporto sociale, non esiste lavoro in astratto. Oggi il rapporto dialettico in cui il lavoro consiste è rotto da dispositivi di ricatto e assoggettamento che fanno dell’individuo un ingranaggio costretto a rincorrere la propria esistenza fra contrattini (spesso senza alcuna attinenza con il proprio percorso di studi e di formazione), stage gratuiti e lunghi periodi di disoccupazione, senza la possibilità di progettare il proprio futuro a lungo termine. Il reddito di esistenza è un fattore di decostruzione che riapre per il soggetto la partita con la realtà e col proprio futuro.

Come si innesta il reddito universale in un modello di società costruita sul “contratto sociale”, con il lavoro tra i suoi principi fondamentali?

Esiste una importante scuola di matrice neo-contrattualista che sostiene il reddito di base, che in parte ho ripreso all’interno del mio libro. Si tratta di una prospettiva molto interessante e con cui è importante dialogare, ma credo sia necessario non perdere di vista i rapporti materiali al di sotto della legge e rispetto a cui il diritto diviene funzionale. Il reddito non è importante perché fa capo ad un qualche diritto fondamentale inscritto nella natura umana, ma perché costituisce un bisogno urgente per una molteplicità di soggetti eccedenti (precari, disoccupati, autonomi a partita iva, freelance, migranti, operai, lavoratori della conoscenza ecc…).  Strumento di tutela sindacale, oltre l’insufficienza di un welfare lavorista frutto del compromesso fordista, ma anche dispositivo di rottura e autodeterminazione.

Ma il reddito universale è un punto di arrivo? Basta a fondare di fatto un nuovo modello sociale o, come dice Toni Negri, può essere un mezzo per “inventare il comune”. 

Il reddito è tutt’altro che un punto di arrivo. E’ certamente uno strumento per costruire una società fondata sulla cooperazione e sui beni comuni, e quindi di innesco di un processo che è però ancora tutto da costruire. E’ vero, infatti, che la socializzazione dei processi di produzione rende oggi l’astrazione totale, ed ogni processo di autodeterminazione a livello sociale è già un colpo inferto al capitale. Quest’ultimo, però, è ancora vivo e vegeto nella determinazione di rapporti, forme di vita e processi di produzione. C’è quindi l’urgenza di pensare un welfare dal basso che sperimenti pratiche del comune oltre le forme canoniche della rappresentanza istituzionale, e che includa una coalizione ampia di soggetti sociali entro la costruzione di orizzonti di senso che non si sottraggano all’astrazione del mercato per ricercare un’isola di autenticità da cui guardare le brutture del mondo. E’ necessario invece un processo di riappropriazione che, attraverso la condivisione, faccia di quel bagaglio di capacità immateriali di cui si nutre il capitalismo cognitivo la posta in gioco per la creazione di una società nuova.

Cosa non va nella risoluzione del Parlamento europeo del 2010, sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà (2010/2039)?

Quella risoluzione demanda ai singoli stati nazionali l’attuazione del reddito. Oggi che i processi di produzione hanno una dimensione trans-nazionale e la sovranità statale è in forte crisi, mi sembra un’idea di difficile attuazione. Inoltre, non penso che si incida sui rapporti di produzione con un ritorno alla forma-stato, ma portando il conflitto sul piano europeo. Questo è un punto centrale, che non solo il percorso dello “sciopero sociale” ha avuto bene e a mente e sta portando all’interno della coalizione sociale, ma è determinante anche nella prospettiva politica di Syriza e Podemos. E’ necessario costruire un’Europa dei diritti contro l’Europa dei mercati, strappando alla lex mercatoria spazi di progettazione politica che pongano al centro la gestione comune dei beni e dei servizi indispensabile al soddisfacimento dei bisogni fondamentali della molteplicità di soggetti eccedenti che abbiamo citato.

Nel libro concludi citando Martha Nussbaum la quale, tra l’altro, sostiene che i cittadini vanno formati e la strada non è così immediata (in “Non per profitto“).

Credo che la Nussbaum ponga una questione centrale: la capacità è un concetto esigente. E’ necessario che siano disposte le condizioni sostanziali perché possa “funzionare”. La retorica del merito e delle capacità è vuota e astratta, se non si connette con una critica delle condizioni sociali e dei bisogni fondamentali che in esse maturano. Reddito e beni comuni per me vanno in questa direzione: sottrarre al mercato spazi di progettazione della realtà, con il riconoscimento sostanziale dei diritti fondamentali connessi con i bisogni, più che con un qualche modello sociale ideale, costruito a priori. Per questo la battaglia è politica, e ci coinvolge tutti.

Tu sostieni che il postmodernismo (e la sua “fiducia acritica dei media e dei nuovi spazi di comunicazione”) abbia legittimato il riassorbimento delle differenze entro un terreno neutrale, relegando il tutto nella “chiacchiera totalizzante”. Sembra una concezione anni ’80… pre-internet, o sbaglio?

La società dei media e della comunicazione generalizzata, più che favorire la messa in comunicazione degli orizzonti storici locali e la messa in discussione di qualsiasi principio di realtà e di potere, ha immesso i soggetti in un’arena neutra. Qui, deprivati degli strumenti ermeneutici indispensabili per la comprensione e la critica della società, sono stati messi a valore anche attraverso un investimento sempre più ampio sulle forme di vita e di relazione. In questo mondo, che è anche un mondo di affetti e di vita, non c’è però solo neutralità e incapacità di progettarsi. C’è anche un altissimo potenziale eversivo, quello di una generazione in grado di creare continuamente i propri linguaggi e le proprie forme di sopravvivenza. E’ una generazione che vuole riprendere a dire il mondo, e che oggi deve riprendersi tutto.

Giacomo Pisani

Giacomo Pisani

 

Giacomo Pisani, classe 1989, laureato in Filosofia, dottorando di ricerca in Diritti e Istituzioni presso l’Università degli Studi di Torino e collaboratore con la cattedra di Sociologia del Diritto del prof. Luigi Pannarale, presso l’Università degli Studi di Bari. Giornalista pubblicista, direttore della rivista “Generazione zero” oltre che collaboratore di numerose riviste, tra cui “Critica liberale”, “filosofia.it” e “Alfabeta2″.
Tra le sue pubblicazioni troviamo: “La scienza nell’età della tecnica”, in M. Centrone, V. Copertino, R. de Gennaro, M. di Modugno e G. Pisani; “La conoscenza in una società libera” (Levante editori, 2011); “Il gergo della postmodernità” (Unicopli, 2012); “Tecnica ed esistenza nella postmodernità”, in A. Nizza e A. Mallamo (a cura di), Polisofia (Nuova cultura, 2012), “Work between fordism and post-fordism”, in “Why human capital is imporant for organizations” (Palgrave, 2014).
Unico relatore italiano alla Conferenza internazionale sul Basic Income che si terra a Firenze il 26 e 27 giugno prossimi.

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Il Periscopio

PeriscopeSembra roba da poco e invece secoli e secoli di supposizioni, credenze e immaginazioni furono annullate e/o verificate da un semplice strumento ottico messo a punto da Galileo.
L’astronomia è senza dubbio la scienza (o la pratica scientifica) più antica del mondo.  Un po’ di tempo fa si era convinti che la Terra fosse al centro dell’universo e che tutto ciò che stava sopra le nostre teste fosse messo lì, a disposizione per noi, da un dio che tenesse molto al nostro godimento visivo.
Divinità a parte, in qualche modo quei nostri antenati c’erano andati vicini, almeno sull’idea di centro dell’universo; nel senso che se ci chiedessimo oggi quale sia il centro, questo non potrebbe non essere il punto di chi osserva.

Ma com’era prima del telescopio?
Le osservazioni erano limitate alla potenza dell’occhio umano che oltre le macchie lunari (e in alcuni casi solari) non poteva andare. I primi furono i cinesi che avevano l’abitudine di osservare a lungo il cielo descrivendo diversi fenomeni come supernove, eclissi e comete originati da un potente drago che andava cacciato facendo un gran baccano.  Subito dopo i greci, tra Talete, Eratostane e Tolomeo, prima arrotondarono e poi decentrarono la terra nel giro di 800 anni. Per l’eliocentrismo ci volle un po’ di più in quanto la teoria fu duramente osteggiata fino a Newton.
L’occhio della fede, quello che assume la proprietà dell’osservazione di tutti i fenomeni, celesti e non, dopo condanne e persecuzioni, accettò definitivamente le teorie di Galileo solo nel 1992.
Insomma, se non fosse prevalso il pensiero greco, oggi guarderemmo il cielo sicuramente in modo diverso.
In ogni caso queste teorie non avrebbero potuto assumere una dignità scientifica se non fosse stato scoperto il telescopio.

E prima del periscopio?
Il telescopio aveva avvicinato i mondi lontani e accontentato gli astronomi, ma le persone basse che si arrampicavano sui pali per avere un miglior punto di vista e i sottomarini che volevano guardare oltre il pelo dell’acqua, hanno dovuto aspettare che Gutemberg, agli inizi del ‘900, s’inventasse un attrezzo per riallineare i punti di osservazione. Da allora il periscopio è rimasto sempre lo stesso, anche quello che viaggia nello spazio.

A me piace pensare che quelli che hanno ideato l’app Periscope (ma anche di Meerkat) si siano ispirati a questo rapporto “semplice” di collegamento tra punti di osservazione.  Semplice perché  aggiunge tecnicamente poco alla sostanza dell’essere connessi.
Se pensiamo alla progressione della presenza in rete,  potremmo sinteticamente tracciare un grafico che parte da Foursquare, che geolocalizza (io sono qui), attraversa Instagram che identifica il soggetto e il suo mondo (selfie e la vista da qui) e aggiunge semplicemente il movimento e il qui e ora.  Per dirla meglio, con le parole di Giovanni: il “micro broadcaster” che fa di noi una comunità di visione.

In sostanza io la vedo come una progressione di cose, di per se inarrestabile, che va sempre compresa e forse anche riletta meglio, ma attraverso l’uso e non la demonizzata.  I dubbi, sempre sacrosanti, non possono sorgere intorno allo strumento ma, come al solito, sull’uso che se ne fa.  I, dubbi di Alessandra Corbetta, per esempio, sono di quelli che preferirebbero distruggere il periscopio di Gutemberg, solo perché potrebbe permettere di spiare senza esser visti.

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Non accettate taralli da blogger sconosciuti

tarallo aviglianese

tarallo aviglianese

il Garante della Privacy,  con un provvedimento che risale all’otto maggio 2014 (numero 229/2014, pubblicato sulla G. U. n. 126 del 3 giugno 2014), ha stabilito le modalità semplificate per dare l’informativa e acquisire il consenso per l’uso dei cookie.

In pratica entro il 2 giugno 2015 tutti i siti web dovranno predisporre una procedura che preveda l’accettazione o diniego del consenso all’utilizzo dei cookies da parte del visitatore del sito.

Cookie, questi sconosciuti
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Esistono, ovviamente,  diversi tipi di cookies con differenti funzioni. La maggioranza dei blogger utilizza, quasi esclusivamente,  cookie di tipo statistico (tipo Google Analytics) che raccolgono i dati del navigatore come esperienza all’interno del blog.
Quelli di “profilazione”, invece,  raccolgono informazioni un po’ più accurate tali da riuscire a individuare le preferenze del visitatore in modo da far apparire sul suo browser banner pubblicitari personalizzati.

Cosa deve fare il blogger?
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Praticamente i cookies tecnici posso essere utilizzati e inviati, l’importante è inserire un messaggio che avverte il navigatore sull’utilizzo dei cookie, seguito da due link: uno per la concessione del consenso e l’altro che indirizzi a una pagina contente le informazioni ulteriori, anche su cookies di terze parti (per esempio quelli usati da Facebook, da Google, ecc….).

Ricordatevi che i cookies non “tecnici” (quelli di profilazione e marketing) non possono essere inviati se l’utente non abbia prestato il suo espresso e valido consenso.

Se usate WordPress e volete inserire un’informativa breve, potete utilizzare qualche plugin come:  Cookies Law Info o Cookie Notice by dFactory.
Se invece avete voglia di lavorare, ma giusto un pochino, potete seguire le indicazioni contenute in questa pagina di Google.

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Meerkat on Android

Screenshot_2015-05-23-13-15-14Meerkat è il nome con il quale gli africani chiamavano il Suricata. Venne introdotto nella lingua inglese attraverso un errore di comprensione dall’olandese che invece con quel nome identificavano un Cercopithecus.
C’è chi sostiene che la derivazione sia sanscrita, ma questa è un’altra storia. Sicuramente a molti il suricata, farà venire in mente “Hakuna Matata” cantata da Timon e Pumbaa nel Re Leone; ma noi ci occuperemo qui, più semplicemente,  di un’app per lo streaming video.

E Periscope?
Perché parlane ora dal momento che l’app c’è già da un po’ di tempo? Anzi sono già forti le polemiche e la concorrenza con Periscope? Semplicemente perché da poco è stata rilasciata sullo store di Google ed è fuori dalla beta anche per i dispositivi Android.
Diciamo subito, così ci togliamo il dente, che le differenze più vistose con Periscope sono la completa integrazione-complicità con Twitter (ma prima che Twitter comprasse Periscope c’era anche per Meerkat) e le possibilità sia di far rivedere lo streaming in replay che di crearne uno privato che Meerkat non fa.  Però mentre Periscope  è presente soltanto su Apple Store, Meerkat lo trovate anche sul Play di Google e questo basta e avanza.

Ma andiamo alla parte pratica.
Per avviare l’app avrete bisogno di un account Twitter (a breve sarà possibile accedere anche con un account Facebook, cosa già possibile con la versione 1.3.1  per iOs) e dell’uso della fotocamera del device (fronte, retro o flash lo sceglierete in avvio di streaming).
Partita l’app vedrete in alto a sinistra, in un quadratino, il vostro account twitter e il vostro “score” (se ci fate tap col dito vedrete following, followers e il tasto del log-out ); al centro la faccina del suricata con il profilo a destra (in questo caso vedrete in basso soltanto 3 live streaming), se ci tappate su, si gira a sinistra e vi mostra tutto il live di quel momento.
A destra trovate una lente d’ingrandimento per cercare i follower e una medaglia (Leaderboard) che vi mostrerà la classifica degli utenti più seguiti (Nora Segura, Madonna, ecc…), quindi se volete iniziare a seguire qualcuno potete iniziare anche da qui.
Più sotto una piccola barra vi invita a scrivere qualcosa (write what’s happening) che sarà il titolo del vostro streaming, mentre più sotto vedrete scorrere le finestre del live streaming . Se qualcosa vi incuriosisce basterà tapparci sopra per guardare, commentare, metterci un like o condividere su Twitter.
Per lanciare il vostro streaming premete sul rettangolino con su scritto “Stream”; parte subito, quindi tenetevi pronti già con la prima inquadratura. In alto vedrete gli utenti che  guardano il vostro video  in quel momento (now watching) mentre dal basso scorreranno gli eventuali commenti.
Per terminare premete “Stop” e Meerkat vi mostrerà il totale delle persone che l’avranno visto.

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