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Ninux Day 2016

A Firenze, nell’ex villa rurale del 1500 di ExFila (che fu la storica sede della fabbrica di matite Fila), dal 26 al 27 novembre ci sarà il Ninux Day, organizzato dalla wireless community network ninux.org.

Tutti i membri delle community italiane ed europee e gli appassionati delle reti free, si riuniranno per discutere di:

* rete come bene comune
* networking spontaneo, dal basso
* governance di comunita’ decentralizzate
* aspetti legislativi legati alle community networks e delle reti wireless
* espressioni artistiche nell’ambito delle community networks o reti wireless
* reti cittadine
* wireless mesh networks
* protocolli di routing
* sistemi operativi FLOSS orientati al networking
* management e monitoring distribuito
* servizi distribuiti e decentralizzati
* fog computing e cloud (IaaS) distribuito
* reti resilienti

Se volete farvi un’idea su Ninux e le reti libere ne parlavo un po’ di tempo fa qui e qui.

Se invece volete proporre un talk o un workshop, potete invia un’e-mail a contatti@ninux.org con una breve biografia e un abstract da 50-100 parole entro il 15 Novembre.

Dove: Exfila, Via Leto Casini 11, Firenze
Wiki: http://wiki.ninux.org/NinuxDay2016
Blog: http://blog.ninux.org
Mappa dei nodi ninux: http://map.ninux.org

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L’internet delle cose vostre

Prima di raccontavi questa storia è bene evidenziare 4 parole chiave.

IoT

è l’acronimo di Internet of things (Internet delle cose) ed è la possibilità concessa agli oggetti di connettersi alla rete e comunicare tra loro. Per esempio un piccolo termostato installato su un frigorifero, un forno, una caldaia, che avvisa via internet il raggiungimento di una temperatura, oppure delle scatoline porta-farmaci che fanno squillare il cellulare di un familiare se il nonno si dimentica di prendere la pillola, tutte le smartTV, l’impianto di riscaldamento o di climatizzazione, ecc….  Insomma tutti quegli oggetti che attraverso un protocollo IP sono in grado di dialogare con qualche nodo della rete Internet e dei quali ci occupiamo poco in termini di sicurezza perché ci viene facile pensare che nessuno voglia entrare nel nostro tostapane.

DNS

è l’acronimo di Domain Name System e serve a “risolvere” i nomi dei nodi della rete in indirizzi IP e viceversa. Per esempio se digitiamo sulla barra degli indirizzi del nostro browser questo indirizzo IP: 216.58.198.36 ci comparirà la pagina di Google, come se avessimo scritto www.google.com. Sostanzialmente a questo serve il DNS e prima della loro invenzione (giugno 1983) se avessimo voluto trovare Google avremmo dovuto conoscere esattamente il suo indirizzo IP.  In pratica, ogni dominio internet viene registrato con un indirizzo IP pubblico e un nome, poi dei database sui server DNS si incaricano di accoppiarli sempre.

Ddos

Il Distributed Denial of Service è un tipo di attacco malevolo che, sfruttando la logica della comunicazione con il protocollo TCP, consiste nell’inviare molti pacchetti di richieste a un server il quale, dovendo rispondere necessariamente a ogni richiesta, si “ingolfa” al punto da rendersi inefficiente.  Quindi tutti gli apparati collegati a internet con TCP sono potenzialmente soggetti a questo tipo di attacco. Ovviamente maggiore è la quantità delle richieste inviate al server e più letale sarà il Ddos, ecco perché, prima di sferrare l’attacco, i cracker devono mettere insieme un buon numero di macchine attaccanti.  Siccome queste macchine sono poi individuabili, i cracker infettano prima un buon numero di apparati, attraverso virus che aprono delle porte esterne, e poi le comandano da remoto. Tutti questi computer diventati “zombie” entrano a far parte della BotNet che diventa la vera macchina da guerra.  E’ interessante sapere che vengono preferite le macchine che eseguono Windows perché è più facile inoculare un trojan ed è praticamente assicurata la diffusione dell’infezione a tutti i contatti presenti sul computer, quindi automaticamente ingigandire la botnet.

ddos-attackEra la primavera del 2013 e i server di  Spamhaus, un’organizzazione che fornisce filtri per bloccare lo spam nelle email, subisce una serie di attacchi informatici che costringono a una navigazione lenta e addirittura nulla in intere regioni del Belgio, Lussemburgo, Olanda, Gran Bretagna e in minima parte anche in Germania e in Francia. Si tratta di attacchi Ddos partiti ai primi di marzo in sordina e che verso la metà del mese erano diventati già insostenibili per i server di Spamhaus. La mole di dati che bombarda questi server viaggiano, all’inizio, a circa 10 Gigabit al secondo, poi si incrementano fino a 100 Gigabit e alla fine raggiungono i 300 Gigabit per secondo (cioè una cosa come 300 miliardi di bit al secondo).  Subito dopo tutti parlano del più grande attacco informatico che la rete abbia mai conosciuto e, per inciso, i sospetti cadranno su  CyberBunker, un gruppo olandese di web hosting che era stato accusato, proprio da Spamhaus, di usare lo spam per la vendita di prodotti e per questo l’aveva inserito nella sua lista per i filtri antispam.  Anche se, in verità, la polemica era già iniziata prima, nel momento esatto in cui CyberBunker aveva ospitato il dominio di “The Pirate Bay”.

Fra coloro che subirono più disservizi ci fu la webtv Netflix che restò irraggiungibile per un bel po’ di tempo.

C’è di nuovo Netflix fra i siti bloccati con l’ultimo attacco Ddos di qualche giorno fa, insieme a Twitter, Spotify, Airbnb, Reddit, Etsy, SoundCloud, GitHub e The New York Times, giusto per fare i nomi più grossi.  La trama è simile a quella appena raccontata e si riparla del “più grande attacco a internet“: la tecnica è la stessa, cambia solo il target,  ma la quantità di dati inviati ai server attaccati è di oltre 620 Gigabit al secondo, più del doppio di quello del 2013.

Alla base c’è sempre il solito Ddos (ormai il 90% degli attacchi sono di questo tipo) ma la prima differenza è rappresentata dal bersaglio: i server di Dyn.com, una società che offre il DNS ai molti domini Internet, che appena attaccata crea un effetto domino su un numero incredibilmente alto di altri server che non riescono più ad essere raggiunti nella rete perchè non rispondono più alla chiamata in chiaro in internet. La seconda sostanziale differenza è costituita dalla botnet: non più un esercito di computer zombie ma una massa indecifrata di attrezzature e oggetti che utilizzano l’IoT:  immaginate un esercito zombie di frigoriferi, televisori, lavatrici, macchine fotografiche, termostati, router, telecamere, video registratori digitali, strumenti della robotica, ecc…. che lanciano l’attacco alla Dyn.

E’ da tempo che l’internet delle cose veniva accusato di non badare troppo alla sicurezza, lo diceva già Forbes nel 2014, per esempio.  Brian Krebs, fra i maggiori esperti di sicurezza informatica, l’aveva previsto e aveva lanciato l’allarme denunciando la presenza di un codice che alimenta la botnet costruita su IoT.

Insomma, l’attacco del 21 ottobre sicuramente farà storia per la semplicità con la quale è riuscita a piegare i grandi di internet senza attaccare i loro server. Farà anche accademia per quanti vorranno provarci seguendo uno dei tanti tutorial disponibili in rete e noleggiando una botnet per 5 dollari l’ora.

Chi è stato? Al momento è difficile dirlo o fare delle previsioni, tutte le strade sono aperte: un gruppo di cracker ingaggiati da qualche azienda o qualche partito? oppure una semplice prova sul campo di una nuova strategia di intelligence?

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La nostra sicurezza nelle chat

In una ricerca pubblicata qualche giorno fa, Amnesty International ha stilato una classifica di 11 aziende (Apple, Blackberry, Facebook, Google, Kakao Corporation, LINE, Microsoft, Snapchat, Telegram, Tencent e Viber Media), proprietarie di applicazioni di messaggistica istantanea, che hanno maggior rispetto per la privacy dei loro clienti.

prismPeccato che sia in testa che in coda alla classifica ci siano gli stessi nomi che dal 2007 al 2013 erano presenti nel famoso caso PRISM.  Amnesty International non ignorava la cosa e ha chiarito di essersi interessata alle aziende “commerciali” con le applicazioni più diffuse. Ecco perché, per esempio, non c’è Signal che appartiene a un gruppo non-profit.

In sostanza Amnesty classifica quelle aziende con più attinenza e rispetto della propria policy in modo da consigliarci un male minore.

I criteri indagati sono stati 5 (1-riconoscere le minacce online alla libertà di espressione e diritto alla privacy come i rischi per i suoi utenti attraverso le sue politiche e le procedure; 2- applica la crittografia “end-to-end” di default; 3-sensibilizza gli utilizzatori sulle minacce alla loro privacy e alla libertà di espressione; 4-rivela i dettagli del richieste del governo per i dati utente; 5-pubblica i dati tecnici del suo sistema della crittografia) ma nessuna analisi tecnica è stata condotta sulla sicurezza globale del servizio di messaggistica.

Precisiamo che neanche con la crittografia “end-to-end”  si è al riparo dagli spioni, poiché sarebbe sempre possibile entrare in possesso delle chiavi crittografiche private con un po’ di “social engineering”, ad esempio, fingendosi uno dei destinatari, oppure assicurandosi il controllo di un nodo della connessione, o anche semplicemente accedendo ai dati di backup del cloud, ecc…., più o meno quello che la NSA faceva con x-keyscore.

Dunque, forse, sarebbe stato più utile considerare “se, dove e come” queste aziende conservano i dati dei clienti.

overall-ranking

Per farla breve ne viene fuori che WhatsApp (il più utilizzato sia per numero di ore che per frequenza di utilizzo e che usa lo stesso protocollo di Signal) è la chat più sicura di tutte, superando anche la concorrente Telegram che, invece, dal 2015  ha messo in palio 300mila dollari per chiunque riesce a superare il proprio sistema di sicurezza.

Ultima cosa importante del documento di Amnesty è che solo la metà delle aziende intervistate, rende pubblico un report sulla quantità di dati degli utenti che viene dato ai governi in seguito a esplicite richieste.

Ma allora, qual è l’app di messaggistica più sicura?

 

ALLO di Google neanche a parlarne. A parte la crittografia traballante c’è quel forte interesse (comune a tutte le aziende) a far soldi con i dati degli utenti che qui viene affinata ancor di più attraverso la “machine learning”. Si tratta di un servizio di profilazione avanzato degli utenti con il quale Google capisce sia il testo che le immagini contenute nei messaggi. In tal modo l’app riesce sia a suggerire frasi automatiche in risposta a delle immagini inviate che consigliare dei risultati di ricerca con una geolocalizzazione rapida su Maps in funzione del contenuto del testo digitato.  Dunque tutto il contrario della privacy dell’utente.

WhatsApp è la più popolare in assoluto, supera il miliardo di utenti e, come dice Amnesty, usa una crittografia end-to-end.  Il problema serio è rappresentato dalla raccolta di dati e metadati (la lista dei contatti, numeri di telefono e a chi si scrive) che Facebook può utilizzare per i propri fini e anche consegnarli alle autorità qualora venissero richiesti. Se poi si sceglie di salvare i contenuti delle conversazioni su cloud si completa il quadro del rischio per l’utente.

Telegram usa il protocollo MTProto definito, però, “traballante” da Thaddeus Grugq. A suo demerito va detto che salva tutti i dati sui propri server in chiaro e a suo merito i “bot” e le api libere per poterli creare, ma sopratutto i “canali” con i quali è possibile comunicare istantaneamente con un grandissimo numero di utenti.

Il migliore è sicuramente Signal e non perchè  l’abbia detto Snowden un anno fa, piuttosto per la sua filosofia di base che lo rende più sicuro.  signalIntanto è un sistema aperto e questo già basta a garantire sulla sicurezza da solo. Anche se può sembrare un ossimoro, in realtà  quando i codici sorgenti sono aperti, chiunque può migliorarli creando patch e sviluppi alternativi attraverso collaborazioni diffuse e riutilizzo del codice.

Inoltre Signal non raccoglie dati e metadati degli utenti da nessuna parte, ma annota soltanto i tempi di connessione. Anche quando chiede di condividere i contatti (in modo da trovare chi usa la stessa app) tutta l’operazione viene subito cancellata dai server.  Non essendo presente la funzione di backup della chat, nel caso si cambiasse smartphone, si dovrà spostare tutto a mano.

E’ stata creata da Open Whispers System, una società no profit che si finanzia solo con le donazioni volontarie. L’unico neo di questa app è quella di essere poco diffusa (sembra che sia stata scaricata da poco più di 1 milione di utenti contro il miliardo di utenti dichiarato da WhatsApp) e probabilmente resterà tale proprio a causa della sua filosofia sulla sicurezza che la rende poco user friendly.

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Ora e sempre Resistenza (non resilienza)

“Ora e sempre Resistenza” sono i versi finali si una famosa poesia di Calamandrei, ma da un po’ di tempo si sente tanto parlare di “resilienza”.

Si è vero, è un fenomeno di moda di origine anglosassone, ma la cosa antipatica è che molti si affannano a insegnarne pratiche e sistemi; e lo fanno amministrazioni pubbliche e aziende private.

Anche se il sostantivo potrà apparirvi simile o sinonimo di “resistenza”, in realtà è tutt’altra cosa.

L’unica base comune è uno stato di malessere soggettivo o collettivo, qui finisce tutta la somiglianza dei due termini.  Le differenze sostanziali sono nelle soluzioni, nelle reazioni (appunto) a questi stati di difficoltà.

I resilienti di fronte alle difficoltà derivanti da un sistema, tendono ad adattarvisi cercando di rientrarvi dentro attraverso auto-innesti di reazioni positive.

I resistenti, più semplicemente, tendono a lottare quel sistema che causa malessere per cambiarlo.

Tutto qui.

Ecco perché le aziende, gli imprenditori, gli amministratori, preferiscono i resilienti, perché sono soggetti malleabili e adattabili al sistema.

Chi parla di resilienza non sta parlando di voi, ma sta solo organizzando una propria comodità.

Quindi, sempre meglio resistere che resilire.

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Una scatola nera su tutte le auto e addio alla privacy

Il disegno di legge Concorrenza, ad opera di Salvatore Tomaselli e Luigi Marino del PD, sta per essere approvato in via definitiva e, tra le tante cose (come la regolamentazione di Uber), obbligherà tutti gli automobilisti all’installazione di una “scatola nera” all’interno dei propri autoveicoli.

Queste scatole nere non sono proprio una novità. Circa il 16% degli automobilisti ne ha già installata una, grazie al fatto che le compagnie assicurative offrono uno piccolo sconto sulla polizza in cambio della spontanea georeferenziazione del veicolo. L’automobilista, a fronte di questo sconto, cede la propria privacy e la propria libertà di spostamento.  Il Codacons dice però che lo sconto è poca cosa dal momento che la maggiore diffusione di questi apparati è quasi del tutto limitata a quelle province (Napoli, Caserta, Salerno, Reggio Calabria e Catania) dove il prezzo della Rc auto è la più cara d’Italia. E poi il costo dell’acquisto, del montaggio e della manutenzione del dispositivo (black box) restano a carico del cittadino.

L’obbligo partirà prima per i mezzi pubblici e, dopo un anno, si estenderà a quelli privati.  Il governo dovrà ancora definire quali informazioni minime dovranno essere obbligatoriamente rilevate e quale sarà il loro trattamento, ma di certo non potranno impedire ai GPS di tracciare e registrare l’attività dell’autoveicolo e, quindi, la sorveglianza sull’attività delle persone all’interno delle automobili è già compiuta.

Qualche tempo fa Maurizio Caprino, su Il Sole 24 Ore, ha sostenuto che la compatibilità di questo dll con le norme UE è tutta da verificare, dal momento che quest’ultima è interessata più a obblighi in materia di sicurezza (come i “sistemi di frenata automatica, allarme in caso di cambio di corsie involontario, cruise control attivo e simili”) che ai sistemi di tracciamento.

Allora a chi può interessare tutto questo affaccendarsi del governo per la scatola nera?

Certamente alle compagnie assicurative che attraverso il controllo sull’uso del veicolo, hanno la possibilità di verificare la dinamica di un incidente  in modo da smascherare eventuali truffe ai loro danni. E conviene anche ai produttori dei dispositivi che, manco a farlo apposta,  da tempo spingono in tal senso.

Insomma questo ddl Concorrenza attuerà, di fatto, una sorveglianza massiva attraverso la raccolta indifferenziata di informazioni sensibili su tutti gli automobilisti, sottoponendoli a una restrizione della propria libertà.

Qui non c’è in ballo la sicurezza delle persone ma soltanto un incremento del campo dei sistemi di sorveglianza di massa (come il pre-screening dei passeggeri sugli aerei, le intercettazioni di massa dell’NSA, il pullulare delle telecamere di sorveglianza privata con una legislazione che ne ha mollato completamente il controllo, ecc…).

Insomma per chi non vuole essere tracciato non resteranno che due opzioni: la bicicletta o l’hackeraggio della scatola nera.

 

 

 

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La notte più buia della Big Apple

Di fronte all’Oceano Atlantico, sulla foce del fiume Hudson, sorge New York, la città più popolata degli Stati Uniti.
La chiamano Big Apple perché il suo perimetro urbano somiglia a una grande mela e sembra che il primo ad accorgersene sia stato Edward Martin che così la definì nel suo libro “The Wayfarer in New York” del 1909. Vent’anni dopo il giornalista sportivo John Fitzgerald, intitolò la sua rubrica sulle corse di cavalli a New York “Around the Big Apple”, mentre  nel 1971 l’Ufficio del Turismo adottò ufficialmente il simbolo della mela accanto al nome della città.
Il periodo più buio della storia della grande mela è certamente il 1977. Lo stato sociale è completamente a pezzi e il livello di povertà è al suo massimo storico. Il sindaco democratico Abraham Beame (che alla fine di quell’anno terminerà il suo mandato) per fronteggiare la crisi economica, come da consolidata tradizione liberista aveva varato un taglio indiscriminato di tutte le spese per i servizi sociali.  Come di solito, in questi casi, a farci le spese sono le fasce sociali più deboli con il conseguente inasprimento della pace sociale soprattutto nei quartieri poveri della città.
Infatti le gang oltre a controllare il traffico della droga sono anche l’unico riferimento sociale ed economico dei giovani americani dei quartieri popolari. Come se non bastasse, David Berkowitzuz, denominato “il figlio di Sam” (o il “killer della 44”), ha già ammazzato sei persone, ferendone altre nove. Berkowitzuz era il cognome della famiglia che lo aveva adottato perché lui, in realtà, si chiamava Falco ed era figlio di un pescivendolo italo-americano che lo aveva abbandonato alla nascita.  Il killer confesserà, dopo la cattura, di essere stato “affascinato dalla stregoneria, dal satanismo e dalle scienze occulte fin da bambino” e che il film “Rosemary’s Baby” lo aveva colpito in modo particolare.
Prima che Berkowitzuz fosse catturato (dai poliziotti italo-americani Strano, Gardella e Falotico il 10 agosto), alle 21 e 30 del 13 luglio sulla Big Apple cala la notte più scura che i newyorkesi ricordino.
Quasi in tutta la città va via la luce e l’interruzione durerà fino alla sera del giorno successivo. Un violento temporale ha fatto saltare le linee dell’alta tensione della società elettrica “Con Edison”  provocando un blackout totale sull’intera rete.  Solo il distretto del Queens si salva perché è da sempre servito da un’altra compagnia elettrica, la “Long Island Lighting Company”.
Un po’ il buio ma soprattutto il disagio dei sobborghi e dei quartieri  popolari come Brooklyn, Harlem e il South Bronx, scatenarono una serie di rivolte urbane spontanee.  Circa duemila negozi furono saccheggiati e quasi la metà incendiati.  Il giorno dopo i bollettini della polizia parlarono di oltre tremila arrestati e quelli della stampa ufficiale sottolinearono soltanto due concetti chiave: saccheggio e vandalismo.
La morale conseguente fu facile da riassumere in un solo titolo: “notte di terrore“.
Eppure ci furono anche quelli, come gli abitanti del Greenwich Village, che scesero in strada e cantarono e ballarono per tutta la notte a lume di candela.
Poi la luce ritornò e anche se non si riuscì a fare chiarezza fino in fondo sulle responsabilità di quel lungo back out, restava ancora un killer da catturare e una mela da sgranocchiare. Nel frattempo nelle sale cinematografiche si proietta Star Wars e a Memphis muore Elvis Presley, giusto per completare il buio più pesto della storia, e non solo di New York.

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Catching ‘em all

Sembra arrivata l’ora di Pokémon Go. A breve il gioco sarà scaricabile anche in Italia e in qualche modo dobbiamo attrezzarci.

Il gioco non gira su tablet ma solo su smartphone con iOS e Android, al momento Microsoft è fuori come sono fuori tutti gli smartphone con le CPU Intel.

I requisiti per Android:
– versione Android 4.4 KitKat;
– display con risoluzione 1280×720 pixel;
– connessione internet (minimo 3G);
– GPS.

I requisiti per iOS:
– versione iOS 8;
– iPhone 5;
– connessione internet (minimo 3G);
– GPS.

Attenzione, se avete fatto il  jailbreak al vostro iPhone l’app non funziona, la stessa cosa se avete scaricato e installato l’apk, dovrete disinstallarla per scaricare e installare il gioco in italiano.

Il gioco viene definito a “realtà aumentata” perchè, utilizzando il GPS, vi geolocalizza e vi fa apparire i pokémon sui luoghi che frequentate comunemente.

Dopo aver lanciato l’app bisognerà configurarla con un profilo-utente, attivare internet e gps, e dopo aver dato uno sguardo al tutorial iniziale si è pronti per il gioco.  Quando pokémon Go vi avviserà, con una vibrazione, della presenza nei paraggi di un pokémon, dovrete inquadrare di fronte, e intorno a voi, con la fotocamera e appena individuate un pokémon, dovete tirar fuori una poké ball e con le dita lanciargliela contro, se fate centro lo catturerete e arricchirete la vostra pokédex. Ovviamente la cattura non è proprio facilissima e le difficoltà aumenteranno ad ogni livello successivo.   In sostanza più girate e più possibilità avrete di incontrare pokémon e, soprattutto, pokéstop, delle scatole blu dalle quali prelevare (scorrendovi sopra con le dita) degli oggetti utili per catturare i pokémon, o delle uova di pokémon che si schiuderanno dopo che avrete coperto una certa distanza.

I giocatori (allenatori) già esperti consigliano di lanciare la poké ball con un tiro né forte e né debole ma soltanto quando il pokémon è esattamente dentro un cerchio di colore verde.  I pokémon più facili si cattureranno anche con una sola poké  ball, per quelli rari o evoluti ce ne vorranno di più.

Come per tutti i giochi anche qui, se avete voglia di spendere dei soldi (che vi sconsiglio di fare), potete acquistare delle monete da spendere nell’acquisto di poké ball più efficienti come le Great Ball, le Ultra Ball o le Master Ball.

Tips and tricks

Quando siete a caccia sulla vostra mappa e notate un movimento nell’erba, vuol dire che siete vicini a un pokémon. Consultate il grafico in basso a destra sullo schermo per vedere di quali pokémon si tratta e a quale distanza si trovano: se nel grafico vedete tre impronte allora il pokémon è lontano, con due è un po’ più vicino mentre con una sola impronta potete preparare la poké ball e quando non ci saranno più impronte siete pronti per la cattura.

Tenete conto che i pokémon fanno parte di grandi famiglie legate agli elementi naturali (laghi, erba, vulcani, ecc…) e pertanto saranno presenti in prossimità di tali elementi. Ce ne sono anche di notturni, come Haunter e Golbat , che se volete catturare dovrete passeggiare di notte.

Strumenti utili sono gli incense pot, che lanciati a terra creano una nuvola che attira i pokémon; oppure i lure module che, se attivato nel pokéstop, attira pokémon per la durata di 30 minuti, in questo caso visibili a tutti i giocatori che si trovano nella stessa area.

Dal quindo livello in poi avrete l’accesso alle pokémon gym, dei posti in cui combattere con altri giocatori per impossessarvi dei loro pokémon.

Un consiglio utile per i combattimenti è quello di muovere le dita sullo schermo il più velocemente possibile.

Se volete delle scorciatoie sappiate che è possibile barare falsando la propria posizione sul GPS, come descritto da Jake Davis, con un trucco banale che fornisce false coordinate al GPS allo smartphone in modo da sembrare di essere presenti in determinati posti. Avrete in tal modo un mezzo potente in grado di trasportarvi in qualsiasi posto vergine o poco popolato.  Ma attenti perché se la Niantic se ne accorge vi bannerà.

Inoltre Il Sole 24 ore vi svela anche chi c’è dietro Pokémon Go.

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