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Condividere saperi, senza fondare poteri

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La cassetta degli attrezzi di Snowden

Telefonate e SMS
Basta installare l’app Signal in modo da criptare tutte le conversazioni, così anche se venissero intercettate non si comprenderebbe nulla.

Notebook
Criptare l’hard disk l’hard disk in modo da rendere illeggibili tutti i dati nel caso venisse rubato o cadesse in mani sbagliate.

User e password
KeePassX è un buon software che consente di creare password sicure, ognuna dedicata a un solo sito Internet, ma senza il problema di doverle memorizzare. Siccome è molto diffusa l’abitudine di utilizzare la stessa password per registrarsi in tutti i siti internet, capita sovente che anche quella usata per Gmail, sia la stessa registrata tanti anni prima in un sito che adesso non si visita più e che potrebbe essere hackerato.

sicur2Identificazione
Conviene utilizzare l’identificazione a due fattori, cioè oltre alla password anche un mezzo alternativo di identificazione, per esempio un sms, così se qualcuno si impossessa della password, avrà bisogno anche del telefono. Gmail, Facebook, Twitter, Dropbox, GitHub, e tanti altri già lo fanno (qui una lista di chi offre tale servizio).

Browser
TOR  Browser è un ottima strada per accedere a un dato su Internet senza lasciare traccia. Può anche aiutare ad aggirare la censura quando siete in una rete in cui alcuni siti sono bloccati. E’ sicuramente il progetto più importante sotto dal punto di vista della privacy ma non è a “prova di bomba”. Resta comunque una buona misura di sicurezza per dissociare la propria posizione geografica dall’attività su Internet. La cosa più importante è che la rete TOR è gestita da volontari e chiunque può attivare un nodo della rete TOR, sia che si tratti di un nodo d’ingresso, che di uno intermedio o di uscita, basta voler accettare qualche rischio.

Facebook
Non è necessario condividere tutto e in ogni caso la condivisione deve essere selettiva. Non è necessario che tutti sappiano tutto di noi. Non è necessario mettere il nome da nubile della propria madre se lo si è utilizzato anche per recuperare la password di Gmail.
La condivisione è una buona cosa, ma deve essere fatta volontariamente e consapevolmente. Le informazioni condivise devono essere reciprocamente vantaggiose e non semplicemente cose che ti vengono prese.

sicur1Internet
Consideriamo che usando Internet ci vengono rubate informazioni silenziosamente, in modo invisibile, a ogni click. Delle informazioni personali vengono sottratte a ogni pagina che visitiamo: vengono raccolte, intercettate, analizzate e registrate. E’ importante assicurarsi che le informazioni che vengono raccolte su di voi, lo siano per vostra scelta.
Potremmo usare un plugin come HTTPS Everywhere  (già installato su TOR), per servirci di comunicazioni cifrate e sicure in modo che i dati scambiati restino protetti.

Adblock
Certi provider, come Comcast, AT&T e altri, inseriscono annunci pubblicitari durante le connessioni in chiaro (http) servendosi di Javascript  o Flash e proprio in quel momento stiamo aprendo le porte del browser ad un probabile attacco. Allora non ci resta che bloccare preventivamente questi annunci.

Script
E’ necessario disabilitarli (su Firefox è disponibile il plugin “noscritp”).

Virtual machine
E’ sempre preferibile utilizzare una macchina virtuale  (un programma che crea un sistema operativo separato da quello installato sul computer) che simula un secondo computer, perchè se questo se viene infettato, lo si distrugge semplicemente cancellando il file che lo contiene e se ne ricrea uno nuovo, senza che il sistema operativo originale subisca danni e che i virus si propaghino sul computer.

Sandbox
E’ un sistema che isola un certo programma dal vostro sistema operativo e, come per la macchina virtuale, lo si può distruggere se infettato dai virus (per esempio il progetto chromium).

Smartphone e sicurezza
Molti dimenticano che tutti i telefoni cellulari lasciano una registrazione permanente di tutti gli spostamenti, fornendo informazioni anche quando non li si usa. Questo non vuol dire che si devono bruciare ma che si deve pensare al fatto di averlo con se, quindi se dovete andare in un certo posto e non volete essere associati a quel luogo basta non portarselo dietro.

sicur3Sorveglianza di massa.
Il “Mixed routing”  (l’invio di proprie comunicazioni attraverso più macchine reali o virtuali) è una delle cose più importanti di cui abbiamo bisogno nel campo delle infrastrutture Internet. Non abbiamo ancora risolto il problema di come separare il contenuto della comunicazione dalla traccia che la comunicazione lascia. Per avere una privacy reale bisogna ottenere la separazione tra il contenuto e la traccia della comunicazione. Il problema con le comunicazioni di oggi è che il provider sa esattamente chi siamo. Sa esattamente dove viviamo. Conosce il numero della nostra carta di credito, l’ultima volta che è stata utilizzata e il montante della transazione.
Abbiamo bisogno di strumenti che possano connettersi anonimamente a Internet. Meccanismi che consentano che ci si associ privatamente. Soprattutto, abbiamo bisogno di sistemi che permettano la difesa della privacy nei pagamenti e nella consegna delle merci, che sono le basi del commercio.

[tratto dall’intervista di Micah Lee a Edward Snowden]

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Quel ponte sul fiume Basento

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il back stage (foto di Vito Pace @bituccio)

Lo strutturalismo vede l’opera d’arte (o tecnica) come un insieme complesso di rapporti fra tutti i singoli elementi che la compongono. Chissà se Renato Pedio quando nel 1988 scrisse sulla rivista di Bruno Zevi (Architettura Cronache e Storia), che Musmeci è uno “strutturalista” capace di trasformare le equazioni in architetture, abbia voluto adoperare un sinonimo di “strutturista” proprio per ampliare il campo delle possibilità di indagine intorno all’opera dell’ingegnere romano.
Sergio Musmeci, morto nel 1981 a solo 55 anni, è stato un ingegnere civile che nella sua vita si è dedicato alle sue più grandi passioni che passavano dal calcolo strutturale all’astronomia, all’arte, alla musica e alla filosofia. Fu docente di “Ponti e Grandi strutture” presso la facoltà di Architettura di Roma insegnando ai suoi allievi che anche uno strutturista può e deve dare il suo contributo creativo alla realizzazione delle opere.
Ne suoi studi sulla forma e il minimo strutturale, sviluppò una propria teoria che sarà alla base dei suoi progetti professionali. Nuovo e moderno saranno i corollari di questa visione delle strutture lontane dal modo formale con cui si progettavano le grandi opere dell’epoca.
Sarà proprio la realizzazione del ponte sul fiume Basento a diventare l’opera più esemplare e significativa delle teorie scientifiche di Musmeci.
Siamo alla fine degli anni ‘60 e Potenza non è certo un luogo che ospita grandi interventi architettonici, ma è molto sentita l’esigenza di collegare il polo industriale-artigianale (una discreta area produttiva fatta di piccole e grandi imprese che occupano circa seimila addetti sviluppatasi lungo il fiume) con il resto della città, superando sia la linea ferroviaria delle FS che il fiume Basento.
E’, infatti, il Consorzio Industriale di Potenza, sotto la presidenza di Gino Viggiani a pensare in grande, affidandosi a Sergio Musmeci per la realizzazione non di un semplice ponte ma di una vera e propria opera “nuova” e “sperimentale”.
Le teorie di Musmeci, come ricorda il fratello Alberto, non trovano sempre una corrispondenza pratica nella produzione di opere che sperimentino quelle forme derivanti dal flusso delle forze. Il progetto per Potenza si presenterà, quindi, come una grande occasione per materializzare le teorie in modo definitivo.

primo ciak - Vania Cauzillo con Egidio Comodo, presidente dell'ordine degli Ingegneri di Potenza (foto di Vito Pace @bituccio)

primo ciak – Vania Cauzillo con Egidio Comodo, presidente dell’ordine degli Ingegneri di Potenza (foto di Vito Pace @bituccio)

Qualcosa di simile era già stato realizzato nel mondo anche da altri progettisti, ma solitamente si trattava di coperture che avrebbero dovuto sostenere poco più del proprio peso. Quella del ponte di Potenza, invece, avrebbe dovuto reggere se stesso e ovviamente tutto ciò che ci passava sopra, sempre lasciando in libertà il naturale fluire delle forze e trasferendo tutti i carichi stradali in fondazione.
“Forse è solo un modo non convenzionale, ma legittimo come ogni altro, di pensare un ponte”, dirà più tardi Musmeci.
Il progetto, sottolinea Riccardo Capomolla (negli atti al 1° Convegno di storia dell’ingegneria del 2006), segnerà anche il superamento di un altro limite pratico rappresentato da quell’approccio “empirico-analitico” legato all’uso del regolo calcolatore. Musmeci già dal 1970 utilizzava un calcolatore Toshiba con il quale eseguiva due programmi composti da 16 istruzioni ciascuno (qualche anno dopo passerà a un “HP 9815” dotato di 3 registri e con il quale sviluppò anche dei giochi) senza il quale quella teoria delle forme, basata sul trattamento di un’enorme base di dati, sarebbe stata impraticabile.
L’idea che sta alla base del ponte, e della teoria di Musmeci, è che la forma della struttura debba essere “dedotta da un processo di ottimizzazione statico”, la cui sagoma di superficie obbedisca alle stesse leggi che generano le figure strutturali degli elementi naturali. Così come una pellicola di acqua e sapone si dispone secondo una superficie minimale, il ponte doveva avere una forma possibile che si attenesse al principio del “minimo strutturale”.

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il camminamento pedonale (foto sono di Vito Pace @bituccio)

Non si pensi che fu tutto facile, tutt’altro. All’inizio si dovettero superare le ritrosie e le oscurità politiche locali e, prima della sua realizzazione, il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici impose la verifica statica su di un modello. Se ne occupò l’Istituto Sperimentale Modelli e Strutture di Bergamo che, a spese del Consorzio industriale di Potenza, costruì un modello in microcemento lungo 14 metri (scala 1:10) che riuscì a battere le incertezze e ne verificò la resistenza.
Per completare l’opera l’impresa Edilstrade di Forlì, sotto la direzione dello stesso Musmeci, ci impiegò quasi dieci anni e nel 1976 fu possibile attraversare un ponte, costituito da un’unica volta spessa 30 centimetri con 4 campate di 60 metri ciascuna, da sopra, da sotto ma anche all’interno, in quella che ancora oggi resta di una passeggiata pedonale mai completata.
A 40 anni dalla sua realizzazione quel viadotto dell’industria, chiamato semplicemente o affettuosamente “ponte Musmeci”, sarà la prima opera infrastrutturale ad essere vincolata come opera d’arte.
Di questa storia e di come una straordinaria opera di ingegneria abbia rappresentato una vera e propria sfida sia per il progettista che per una piccola città del Sud, si racconta nel documentario intitolato “La ricerca della forma. Il genio di Sergio Musmeci”, che sarà presentato, in anteprima, il 29 gennaio al MAXXI di Roma e il 5 febbraio al Teatro Stabile di Potenza.
La regia è di Vania Cauzillo, il montaggio di Chiara Dainese, la 3D – computer grafica di Michele Scioscia e Marica Berterame, le musiche sono della Scuola di Musica elettronica e Applicata del Conservatorio di Musica “E. R. Duni” di Matera/MaterElettrica, la fotografia di Vito Frangione, il soggetto di Sara Lorusso e Michele Scioscia, la sceneggiatura di Vania Cauzillo e Sara Lorusso, la presa diretta del suono di Angelo Cannarile.
«È stato straordinario affrontare il viaggio all’interno della ricerca di Sergio Musmeci – racconta Michele Scioscia, ingegnere potentino, produttore e fondatore di effenove – lavoro da anni nel campo dei beni culturali e monumentali anche attraverso l’utilizzo della computer grafica, ma con questo documentario l’opera è stata solo il palcoscenico di un racconto che poi ha fatto emergere l’uomo.»
L’opera è prodotta da effenove, una start up della cinematografia nata con l’avviso #bandoallacrisi della Lucana Film Commission, in collaborazione con MAXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo), Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Ordine degli Ingegneri della Provincia di Potenza, Fondazione degli Ingegneri della Provincia di Potenza e Consorzio Industriale della Provincia di Potenza.
«La sfida – spiega la regista Vania Cauzillo – è stata approcciare a lavoro tecnico di altissimo ingegno e rigore scientifico, individuando però una strada con cui essere estremamente divulgativi. Una sfida che proprio Musmeci ci insegna ancora oggi a cogliere, per divulgare sapere come bene comune.»

[pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno]

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Le nuove teorie sul lavoro

Controllo

panopticon

The works of Jeremy Bentham

Nel 1791 un giurista inglese, Jeremy Bentham, descrive un sistema funzionale per il controllo della detenzione che occulta l’osservatore/controllore. Foucault lo descrive come un rovesciamento di principio: “il potere disciplinare si esercita rendendosi invisibile e, al contrario, impone a coloro che sottomette un principio di visibilità obbligatorio. Al contrario dell’epoca premoderna , dove “il potere  è ciò che si vede, ciò che si mostra, ciò che si manifesta e, in modo paradossale, trova il principio della sua forza nel gesto che la ostenta”.  (Sorvegliare e punire).

Forse non molti sanno che il fratello minore di Bentham, Samuel, era un bravo ingegnere navale che si era fatto notare da Caterina II di Russia per aver inventato, oltre a diversi macchinari industriali, una nave anfibia ed una chiatta snodata. Tra le tante cose, Samuel era anche direttore delle officine di Potëmkin e mentre svolge la sua attività di sorveglianza dell’attività di un grande numero di operai, si immagina un sistema di controllo centralizzato; proprio quello che diverrà più tardi il Panopticon.

Il nuovo sistema di controllo verrà subito sperimentato nella fabbrica di famiglia dove lavoravano dei carcerati che più tardi, grazie al Gilbert’s Act, saranno sostituiti con i poveri della contea.

Marx dice che sfruttamento e controllo sono le due facce della medaglia capitalista. Anche quando cambia la forma di quel potere, anche quando diventa plurale o cooperativo, la sorveglianza resta sempre esercizio del potere.

Non saranno stati questi gli stimoli che hanno guidato due ministri italiani a scrivere, nel maggio del 1970, l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, ma una qualche preoccupazione doveva esserci per cercare di metterci una toppa.

A portare il tutto di nuovo  in equilibrio ci pensa Renzi e con la riforma del lavoro amplia la sfera delle attività di monitoraggio per ragioni di sicurezza, inaugurando il controllo indiretto (“preterintenzionale”) del comportamento del lavoratore. .

Precarizzazione

tratto da www.totalita.it

da www.totalita.it

La riforma di Renzi si incentra anche su un altro pilastro del controllo: la precarietà. L’instabilità del posto di lavoro e l’insicurezza del reddito danno minor certezza al lavoratore e maggior vigore al padrone.

Il Jobs Act fa addirittura un condono a tutti quei datori di lavoro che sarebbero stati costretti a trasformare dei contratti precari in altri a tempo indeterminato; inoltre il nuovo sistema delle “tutele crescenti” preclude la possibilità di impugnazione alla scadenza del periodo di precariato. Si aggiunga che il governo Renzi, a inizio 2015, ha stabilito una “decontribuzione” per le nuove assunzioni che invece, nella stragrande maggioranza dei casi, è stata utilizzata per rinnovare contratti già esistenti.

La scomparsa dell’articolo 18, poi, alimenta ancor di più il principio di instabilità dal momento che stabilisce che per i licenziamenti disciplinari, il reintegro è possibile soltanto in presenza di “insussistenza del fatto in sé”, senza tener conto di nessuna circostanza.

Innovazione e Uberizzazione

Una novità la coglie Roberto Ciccarelli su Il Manifesto nel sostenere che il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, abbia mutuato la sua nuova teoria sull’innovazione  nel mondo del lavoro dal libro di Hannah Arendt, Vita Activa.  La distinzione tra lavoro e opera: la prima legata a un concetto di attività subordinata, l’altra a una autonoma, dove il lavoratore è anche padrone. In pratica da una parte il dipendente che deve rispettare un contratto (con riferimento alla presenza – l’ora di lavoro) e dall’altra l’autonomo che legato esclusivamente dalla prestazione.

immagine tratta da www.tomshw.it

da www.tomshw.it

“Immaginare un contratto di lavoro che non abbia come unico riferimento l’ora di lavoro ma la misura dell’apporto all’opera” è il sogno di Poletti ed è quindi utile pensare a una “personalizzazione” del rapporto di lavoro: un lavoro che preveda qualsiasi forma contrattuale anche solo a chiamata, un po’ come Uber.

Uber è un’app attraverso la quale dei normali autisti diventano tassisti freelance; quindi se mi servi, ti trovo, ti chiamo e tu vieni, stabilendo un “contratto” di tipo personale e in relazione a quella singola chiamata.

Si, sarà pure friendly ma come la mettiamo con le rivendicazioni? Certo, si può sempre andare da un avvocato anziché manifestare e scendere in piazza insieme ad altri che hanno lo stesso contratto.

E non pensate che sia pura teoria; i “voucher” cosa sono se non questo? Dei buoni lavoro-orari senza il minimo legame tra prestazione e retribuzione.

Il problema è che tendono a far passare questi cambiamenti come processi “innovativi” ed è proprio nella direzione di queste spinte che questo governo vorrebbe giocarsi il futuro del paese e dei lavoratori, anche con la complicità di ignari innovatori conviti di dover svoltare semplicemente la pagina sul versante digitale.

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A Matera e a Pignola per il Linux Day 2015

123832479-e4234ef5-19e4-4afe-84bf-752864114d90Se non avete mai sentito parlare di Linux, non avete idea di cosa sia un software libero e neanche immaginate cosa voglia dire “open source”, forse è il caso di fare un salto alla giornata del Linux Day 2015 che si svolge oggi in tutta Italia (qui c’è una mappa per trovare quella più vicina).

Linux Day è una manifestazione organizzata in tanti eventi locali che dal 2001 promuove e diffonde sul territorio italiano sia il sistema operativo GNU/Linux che il software libero. E’ promossa da Italian Linux Society (ILS) ed è organizzato localmente da gruppi di appassionati che solitamente si aggregano in Linux User Group (LUG).

Anche quest’anno si ripeterà in 96 città italiane con una serie di eventi in contemporanea.

Il Linux Day lucano vede impegnati l’OpenLab Matera e il Pignola Linux Users Group.

A Matera la partenza è alle 10,00 presso #CasaNetural in via Galileo Galilei. Qui l’OpenLab illustrerà i propri progetti di sviluppo e ricerca e metterà a disposizione dei visitatori gli strumenti e le conoscenze necessarie ad un primo approccio al sistema operativo libero e all’open-source.

A Pignola, presso la palestra della scuola media di via Cristoforo Colombo, il Linux Users Group farà una sessione mattutina dedicata esclusivamente agli studenti dell’IC di Pignola, mentre dalle 15 alle 21 l’ingresso sarà aperto a tutti. Sarà interessante scoprire come, in open source, è possibile realizzare un sistema di Home Theater, giocare con uno sparatutto, utilizzare un drone, creare una macchina virtuale, usare un braccio meccanico, oppure vedere come funziona una serra intelligente.

Sia a Matera che a Pignola la parola d’ordine sarà Installation Party che vuol dire: porta con te il tuo pc e prova, insieme agli organizzatori, a far “sparire Windows” dalla macchina.

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Cosa accade in Turchia?

Due esplosioni: 86 morti e 186 feriti; è quanto accaduto stamattina ad Ankara durante la manifestazione pacifista per la soluzione del conflitto con i curdi del Pkk.
Selahattin Demirtaş, copresidente di HDP,  ha dichiarato: “Ci troviamo di fronte a una mentalità dello stato che è diventata una mafia, un assassino e un killer seriale”.
Dopo l’esplosione la polizia ha attaccato un gruppetto di manifestanti, lanciando anche gas lacrimogeni che hanno ostacolato il servizio delle ambulanze. Ma la repressione dei curdi in Turchia ha una lunga storia.
Dal 1990 al 1994, oltre un milione di curdi sono scappati dalle campagne (rifugiandosi a Diyarbakir, capitale morale del Kurdistan) quando l’esercito turco invadeva e saccheggiava i villaggi. Chomsky scrisse che dal 1994 in poi,  la Turchia passò al primo posto tra i paesi importatori di forniture militari americane, e che “quando le associazioni di difesa dei diritti umani denunciarono l’uso da parte dei turchi di jet statunitensi per bombardare i villaggi, l’amministrazione Clinton trovò il modo di eludere le leggi che imponevano la sospensione di forniture belliche alla Turchia”.  Ovviamente sostenendo che la necessità di difendere il paese dalla minaccia terroristica fosse fondamentale.
Ma dopo la primavera del 2013  la repressione subisce un’ulteriore impennata.
Il presidente Erdogan vara una serie di misure di sicurezza che prevedono il fermo di polizia, preventivo, di 48 ore senza alcuna convalida del magistrato (quindi tutto a discrezione della polizia), l’uso delle armi da fuoco da parte degli agenti in caso di disordini (si aggiunga che la legge considera le fionde e le bottiglie come vere e proprie armi) e la perquisizione di case “sospette” senza alcun mandato. Insomma uno stato di polizia in tutta la sua forza; una dittatura coperta da un stato liberale.
L’obiettivo è quello di distruggere un popolo già privato completamente dei diritti civili, ma soprattutto annientare il Partito dei lavoratori curdi che combatte da trentanni per creare uno stato indipendente nel sudest della Turchia.
A luglio di quest’anno Erdogan ha interrotto la tregua che durava da due anni, con il PKK e con la scusa della guerra allo Stato islamico, ha intensificato i raid aerei contro il Pkk.
Scrive Gwynne Dyer sul Guardian, che se Erdoğan vuole vincere nuove elezioni ha bisogno del sostegno dell’estrema destra; ma si tratta di ultranazionalisti contrari a un accordo con i curdi e, quindi, per convincerli, ha cominciato a bombardare il Pkk.

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Di Kloe e altre cose (ne parliamo con Giuseppe Granieri)

Dice Wikipedia che Giuseppe Granieri, nato a Potenza nel 1968, è un saggista fondatore di uno dei primi siti letterari italiani (da tempo diventato il suo blog), che si occupa di digitale da tanti anni. Ha scritto “Blog generation” (arrivato alla quarta edizione e tradotto anche in portoghese), “La società digitale” e “Umanità Accresciuta“. Ha collaborato con “Il Sole 24 Ore”, ha lavorato alla progettazione di musei con Carlo Rambaldi; è stato direttore editoriale di 40k (“una delle sette piattaforme che sta cambiando l’editoria”). Attualmente collabora sia con la “La Stampa” che con “L’Espresso” oltre a insegnare presso l’Università Carlo Bo di Urbino.

In generale non è facile definire le persone o raccontarle agli altri; la strada facile è quella di far parlare le loro biografie. Ho usato Wikipedia per non accollarmi l’onere della sintesi, perché conosco Giuseppe e potrei parlarne per tutto il post.  Io aggiungo soltanto che è uno di quelli che sta sempre un passo più avanti (credo che i suoi occhiali non gli servano a correggere la miopia ma a vedere oltre i muri, le cose, le persone, il tempo…  ma è solo un sospetto), infatti ama definirsi “futurista”, nel senso di essere proteso verso il futuro.  Altra particolarità è che nulla riesce a sradicarlo dalla sua città dove, da poco, ha dato vita a “Kloe ” un’azienda di comunicazione dal respiro internazionale.

Giuseppe, c’è scritto in grande sulla home del sito di Kloe che fate una “comunicazione di alto livello a portata dei piccoli business e dei grandi progetti”.

È più banale di quanto sembri. Oggi la circolazione sui media parte soprattutto sul digitale (il mobile, ad esempio è lo strumento con cui cerchiamo un ristorante, o un’azienda locale, o cosa comprare). I giornali non li legge nessuno e sono almeno 40 anni che si dice che il giorno dopo servono a incartare il pesce. Al massimo li leggono gli anziani nei bar o i pensionati che hanno tempo per sedersi ore in poltrona. Poi ci sono i politici che fanno finta di credere che quello che si scrive su carta abbia un impatto sulla scena pubblica. Ma suppongo che sia solo alimento per le loro beghe interne, nulla che interessi lo sviluppo del territorio.
Su internet invece lo scenario è più complesso. Per ciascuno di noi è rilevante l’opinione dei suoi amici e della gente che stima. Ma il digitale ha barriere di accesso quasi nulle, un qualsiasi sedicenne può avanzare delle competenze. Mentre invece c’è chi fa ricerca e chi studia le dinamiche. E che sa progettare la comunicazione in modo strutturato. E credo i territori (non solo la Basilicata) abbiano necessità di pensiero meno banale. Noi cerchiamo semplicemente di fare questo. Abbiamo un network internazionale da Potenza, ma Internet è anche questo- un modello che prova a lavorare sulle intelligenze distribuite. Il nostro motto è: «L’obiettivo non è essere bravi a comunicare in rete, ma essere bravi a fare business perché si comunica bene».
La comunicazione è uno strumento, per quanto immateriale, che nella vita di un’azienda è importante. Ma parte da quello che si ha da comunicare. dall’organizzazione aziendale. Dalla cultura di lavoro e di prodotto. Non lavoriamo chi non ha questo.

Perché per spiegare cos’é Kloe, dite cosa non è?

Perché tutti si vendono dicendo quando son bravi, spesso usando un linguaggio che non è proprio né dell’azienda né del cliente. E perché non ci interessano clienti che non hanno nulla da comunicare. Non si vende fumo, porta risultati solo a breve scadenza.

Sei sicuro di aver fatto bene a scegliere Potenza come sede della società?

Io venti anni fa ho deciso di rimanere a Potenza, perché sono convinto che lamentarsi non serve. Da Potenza si possono fare cose belle, o almeno provarci, e resto di questa idea. Credo che chi si occupa delle beghe locali senza guardare l’orizzonte sbagli. Ma la statistica dice che ho abbastanza probabilità di sbagliare io.

Team e Network di grande rilievo assicurano il risultato?

No. La comunicazione esperta è un risultato. Se non hai il messaggio, se non sai progettare il risultato non ha senso comunicare. Quindi la comunicazione è un fattore di progettazione aziendale, che deriva dall’eccellenza che fai e dal mondo che hai di essere rilevante per qualcuno.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza da startupper? Credi ancora che bastino buone idee e grandi intuizioni?

Una sola lezione, che sono due. Per comunicare devi essere interessante. E per essere interessante devi progettare il tuo business per essere interessante prima ancora di iniziare il lavoro. D’altro canto sono 15 anni che lavoro ovunque tranne che a Potenza, pur vivendo a Potenza.

Tu ti definisci, anche, un “ibrido multifunzione che vive sulla frontiera”…

Questa l’ho rubata a un tipo svizzero, a un convegno a Lugano. Ma per essere un uomo di relazioni, sono un disastro. Credo faccia parte dell’essere uomo oltre che professionista, con difetti e forse qualche pregio occasionale. Non ricordo volti e nomi. In ogni caso, sono laureato in letteratura spagnola, ho fondato il primo sito letterario italiano (nel 1996), ho vissuto su un unico principio, pensare che se vuoi fare qualcosa di bello non devi giocare il campionato che giocano gli altri ma lavorare su nuove idee. E che se non ti diverti tu non si divertono i tuoi clienti

Che cosa insegni ai ragazzi che frequentano i tuoi corsi a Urbino?

Che vivere in provincia e fuori dal mondo non è più un limite. Che devono farsi conoscere e mostrare in rete quanto sono bravi. Arrivano all’Università senza prospettive come sembriamo esserlo noi potentini. Ma è un errore.

Si parla molto in questo periodo delle opportunità da cogliere per Matera 2019, ma come si fa a coglierle anche lontano da Matera?

Due cose, al volo, ma il discorso sarebbe lungo. Primo, non tirarsele coi turisti, come i materani stanno facendo. Secondo: idee nuove. Modelli nuovi. Pensiero. Manca pensiero

Da “futurista”, cosa c’è dopodomani?

Sarei ricco se lo sapessi. Ma abbiamo strumenti per provare a capirlo. Bisogna studiare le tendenze ed essere pronti a non fare la fine di Kodak.

 

[pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno]

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Ripen­sare l’Europa a par­tire dal Sud

Appena ho letto dell’evento ho subito pensato che “Europa e Spe­ranza” non erano un granché come titolo, perché danno l’idea di qualcosa di indeciso ma poi, ripensandoci, ho capito che era meglio un interrogativo (forse anche leniniano) e una speranza come metodo guida per un meeting che si interroga sul “che fare” in Europa.

Si tratta di tre giornate organizzate da GUE/NGL, a Bari dal 25 al 27  settembre – qui il programma completo,   dove si confronteranno diversi soggetti della sinistra europea (come Bloc­kupy, Juven­tud sin futuro, Syriza, Sinn Féin, Pode­mos, Izquierda unida, ma anche Mau­ri­zio Lan­dini, Phi­lippe Van Parijs, Emi­liano Bran­cac­cio e tanti altri ancora) per tentare di creare quella che Clau­dio Ric­cio definisce “cas­setta degli attrezzi”.  Attrezzi necessari per costruire un’alternativa al drammatico status sociale e umanitario dell’Europa.

La forma meeting di  “EurHope?”  non sarà solo una tradizionale conferenza ma anche, e soprattutto, un invito alle forze politiche, sindacali, sociali e a tutti i singoli partecipanti, a presentare proposte e idee e a ragionare “laicamente” intorno ai diversi temi cardini della sinistra europea.

Ripen­sare l’Europa a par­tire dal Sud non vuol dire riaprire i termini di una nuova questione meridionale,  ma essere consapevoli che la diseguaglianza sociale e umana continua ad avere una dimensione geografica ben definita. Quindi è giusto che da qui partano tutti gli interrogativi possibili per un “Che Fare”:  come creare lavoro? che ruolo ha l’innovazione? come far diventare l’Europa un luogo dove lavorare con dignità? di quale welfare parliamo?  come si fa a garantire un reddito minimo europeo?

Insomma ci vediamo a Bari.

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