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Le ragioni di un SI

siPartiamo dal fatto che  i partiti, normalmente, si distaccano dai loro programmi elettorali non appena entrano a far parte del governo.

Per alcuni (più di qualcuno) basta anche solo sedersi su una sedia del parlamento.

Io lo ricordo benissimo quando Serracchiani a Monopoli manifestava in piazza contro le trivellazioni, ed era soltanto il 2012. Solo qualche anno prima, per le elezioni del 2008, il PD aveva parlato di “rottamare il petrolio”  e organizzava le “giornate del sole“.

E’ ovvio che poi si prova un certo fastidio nel sopportare  l’idea che tutti gli italiani si esprimano su alcune materie, come quella delle perforazioni per la  ricerca ed estrazione di idrocarburi, per esempio.

Renzi fa addirittura di più e sposa completamente la causa dei petrolieri  concedendo loro la facoltà di avvalersi di un doppio regime legislativo per l’ottenimento dei titoli.

Perchè il referendum di domenica è un voto politico?

Perchè serve per esprimere un parere sulla strategia energetica italiana; serve a bloccare l’arroganza di un governo che si batte sfacciatamente per gli interessi delle lobbies del petrolio anteponendole a quelli dei territori e alla salute delle persone.

Il governo non ha voluto l’election day e ha stabilito, in tutta fretta, la data del referendum (spendendo circa 350 milioni in più) solo per ridurre i tempi dell’informazione e della comunicazione elettorale e, soprattutto, per non tirare la volata contraria al referendum istituzionale su cui Renzi ha dichiarato di giocarsi la poltrona.

Poi non è vero, come sottolinea Roberta Radich del Movimento NoTriv, “che non estraendo petrolio dobbiamo dipendere dall’estero, perché comunque vi dipendiamo lo stesso dal momento che il petrolio e il gas estratti entro le 12 miglia rappresentano rispettivamente l’1 e il 2 per cento del fabbisogno. Solo progredendo con le energie rinnovabili verrà diminuita la dipendenza dall’energia estera.”

Infine c’è anche la questione delle quote annuali (franchigie) sulle quali non si pagano royalty. Ovvero, se una compagnia estrae un quantitativo di gas e di petrolio pari o inferiore alle franchigie stabilite per legge (in terra: 20mila tonnellate di petrolio e 25 milioni di metri cubi di gas; in mare: 50mila di petrolio e 80 milioni di gas) non deve versare le royalty allo Stato. Quindi il rallentamento del flusso di estrazione e l’allungamento dei tempi fino a esaurimento dei giacimenti, serve a far risparmiare i soldi delle royalty ma anche quelli per i costi di dismissione, non smantellando le piattaforme ‘zombie’ che restano abbandonate alla ruggine nei nostri mari. Si consideri che la quantità di petrolio e di gas estratti annualmente vengono semplicemente “autocertificate” dai concessionari senza nessun tipo di controllo.

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Che aprile aspetti #NuitDebout

elkhomri“La mia utopia è che ognuno ha il diritto di lavorare” è il motto di Myriam El Khomri, 38 anni, socialista e ministro del Lavoro nel Governo Valls, autrice di una legge di riforma del lavoro molto simile al Jobs Act di Poletti.

Certo è uno strano modo di pensare al diritto al lavoro quello di El Khomri che, come Renzi, avvia una liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso la libertà di licenziare (anche solo per una riduzione delle commesse dell’azienda).

In quanto a liberalità la riforma francese fa anche di più: privilegia in assoluto la contrattazione decentrata in modo da favorire accordi particolari sia sull’orario di lavoro (in casi eccezionali potrebbero arrivare anche a 60 ore settimanali – superando di gran lunga il durèe maximale di 35 ore) che sul salario, con una riduzione dell’importo degli straordinari.

Inoltre apre le porte all’approvazione di qualsiasi porcheria contraria ai diritti dei lavoratori, con il semplice avallo di un referendum interno all’azienda, anche laddove sono presenti soltanto i sindacati minori o “gialli” come la CFDT (che, infatti,  è favorevole alla riforma).

In sostanza anche la Francia si allinea a quei paesi europei che hanno adottato misure similari (in Germania la riforma Hartz, in Spagna il “Decretazo” e in Italia il Jobs Act) nel facilitare i licenziamenti e nel rendere autonome le decisioni degli imprenditori rispetto agli accordi collettivi nazionali.

La differenza è che mentre in Italia la protesta si è completamente sgonfiata e i sindacati si sono rassegnati, compresa la CGIL a cui è bastata la sua “Carta del lavoro” che non si capisce bene a cosa dovrà servire, in Francia la mobilitazione continua e non ha nessuna intenzione di acquietarsi.

Il 9 marzo un milione persone hanno detto no alla “Loi Travail” e alla svolta liberista del Governo Valls.  Sono scesi in piazza tutti i settori: dai trasporti al pubblico impiego, dal commercio alla scuola.

Con la scusa dello stato di emergenza, la polizia ha messo in moto misure restrittive e repressive forse mai viste in Francia

foto di outofline photo collective

(numerosi feriti, 130 fermati e 4 arrestati), eppure il movimento non ha arretrato, anzi ha aumentato la sua presenza nelle piazze e quella manifestazione del 31 marzo non è terminata normalmente come tutte le altre, ma ha proseguito fino a Place de la Republique occupandola per tutta la notte.

NuitDebout è lo slogan e l’hashtag che rimbomba in rete.

Una notte in piedi in quella piazza, e poi in altre piazze ancora (così come le esperienze analoghe di Occupy Wall Street e degli indignados), per parlare e per discutere dell’idea di El Khomri di istituzionalizzare il precariato come nuova riforma del mondo del lavoro.

La mattina seguente è aprile e la polizia tenta di sgomberare la piazza da persone e cose, con il chiaro intendo di mettere la parola fine a quella mobilitazione.

Il neonato movimento capisce che quel 31 marzo non può finire così, che non può esserci un primo aprile della polizia e del governo, che è necessario riappropriarsi anche del tempo, che marzo deve continuare con la protesta, con la lotta e che aprile può aspettare.

A Parigi, come a Nantes a Rennes e poi a macchia d’olio in oltre 60 città francesi,  marzo continua con il 32, il 33, il 34… oggi è ancora il 44 marzo.

foto di The GuardianAnna Maria Merlo su il Manifesto, dice che “per il momento, Nuit Debout non è ancora matura per una traduzione politica”, ma il fatto è che quando parliamo di traduzione politica abbiamo spesso il capo rivolto ai partiti istituzionali.

Questo movimento ha iniziato a studiare da solo e, con le sue “commissioni”, legge e affronta i diversi problemi politico-sociali nella società liberista.

Tenta di individuare soluzioni e soprattutto ha ben compreso che il progetto di smantellamento dello stato sociale non è un evento locale, isolato, francese, ma appartiene a tutta l’Europa.

Ecco la necessità di unire tutte le lotte e di praticare una nuova forma di partecipazione, diversa dal “militantismo tradizionale” chiuso nelle sue cerchie, allargata a tutta la società e a tutte le forme di disagio.  Anche la violenza va evitata, non isolata ma incanalata in proposte concrete e operative.

Carl Marx con l’analisi storica del 18 Brumaio ci insegna che il movimento reale pone sempre delle problematiche alla teoria e questa, a sua volta, deve tendere a trovare soluzioni sempre guardando al movimento reale.

Se volete approfondire, seguire, contribuire o anche solo curiosare: qui trovate il programma (e la petizione) e la mappa dei “rassemblements”.

Il movimento c’è anche su Facebook (c’è anche un gruppo italiano) e su Twitter;  ci sono le dirette su Periscope e trovare anche un po’ di materiale su GitHub.

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La cassetta degli attrezzi di Snowden

Telefonate e SMS
Basta installare l’app Signal in modo da criptare tutte le conversazioni, così anche se venissero intercettate non si comprenderebbe nulla.

Notebook
Criptare l’hard disk l’hard disk in modo da rendere illeggibili tutti i dati nel caso venisse rubato o cadesse in mani sbagliate.

User e password
KeePassX è un buon software che consente di creare password sicure, ognuna dedicata a un solo sito Internet, ma senza il problema di doverle memorizzare. Siccome è molto diffusa l’abitudine di utilizzare la stessa password per registrarsi in tutti i siti internet, capita sovente che anche quella usata per Gmail, sia la stessa registrata tanti anni prima in un sito che adesso non si visita più e che potrebbe essere hackerato.

sicur2Identificazione
Conviene utilizzare l’identificazione a due fattori, cioè oltre alla password anche un mezzo alternativo di identificazione, per esempio un sms, così se qualcuno si impossessa della password, avrà bisogno anche del telefono. Gmail, Facebook, Twitter, Dropbox, GitHub, e tanti altri già lo fanno (qui una lista di chi offre tale servizio).

Browser
TOR  Browser è un ottima strada per accedere a un dato su Internet senza lasciare traccia. Può anche aiutare ad aggirare la censura quando siete in una rete in cui alcuni siti sono bloccati. E’ sicuramente il progetto più importante sotto dal punto di vista della privacy ma non è a “prova di bomba”. Resta comunque una buona misura di sicurezza per dissociare la propria posizione geografica dall’attività su Internet. La cosa più importante è che la rete TOR è gestita da volontari e chiunque può attivare un nodo della rete TOR, sia che si tratti di un nodo d’ingresso, che di uno intermedio o di uscita, basta voler accettare qualche rischio.

Facebook
Non è necessario condividere tutto e in ogni caso la condivisione deve essere selettiva. Non è necessario che tutti sappiano tutto di noi. Non è necessario mettere il nome da nubile della propria madre se lo si è utilizzato anche per recuperare la password di Gmail.
La condivisione è una buona cosa, ma deve essere fatta volontariamente e consapevolmente. Le informazioni condivise devono essere reciprocamente vantaggiose e non semplicemente cose che ti vengono prese.

sicur1Internet
Consideriamo che usando Internet ci vengono rubate informazioni silenziosamente, in modo invisibile, a ogni click. Delle informazioni personali vengono sottratte a ogni pagina che visitiamo: vengono raccolte, intercettate, analizzate e registrate. E’ importante assicurarsi che le informazioni che vengono raccolte su di voi, lo siano per vostra scelta.
Potremmo usare un plugin come HTTPS Everywhere  (già installato su TOR), per servirci di comunicazioni cifrate e sicure in modo che i dati scambiati restino protetti.

Adblock
Certi provider, come Comcast, AT&T e altri, inseriscono annunci pubblicitari durante le connessioni in chiaro (http) servendosi di Javascript  o Flash e proprio in quel momento stiamo aprendo le porte del browser ad un probabile attacco. Allora non ci resta che bloccare preventivamente questi annunci.

Script
E’ necessario disabilitarli (su Firefox è disponibile il plugin “noscritp”).

Virtual machine
E’ sempre preferibile utilizzare una macchina virtuale  (un programma che crea un sistema operativo separato da quello installato sul computer) che simula un secondo computer, perchè se questo se viene infettato, lo si distrugge semplicemente cancellando il file che lo contiene e se ne ricrea uno nuovo, senza che il sistema operativo originale subisca danni e che i virus si propaghino sul computer.

Sandbox
E’ un sistema che isola un certo programma dal vostro sistema operativo e, come per la macchina virtuale, lo si può distruggere se infettato dai virus (per esempio il progetto chromium).

Smartphone e sicurezza
Molti dimenticano che tutti i telefoni cellulari lasciano una registrazione permanente di tutti gli spostamenti, fornendo informazioni anche quando non li si usa. Questo non vuol dire che si devono bruciare ma che si deve pensare al fatto di averlo con se, quindi se dovete andare in un certo posto e non volete essere associati a quel luogo basta non portarselo dietro.

sicur3Sorveglianza di massa.
Il “Mixed routing”  (l’invio di proprie comunicazioni attraverso più macchine reali o virtuali) è una delle cose più importanti di cui abbiamo bisogno nel campo delle infrastrutture Internet. Non abbiamo ancora risolto il problema di come separare il contenuto della comunicazione dalla traccia che la comunicazione lascia. Per avere una privacy reale bisogna ottenere la separazione tra il contenuto e la traccia della comunicazione. Il problema con le comunicazioni di oggi è che il provider sa esattamente chi siamo. Sa esattamente dove viviamo. Conosce il numero della nostra carta di credito, l’ultima volta che è stata utilizzata e il montante della transazione.
Abbiamo bisogno di strumenti che possano connettersi anonimamente a Internet. Meccanismi che consentano che ci si associ privatamente. Soprattutto, abbiamo bisogno di sistemi che permettano la difesa della privacy nei pagamenti e nella consegna delle merci, che sono le basi del commercio.

[tratto dall’intervista di Micah Lee a Edward Snowden]

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Le nuove teorie sul lavoro

Controllo

panopticon

The works of Jeremy Bentham

Nel 1791 un giurista inglese, Jeremy Bentham, descrive un sistema funzionale per il controllo della detenzione che occulta l’osservatore/controllore. Foucault lo descrive come un rovesciamento di principio: “il potere disciplinare si esercita rendendosi invisibile e, al contrario, impone a coloro che sottomette un principio di visibilità obbligatorio. Al contrario dell’epoca premoderna , dove “il potere  è ciò che si vede, ciò che si mostra, ciò che si manifesta e, in modo paradossale, trova il principio della sua forza nel gesto che la ostenta”.  (Sorvegliare e punire).

Forse non molti sanno che il fratello minore di Bentham, Samuel, era un bravo ingegnere navale che si era fatto notare da Caterina II di Russia per aver inventato, oltre a diversi macchinari industriali, una nave anfibia ed una chiatta snodata. Tra le tante cose, Samuel era anche direttore delle officine di Potëmkin e mentre svolge la sua attività di sorveglianza dell’attività di un grande numero di operai, si immagina un sistema di controllo centralizzato; proprio quello che diverrà più tardi il Panopticon.

Il nuovo sistema di controllo verrà subito sperimentato nella fabbrica di famiglia dove lavoravano dei carcerati che più tardi, grazie al Gilbert’s Act, saranno sostituiti con i poveri della contea.

Marx dice che sfruttamento e controllo sono le due facce della medaglia capitalista. Anche quando cambia la forma di quel potere, anche quando diventa plurale o cooperativo, la sorveglianza resta sempre esercizio del potere.

Non saranno stati questi gli stimoli che hanno guidato due ministri italiani a scrivere, nel maggio del 1970, l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, ma una qualche preoccupazione doveva esserci per cercare di metterci una toppa.

A portare il tutto di nuovo  in equilibrio ci pensa Renzi e con la riforma del lavoro amplia la sfera delle attività di monitoraggio per ragioni di sicurezza, inaugurando il controllo indiretto (“preterintenzionale”) del comportamento del lavoratore. .

Precarizzazione

tratto da www.totalita.it

da www.totalita.it

La riforma di Renzi si incentra anche su un altro pilastro del controllo: la precarietà. L’instabilità del posto di lavoro e l’insicurezza del reddito danno minor certezza al lavoratore e maggior vigore al padrone.

Il Jobs Act fa addirittura un condono a tutti quei datori di lavoro che sarebbero stati costretti a trasformare dei contratti precari in altri a tempo indeterminato; inoltre il nuovo sistema delle “tutele crescenti” preclude la possibilità di impugnazione alla scadenza del periodo di precariato. Si aggiunga che il governo Renzi, a inizio 2015, ha stabilito una “decontribuzione” per le nuove assunzioni che invece, nella stragrande maggioranza dei casi, è stata utilizzata per rinnovare contratti già esistenti.

La scomparsa dell’articolo 18, poi, alimenta ancor di più il principio di instabilità dal momento che stabilisce che per i licenziamenti disciplinari, il reintegro è possibile soltanto in presenza di “insussistenza del fatto in sé”, senza tener conto di nessuna circostanza.

Innovazione e Uberizzazione

Una novità la coglie Roberto Ciccarelli su Il Manifesto nel sostenere che il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, abbia mutuato la sua nuova teoria sull’innovazione  nel mondo del lavoro dal libro di Hannah Arendt, Vita Activa.  La distinzione tra lavoro e opera: la prima legata a un concetto di attività subordinata, l’altra a una autonoma, dove il lavoratore è anche padrone. In pratica da una parte il dipendente che deve rispettare un contratto (con riferimento alla presenza – l’ora di lavoro) e dall’altra l’autonomo che legato esclusivamente dalla prestazione.

immagine tratta da www.tomshw.it

da www.tomshw.it

“Immaginare un contratto di lavoro che non abbia come unico riferimento l’ora di lavoro ma la misura dell’apporto all’opera” è il sogno di Poletti ed è quindi utile pensare a una “personalizzazione” del rapporto di lavoro: un lavoro che preveda qualsiasi forma contrattuale anche solo a chiamata, un po’ come Uber.

Uber è un’app attraverso la quale dei normali autisti diventano tassisti freelance; quindi se mi servi, ti trovo, ti chiamo e tu vieni, stabilendo un “contratto” di tipo personale e in relazione a quella singola chiamata.

Si, sarà pure friendly ma come la mettiamo con le rivendicazioni? Certo, si può sempre andare da un avvocato anziché manifestare e scendere in piazza insieme ad altri che hanno lo stesso contratto.

E non pensate che sia pura teoria; i “voucher” cosa sono se non questo? Dei buoni lavoro-orari senza il minimo legame tra prestazione e retribuzione.

Il problema è che tendono a far passare questi cambiamenti come processi “innovativi” ed è proprio nella direzione di queste spinte che questo governo vorrebbe giocarsi il futuro del paese e dei lavoratori, anche con la complicità di ignari innovatori conviti di dover svoltare semplicemente la pagina sul versante digitale.

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Cosa accade in Turchia?

Due esplosioni: 86 morti e 186 feriti; è quanto accaduto stamattina ad Ankara durante la manifestazione pacifista per la soluzione del conflitto con i curdi del Pkk.
Selahattin Demirtaş, copresidente di HDP,  ha dichiarato: “Ci troviamo di fronte a una mentalità dello stato che è diventata una mafia, un assassino e un killer seriale”.
Dopo l’esplosione la polizia ha attaccato un gruppetto di manifestanti, lanciando anche gas lacrimogeni che hanno ostacolato il servizio delle ambulanze. Ma la repressione dei curdi in Turchia ha una lunga storia.
Dal 1990 al 1994, oltre un milione di curdi sono scappati dalle campagne (rifugiandosi a Diyarbakir, capitale morale del Kurdistan) quando l’esercito turco invadeva e saccheggiava i villaggi. Chomsky scrisse che dal 1994 in poi,  la Turchia passò al primo posto tra i paesi importatori di forniture militari americane, e che “quando le associazioni di difesa dei diritti umani denunciarono l’uso da parte dei turchi di jet statunitensi per bombardare i villaggi, l’amministrazione Clinton trovò il modo di eludere le leggi che imponevano la sospensione di forniture belliche alla Turchia”.  Ovviamente sostenendo che la necessità di difendere il paese dalla minaccia terroristica fosse fondamentale.
Ma dopo la primavera del 2013  la repressione subisce un’ulteriore impennata.
Il presidente Erdogan vara una serie di misure di sicurezza che prevedono il fermo di polizia, preventivo, di 48 ore senza alcuna convalida del magistrato (quindi tutto a discrezione della polizia), l’uso delle armi da fuoco da parte degli agenti in caso di disordini (si aggiunga che la legge considera le fionde e le bottiglie come vere e proprie armi) e la perquisizione di case “sospette” senza alcun mandato. Insomma uno stato di polizia in tutta la sua forza; una dittatura coperta da un stato liberale.
L’obiettivo è quello di distruggere un popolo già privato completamente dei diritti civili, ma soprattutto annientare il Partito dei lavoratori curdi che combatte da trentanni per creare uno stato indipendente nel sudest della Turchia.
A luglio di quest’anno Erdogan ha interrotto la tregua che durava da due anni, con il PKK e con la scusa della guerra allo Stato islamico, ha intensificato i raid aerei contro il Pkk.
Scrive Gwynne Dyer sul Guardian, che se Erdoğan vuole vincere nuove elezioni ha bisogno del sostegno dell’estrema destra; ma si tratta di ultranazionalisti contrari a un accordo con i curdi e, quindi, per convincerli, ha cominciato a bombardare il Pkk.

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L’universalità dell’esistenza attraverso un reddito incondizionato

C’è un tema che riguarda l’uomo e le teorie (e le pratiche) intorno alla sua esistenza che, mai come in questo periodo, sembra più impellente che in passato. La sussistenza degli individui, in un modo o nell’altro, è al centro delle preoccupazioni politiche di soggetti diversamente impegnati nel sociale. Lo fa, per esempio, il governo italiano con quei concetti surrettizi che hanno ispirato sia il Jobs act che l’Expo 2015 e che Guido Viale, su Il Manifesto, rubrica sotto la logica del trickle-down. Sono impegnati, ovviamente, anche movimenti, sindacati e partiti che con una grande disparità di argomenti pensano a forme di reddito generalizzate, di inserimento o assistenziali. In qualche modo quasi tutti i ragionamenti messi in campo, ruotano intorno al lavoro e al reddito come conseguenza, ma anche viceversa.
Insomma, il dubbio sembra essere costituito proprio dal nucleo della questione esistenza: puntare sul lavoro per tutti, in ogni modo e ad ogni costo, o sul reddito al di là del lavoro?
In Italia ci sono solo due proposte parlamentari in campo: quella del M5S che prevede un reddito di € 780 per circa 9 milioni di persone e quella di SEL di € 600 a chi ne guadagna meno di 8.000 l’anno.
Qualcosa che in qualche maniera ricorda, più o meno, quel “Reddito minimo di inserimento” già sperimentato in 300 comuni italiani nel 1998 (dal primo Governo Prodi e Livia Turco come ministro delle Politiche Sociali).
Poi ci sono proposte che, superando l’idea dell’ammortizzazione sociale, inseriscono concetti più ampi come la liberazione dal ricatto del lavoro e l’autonomia della propria esistenza.

libroLe ragioni del reddito di esistenza universale“, edito da Ombre Corte nel 2014,  è un libro nel quale l’idea di reddito di esistenza è vista come capacità di eliminare la tendenza al controllo della vita degli individui. Una vita sempre più legata al mondo della produttività sociale e a concetti di cittadinanza fondati sul diritto di proprietà.

Di questo, e di qualcos’altro, abbiamo parlato con Giacomo Pisani, autore del volume.

Giacomo, Tito Boeri evidenzia una differenza sostanziale tra “reddito di cittadinanza” e  “reddito minimo garantito”. Il primo ha costi altissimi e quindi improbabile, l’altro, con costi più contenuti è più praticabile. E,  sempre secondo Tito Boeri e Roberto Perotti, un reddito di tipo universalistico, e non selettivo, ha almeno due fattori di sconvenienza: il primo è che nessuno lavorerebbe per meno o poco più del reddito garantito e il secondo che non sarebbe comunque realizzabile “economicamente”, perché anche solo un reddito minimo di  € 500 porterebbe a una spesa di circa il 20% del Pil. 

Innanzitutto grazie per la possibilità offertami di discutere di reddito e di altre cose che mi stanno particolarmente a cuore. Non sono contrario, in generale, a forme di reddito “ridotte” (redditi di formazione, redditi regionali, ecc…), a condizione che sia mantenuta l’incondizionatezza come principio cardine del dispositivo. Anche in forme di reddito più limitate l’universalità deve costituire un limite ideale fondamentale. Condizionare l’elargizione del reddito al merito, alle capacità ecc può renderlo un fattore di ricatto tremendo. Il reddito universale, invece, è un fattore di emancipazione completamente diverso da qualsiasi reddito finalizzato all’inclusione sociale: esso, liberando gli individui dal ricatto della povertà e del lavoro gratuito e sottopagato, costituisce il presupposto indispensabile per mettere in discussione un mercato del lavoro che fa della precarizzazione dei progetti, del ricatto e dello sfruttamento cognitivo e affettivo i propri dispositivi di assoggettamento privilegiati.

Considerando che il Movimento 5 stelle ha una buona presenza in parlamento, la loro proposta di “reddito di cittadinanza”, unita anche a quella di SEL e di una parte del PD, potrebbe essere un buon inizio?

Sicuramente può essere un buon inizio, ma credo sia importante in questo momento non considerare il reddito di esistenza come un dispositivo isolato, elargito dal governo di turno, ma come uno strumento fondamentale per innescare un processo costituente che ponga la centralità – anche a livello istituzionale – della cooperazione e della produzione cognitiva al di fuori dei dispositivi di privatizzazione e assoggettamento tipici della governance neoliberale. Esiste oggi, soprattutto presso le nuove generazioni, un grande potenziale cognitivo e creativo, continuamente messo a valore in un mercato che spesso non ha neanche la necessità di riconoscere da un punto di vista contrattuale il contributo di ciascuno in termini di produzione. L’esistenza stessa, nella sua dimensione sociale, è messa a valore e neutralizzata nel suo potenziale di conflitto. Per questo c’è oggi la necessità di politicizzare il sociale, costruendo un modo diverso di produrre e cooperare, ponendo al centro la condivisione e le pratiche mutualistiche e rompendo, al tempo stesso, in questa stessa dimensione sociale in cui gioca il capitale, la valorizzazione neoliberale.
La “coalizione sociale”, nata in questi giorni, mi sembra stia costruendo da questo punto di vista un terreno  importante da cui partire.

Nietzsche diceva che il lavoro metteva in discussione il senso stesso della vita (“Il lavoro logora una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare”); Marx, nei Grundrisse, ipotizzava un superamento sia del capitalismo che del lavoro; Marcuse e Russell parlavano semplicemente di “non-lavoro” e il gruppo Krisis di “tempo liberato” nel loro “Manifesto contro il lavoro“.
Oggi, quali analisi ti sembrano ancora valide in un mondo che decentra e isola ancor di più?

Continuo a pensare che il lavoro sia il fattore peculiare di differenziazione che trasforma l’uomo da parte integrante della natura a parte specifica di essa. Il lavoro è il momento in cui l’uomo, assumendo la sua esposizione alla storia e ai rapporti sociali, da forma al mondo e si lega ad esso in un rapporto dialettico. Quando parliamo di lavoro, però, parliamo sempre di lavoro storicamente determinato. Il lavoro è un rapporto sociale, non esiste lavoro in astratto. Oggi il rapporto dialettico in cui il lavoro consiste è rotto da dispositivi di ricatto e assoggettamento che fanno dell’individuo un ingranaggio costretto a rincorrere la propria esistenza fra contrattini (spesso senza alcuna attinenza con il proprio percorso di studi e di formazione), stage gratuiti e lunghi periodi di disoccupazione, senza la possibilità di progettare il proprio futuro a lungo termine. Il reddito di esistenza è un fattore di decostruzione che riapre per il soggetto la partita con la realtà e col proprio futuro.

Come si innesta il reddito universale in un modello di società costruita sul “contratto sociale”, con il lavoro tra i suoi principi fondamentali?

Esiste una importante scuola di matrice neo-contrattualista che sostiene il reddito di base, che in parte ho ripreso all’interno del mio libro. Si tratta di una prospettiva molto interessante e con cui è importante dialogare, ma credo sia necessario non perdere di vista i rapporti materiali al di sotto della legge e rispetto a cui il diritto diviene funzionale. Il reddito non è importante perché fa capo ad un qualche diritto fondamentale inscritto nella natura umana, ma perché costituisce un bisogno urgente per una molteplicità di soggetti eccedenti (precari, disoccupati, autonomi a partita iva, freelance, migranti, operai, lavoratori della conoscenza ecc…).  Strumento di tutela sindacale, oltre l’insufficienza di un welfare lavorista frutto del compromesso fordista, ma anche dispositivo di rottura e autodeterminazione.

Ma il reddito universale è un punto di arrivo? Basta a fondare di fatto un nuovo modello sociale o, come dice Toni Negri, può essere un mezzo per “inventare il comune”. 

Il reddito è tutt’altro che un punto di arrivo. E’ certamente uno strumento per costruire una società fondata sulla cooperazione e sui beni comuni, e quindi di innesco di un processo che è però ancora tutto da costruire. E’ vero, infatti, che la socializzazione dei processi di produzione rende oggi l’astrazione totale, ed ogni processo di autodeterminazione a livello sociale è già un colpo inferto al capitale. Quest’ultimo, però, è ancora vivo e vegeto nella determinazione di rapporti, forme di vita e processi di produzione. C’è quindi l’urgenza di pensare un welfare dal basso che sperimenti pratiche del comune oltre le forme canoniche della rappresentanza istituzionale, e che includa una coalizione ampia di soggetti sociali entro la costruzione di orizzonti di senso che non si sottraggano all’astrazione del mercato per ricercare un’isola di autenticità da cui guardare le brutture del mondo. E’ necessario invece un processo di riappropriazione che, attraverso la condivisione, faccia di quel bagaglio di capacità immateriali di cui si nutre il capitalismo cognitivo la posta in gioco per la creazione di una società nuova.

Cosa non va nella risoluzione del Parlamento europeo del 2010, sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà (2010/2039)?

Quella risoluzione demanda ai singoli stati nazionali l’attuazione del reddito. Oggi che i processi di produzione hanno una dimensione trans-nazionale e la sovranità statale è in forte crisi, mi sembra un’idea di difficile attuazione. Inoltre, non penso che si incida sui rapporti di produzione con un ritorno alla forma-stato, ma portando il conflitto sul piano europeo. Questo è un punto centrale, che non solo il percorso dello “sciopero sociale” ha avuto bene e a mente e sta portando all’interno della coalizione sociale, ma è determinante anche nella prospettiva politica di Syriza e Podemos. E’ necessario costruire un’Europa dei diritti contro l’Europa dei mercati, strappando alla lex mercatoria spazi di progettazione politica che pongano al centro la gestione comune dei beni e dei servizi indispensabile al soddisfacimento dei bisogni fondamentali della molteplicità di soggetti eccedenti che abbiamo citato.

Nel libro concludi citando Martha Nussbaum la quale, tra l’altro, sostiene che i cittadini vanno formati e la strada non è così immediata (in “Non per profitto“).

Credo che la Nussbaum ponga una questione centrale: la capacità è un concetto esigente. E’ necessario che siano disposte le condizioni sostanziali perché possa “funzionare”. La retorica del merito e delle capacità è vuota e astratta, se non si connette con una critica delle condizioni sociali e dei bisogni fondamentali che in esse maturano. Reddito e beni comuni per me vanno in questa direzione: sottrarre al mercato spazi di progettazione della realtà, con il riconoscimento sostanziale dei diritti fondamentali connessi con i bisogni, più che con un qualche modello sociale ideale, costruito a priori. Per questo la battaglia è politica, e ci coinvolge tutti.

Tu sostieni che il postmodernismo (e la sua “fiducia acritica dei media e dei nuovi spazi di comunicazione”) abbia legittimato il riassorbimento delle differenze entro un terreno neutrale, relegando il tutto nella “chiacchiera totalizzante”. Sembra una concezione anni ’80… pre-internet, o sbaglio?

La società dei media e della comunicazione generalizzata, più che favorire la messa in comunicazione degli orizzonti storici locali e la messa in discussione di qualsiasi principio di realtà e di potere, ha immesso i soggetti in un’arena neutra. Qui, deprivati degli strumenti ermeneutici indispensabili per la comprensione e la critica della società, sono stati messi a valore anche attraverso un investimento sempre più ampio sulle forme di vita e di relazione. In questo mondo, che è anche un mondo di affetti e di vita, non c’è però solo neutralità e incapacità di progettarsi. C’è anche un altissimo potenziale eversivo, quello di una generazione in grado di creare continuamente i propri linguaggi e le proprie forme di sopravvivenza. E’ una generazione che vuole riprendere a dire il mondo, e che oggi deve riprendersi tutto.

Giacomo Pisani

Giacomo Pisani

 

Giacomo Pisani, classe 1989, laureato in Filosofia, dottorando di ricerca in Diritti e Istituzioni presso l’Università degli Studi di Torino e collaboratore con la cattedra di Sociologia del Diritto del prof. Luigi Pannarale, presso l’Università degli Studi di Bari. Giornalista pubblicista, direttore della rivista “Generazione zero” oltre che collaboratore di numerose riviste, tra cui “Critica liberale”, “filosofia.it” e “Alfabeta2”.
Tra le sue pubblicazioni troviamo: “La scienza nell’età della tecnica”, in M. Centrone, V. Copertino, R. de Gennaro, M. di Modugno e G. Pisani; “La conoscenza in una società libera” (Levante editori, 2011); “Il gergo della postmodernità” (Unicopli, 2012); “Tecnica ed esistenza nella postmodernità”, in A. Nizza e A. Mallamo (a cura di), Polisofia (Nuova cultura, 2012), “Work between fordism and post-fordism”, in “Why human capital is imporant for organizations” (Palgrave, 2014).
Unico relatore italiano alla Conferenza internazionale sul Basic Income che si terra a Firenze il 26 e 27 giugno prossimi.

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Avete mai rinnovato la patente?

patenteVi sarà capitato di rinnovare la patente ultimamente?  A me si e in un paese che sterza verso il digitale  ho avuto la netta sensazione di fare un bel balzo all’indietro.

Sono al terzo rinnovo e con quella “vecchia” la cosa si risolveva in pochi giorni: dopo versamenti, certificati e visita, ti arrivava a casa un piccolo traghettino autoadesivo rosa da appiccicare  sulla patente e finiva li. Adesso, invece, deve arrivarti la “nuova” patente direttamente a casa.

Dopo 3 versamenti su CC postale (macché volevate pagare col bancomat?), un certificato dall’ottico (perché porto gli occhiali), un certificato dal medico curante, una foto formato tessera (40 x33) e la visita medica presso l’ASP competente, ho atteso il recapito della nuova patente.  Il postino arriva un martedì mattina, dopo 5 giorni, e mi lascia un avviso perché  ovviamente lavoro e non sono a casa.

1° avviso di mancata consegna” è intitolato il biglietto, poco male, andrò a ritirarla io. Poi leggo meglio e non c’è scritto da nessuna parte che posso ritirare in posta la patente. E’ un avviso di Poste Italiane della tipologia “PostaPatente”  che mi invita a telefonare al Contact Center (e per semplificarmi la vita mi suggerisce anche la sequenza delle scelte: opzione 1, scelta 3).  Chiamo e chiedo dove posso ritirare la mia patente e il contact center mi dice che non è possibile che posso soltanto concordare con loro un giorno per la consegna. Ok va bene qualsiasi giorno, l’importante che mi diate un orario. Si, mi risponde, dalle 8 alle 18. Ma non posso mettermi in ferie per apettare il postino…. Allora, mi dice ancora il contact center, non devo far altro che aspettare che il postino faccia il secondo tentativo di recapito (cosa che avverrà nel giro di 10 giorni) e se non la trova le lascerà un nuovo avviso con il quale potrà recarsi direttamente in posta a ritirare la patente.

Va bene, farò così… del resto non ho scelta. L’iter è strano e non riesco a capire perché devo per forza aspettare un secondo tentativo ma tant’é.

Dopo 10 giorni esatti il postino suona nuovamente alla porta e questa volta ci sono io ad aprire.

– Oh finalmente mi consegna sta benedetta patente.

– Deve darmi 6 euro e  86 centesimi, dice lui.

– Ecco (e gli porgo 10 euri) .

– Non ho il resto.

– E io non ho 6 euro e  86 centesimi.

Allora, senza molti preamboli, mi lascia il 2° avviso  di mancata consegna, dicendomi che con quello potrò andare direttamente alle Poste a ritirarla.

Chissà per quale strano motivo il Ministero dell Infrastrutture e Trasporti abbia messo su, insieme a Poste Italiane, questo stranissimo meccanismo di consegna…. Se era solo per farmi pagare € 6,86 poteva chiedermeli prima facendomi effettuare il 4° versamento.