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L’universalità dell’esistenza attraverso un reddito incondizionato

C’è un tema che riguarda l’uomo e le teorie (e le pratiche) intorno alla sua esistenza che, mai come in questo periodo, sembra più impellente che in passato. La sussistenza degli individui, in un modo o nell’altro, è al centro delle preoccupazioni politiche di soggetti diversamente impegnati nel sociale. Lo fa, per esempio, il governo italiano con quei concetti surrettizi che hanno ispirato sia il Jobs act che l’Expo 2015 e che Guido Viale, su Il Manifesto, rubrica sotto la logica del trickle-down. Sono impegnati, ovviamente, anche movimenti, sindacati e partiti che con una grande disparità di argomenti pensano a forme di reddito generalizzate, di inserimento o assistenziali. In qualche modo quasi tutti i ragionamenti messi in campo, ruotano intorno al lavoro e al reddito come conseguenza, ma anche viceversa.
Insomma, il dubbio sembra essere costituito proprio dal nucleo della questione esistenza: puntare sul lavoro per tutti, in ogni modo e ad ogni costo, o sul reddito al di là del lavoro?
In Italia ci sono solo due proposte parlamentari in campo: quella del M5S che prevede un reddito di € 780 per circa 9 milioni di persone e quella di SEL di € 600 a chi ne guadagna meno di 8.000 l’anno.
Qualcosa che in qualche maniera ricorda, più o meno, quel “Reddito minimo di inserimento” già sperimentato in 300 comuni italiani nel 1998 (dal primo Governo Prodi e Livia Turco come ministro delle Politiche Sociali).
Poi ci sono proposte che, superando l’idea dell’ammortizzazione sociale, inseriscono concetti più ampi come la liberazione dal ricatto del lavoro e l’autonomia della propria esistenza.

libroLe ragioni del reddito di esistenza universale“, edito da Ombre Corte nel 2014,  è un libro nel quale l’idea di reddito di esistenza è vista come capacità di eliminare la tendenza al controllo della vita degli individui. Una vita sempre più legata al mondo della produttività sociale e a concetti di cittadinanza fondati sul diritto di proprietà.

Di questo, e di qualcos’altro, abbiamo parlato con Giacomo Pisani, autore del volume.

Giacomo, Tito Boeri evidenzia una differenza sostanziale tra “reddito di cittadinanza” e  “reddito minimo garantito”. Il primo ha costi altissimi e quindi improbabile, l’altro, con costi più contenuti è più praticabile. E,  sempre secondo Tito Boeri e Roberto Perotti, un reddito di tipo universalistico, e non selettivo, ha almeno due fattori di sconvenienza: il primo è che nessuno lavorerebbe per meno o poco più del reddito garantito e il secondo che non sarebbe comunque realizzabile “economicamente”, perché anche solo un reddito minimo di  € 500 porterebbe a una spesa di circa il 20% del Pil. 

Innanzitutto grazie per la possibilità offertami di discutere di reddito e di altre cose che mi stanno particolarmente a cuore. Non sono contrario, in generale, a forme di reddito “ridotte” (redditi di formazione, redditi regionali, ecc…), a condizione che sia mantenuta l’incondizionatezza come principio cardine del dispositivo. Anche in forme di reddito più limitate l’universalità deve costituire un limite ideale fondamentale. Condizionare l’elargizione del reddito al merito, alle capacità ecc può renderlo un fattore di ricatto tremendo. Il reddito universale, invece, è un fattore di emancipazione completamente diverso da qualsiasi reddito finalizzato all’inclusione sociale: esso, liberando gli individui dal ricatto della povertà e del lavoro gratuito e sottopagato, costituisce il presupposto indispensabile per mettere in discussione un mercato del lavoro che fa della precarizzazione dei progetti, del ricatto e dello sfruttamento cognitivo e affettivo i propri dispositivi di assoggettamento privilegiati.

Considerando che il Movimento 5 stelle ha una buona presenza in parlamento, la loro proposta di “reddito di cittadinanza”, unita anche a quella di SEL e di una parte del PD, potrebbe essere un buon inizio?

Sicuramente può essere un buon inizio, ma credo sia importante in questo momento non considerare il reddito di esistenza come un dispositivo isolato, elargito dal governo di turno, ma come uno strumento fondamentale per innescare un processo costituente che ponga la centralità – anche a livello istituzionale – della cooperazione e della produzione cognitiva al di fuori dei dispositivi di privatizzazione e assoggettamento tipici della governance neoliberale. Esiste oggi, soprattutto presso le nuove generazioni, un grande potenziale cognitivo e creativo, continuamente messo a valore in un mercato che spesso non ha neanche la necessità di riconoscere da un punto di vista contrattuale il contributo di ciascuno in termini di produzione. L’esistenza stessa, nella sua dimensione sociale, è messa a valore e neutralizzata nel suo potenziale di conflitto. Per questo c’è oggi la necessità di politicizzare il sociale, costruendo un modo diverso di produrre e cooperare, ponendo al centro la condivisione e le pratiche mutualistiche e rompendo, al tempo stesso, in questa stessa dimensione sociale in cui gioca il capitale, la valorizzazione neoliberale.
La “coalizione sociale”, nata in questi giorni, mi sembra stia costruendo da questo punto di vista un terreno  importante da cui partire.

Nietzsche diceva che il lavoro metteva in discussione il senso stesso della vita (“Il lavoro logora una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare”); Marx, nei Grundrisse, ipotizzava un superamento sia del capitalismo che del lavoro; Marcuse e Russell parlavano semplicemente di “non-lavoro” e il gruppo Krisis di “tempo liberato” nel loro “Manifesto contro il lavoro“.
Oggi, quali analisi ti sembrano ancora valide in un mondo che decentra e isola ancor di più?

Continuo a pensare che il lavoro sia il fattore peculiare di differenziazione che trasforma l’uomo da parte integrante della natura a parte specifica di essa. Il lavoro è il momento in cui l’uomo, assumendo la sua esposizione alla storia e ai rapporti sociali, da forma al mondo e si lega ad esso in un rapporto dialettico. Quando parliamo di lavoro, però, parliamo sempre di lavoro storicamente determinato. Il lavoro è un rapporto sociale, non esiste lavoro in astratto. Oggi il rapporto dialettico in cui il lavoro consiste è rotto da dispositivi di ricatto e assoggettamento che fanno dell’individuo un ingranaggio costretto a rincorrere la propria esistenza fra contrattini (spesso senza alcuna attinenza con il proprio percorso di studi e di formazione), stage gratuiti e lunghi periodi di disoccupazione, senza la possibilità di progettare il proprio futuro a lungo termine. Il reddito di esistenza è un fattore di decostruzione che riapre per il soggetto la partita con la realtà e col proprio futuro.

Come si innesta il reddito universale in un modello di società costruita sul “contratto sociale”, con il lavoro tra i suoi principi fondamentali?

Esiste una importante scuola di matrice neo-contrattualista che sostiene il reddito di base, che in parte ho ripreso all’interno del mio libro. Si tratta di una prospettiva molto interessante e con cui è importante dialogare, ma credo sia necessario non perdere di vista i rapporti materiali al di sotto della legge e rispetto a cui il diritto diviene funzionale. Il reddito non è importante perché fa capo ad un qualche diritto fondamentale inscritto nella natura umana, ma perché costituisce un bisogno urgente per una molteplicità di soggetti eccedenti (precari, disoccupati, autonomi a partita iva, freelance, migranti, operai, lavoratori della conoscenza ecc…).  Strumento di tutela sindacale, oltre l’insufficienza di un welfare lavorista frutto del compromesso fordista, ma anche dispositivo di rottura e autodeterminazione.

Ma il reddito universale è un punto di arrivo? Basta a fondare di fatto un nuovo modello sociale o, come dice Toni Negri, può essere un mezzo per “inventare il comune”. 

Il reddito è tutt’altro che un punto di arrivo. E’ certamente uno strumento per costruire una società fondata sulla cooperazione e sui beni comuni, e quindi di innesco di un processo che è però ancora tutto da costruire. E’ vero, infatti, che la socializzazione dei processi di produzione rende oggi l’astrazione totale, ed ogni processo di autodeterminazione a livello sociale è già un colpo inferto al capitale. Quest’ultimo, però, è ancora vivo e vegeto nella determinazione di rapporti, forme di vita e processi di produzione. C’è quindi l’urgenza di pensare un welfare dal basso che sperimenti pratiche del comune oltre le forme canoniche della rappresentanza istituzionale, e che includa una coalizione ampia di soggetti sociali entro la costruzione di orizzonti di senso che non si sottraggano all’astrazione del mercato per ricercare un’isola di autenticità da cui guardare le brutture del mondo. E’ necessario invece un processo di riappropriazione che, attraverso la condivisione, faccia di quel bagaglio di capacità immateriali di cui si nutre il capitalismo cognitivo la posta in gioco per la creazione di una società nuova.

Cosa non va nella risoluzione del Parlamento europeo del 2010, sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà (2010/2039)?

Quella risoluzione demanda ai singoli stati nazionali l’attuazione del reddito. Oggi che i processi di produzione hanno una dimensione trans-nazionale e la sovranità statale è in forte crisi, mi sembra un’idea di difficile attuazione. Inoltre, non penso che si incida sui rapporti di produzione con un ritorno alla forma-stato, ma portando il conflitto sul piano europeo. Questo è un punto centrale, che non solo il percorso dello “sciopero sociale” ha avuto bene e a mente e sta portando all’interno della coalizione sociale, ma è determinante anche nella prospettiva politica di Syriza e Podemos. E’ necessario costruire un’Europa dei diritti contro l’Europa dei mercati, strappando alla lex mercatoria spazi di progettazione politica che pongano al centro la gestione comune dei beni e dei servizi indispensabile al soddisfacimento dei bisogni fondamentali della molteplicità di soggetti eccedenti che abbiamo citato.

Nel libro concludi citando Martha Nussbaum la quale, tra l’altro, sostiene che i cittadini vanno formati e la strada non è così immediata (in “Non per profitto“).

Credo che la Nussbaum ponga una questione centrale: la capacità è un concetto esigente. E’ necessario che siano disposte le condizioni sostanziali perché possa “funzionare”. La retorica del merito e delle capacità è vuota e astratta, se non si connette con una critica delle condizioni sociali e dei bisogni fondamentali che in esse maturano. Reddito e beni comuni per me vanno in questa direzione: sottrarre al mercato spazi di progettazione della realtà, con il riconoscimento sostanziale dei diritti fondamentali connessi con i bisogni, più che con un qualche modello sociale ideale, costruito a priori. Per questo la battaglia è politica, e ci coinvolge tutti.

Tu sostieni che il postmodernismo (e la sua “fiducia acritica dei media e dei nuovi spazi di comunicazione”) abbia legittimato il riassorbimento delle differenze entro un terreno neutrale, relegando il tutto nella “chiacchiera totalizzante”. Sembra una concezione anni ’80… pre-internet, o sbaglio?

La società dei media e della comunicazione generalizzata, più che favorire la messa in comunicazione degli orizzonti storici locali e la messa in discussione di qualsiasi principio di realtà e di potere, ha immesso i soggetti in un’arena neutra. Qui, deprivati degli strumenti ermeneutici indispensabili per la comprensione e la critica della società, sono stati messi a valore anche attraverso un investimento sempre più ampio sulle forme di vita e di relazione. In questo mondo, che è anche un mondo di affetti e di vita, non c’è però solo neutralità e incapacità di progettarsi. C’è anche un altissimo potenziale eversivo, quello di una generazione in grado di creare continuamente i propri linguaggi e le proprie forme di sopravvivenza. E’ una generazione che vuole riprendere a dire il mondo, e che oggi deve riprendersi tutto.

Giacomo Pisani

Giacomo Pisani

 

Giacomo Pisani, classe 1989, laureato in Filosofia, dottorando di ricerca in Diritti e Istituzioni presso l’Università degli Studi di Torino e collaboratore con la cattedra di Sociologia del Diritto del prof. Luigi Pannarale, presso l’Università degli Studi di Bari. Giornalista pubblicista, direttore della rivista “Generazione zero” oltre che collaboratore di numerose riviste, tra cui “Critica liberale”, “filosofia.it” e “Alfabeta2″.
Tra le sue pubblicazioni troviamo: “La scienza nell’età della tecnica”, in M. Centrone, V. Copertino, R. de Gennaro, M. di Modugno e G. Pisani; “La conoscenza in una società libera” (Levante editori, 2011); “Il gergo della postmodernità” (Unicopli, 2012); “Tecnica ed esistenza nella postmodernità”, in A. Nizza e A. Mallamo (a cura di), Polisofia (Nuova cultura, 2012), “Work between fordism and post-fordism”, in “Why human capital is imporant for organizations” (Palgrave, 2014).
Unico relatore italiano alla Conferenza internazionale sul Basic Income che si terra a Firenze il 26 e 27 giugno prossimi.

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Avete mai rinnovato la patente?

patenteVi sarà capitato di rinnovare la patente ultimamente?  A me si e in un paese che sterza verso il digitale  ho avuto la netta sensazione di fare un bel balzo all’indietro.

Sono al terzo rinnovo e con quella “vecchia” la cosa si risolveva in pochi giorni: dopo versamenti, certificati e visita, ti arrivava a casa un piccolo traghettino autoadesivo rosa da appiccicare  sulla patente e finiva li. Adesso, invece, deve arrivarti la “nuova” patente direttamente a casa.

Dopo 3 versamenti su CC postale (macché volevate pagare col bancomat?), un certificato dall’ottico (perché porto gli occhiali), un certificato dal medico curante, una foto formato tessera (40 x33) e la visita medica presso l’ASP competente, ho atteso il recapito della nuova patente.  Il postino arriva un martedì mattina, dopo 5 giorni, e mi lascia un avviso perché  ovviamente lavoro e non sono a casa.

1° avviso di mancata consegna” è intitolato il biglietto, poco male, andrò a ritirarla io. Poi leggo meglio e non c’è scritto da nessuna parte che posso ritirare in posta la patente. E’ un avviso di Poste Italiane della tipologia “PostaPatente”  che mi invita a telefonare al Contact Center (e per semplificarmi la vita mi suggerisce anche la sequenza delle scelte: opzione 1, scelta 3).  Chiamo e chiedo dove posso ritirare la mia patente e il contact center mi dice che non è possibile che posso soltanto concordare con loro un giorno per la consegna. Ok va bene qualsiasi giorno, l’importante che mi diate un orario. Si, mi risponde, dalle 8 alle 18. Ma non posso mettermi in ferie per apettare il postino…. Allora, mi dice ancora il contact center, non devo far altro che aspettare che il postino faccia il secondo tentativo di recapito (cosa che avverrà nel giro di 10 giorni) e se non la trova le lascerà un nuovo avviso con il quale potrà recarsi direttamente in posta a ritirare la patente.

Va bene, farò così… del resto non ho scelta. L’iter è strano e non riesco a capire perché devo per forza aspettare un secondo tentativo ma tant’é.

Dopo 10 giorni esatti il postino suona nuovamente alla porta e questa volta ci sono io ad aprire.

– Oh finalmente mi consegna sta benedetta patente.

– Deve darmi 6 euro e  86 centesimi, dice lui.

– Ecco (e gli porgo 10 euri) .

– Non ho il resto.

– E io non ho 6 euro e  86 centesimi.

Allora, senza molti preamboli, mi lascia il 2° avviso  di mancata consegna, dicendomi che con quello potrò andare direttamente alle Poste a ritirarla.

Chissà per quale strano motivo il Ministero dell Infrastrutture e Trasporti abbia messo su, insieme a Poste Italiane, questo stranissimo meccanismo di consegna…. Se era solo per farmi pagare € 6,86 poteva chiedermeli prima facendomi effettuare il 4° versamento.

 

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Primo maggio a Taranto

tar1Scrivono di duecentomila persone presenti alla terza edizione del concerto “alternativo” del primo maggio di Taranto.  Certo è che il Parco archeologico delle mura greche era veramente pieno zeppo con un viavai ininterrotto di giovani.

Una festa partita, come sempre, dal basso e che il comitato di “Cittadini e  lavoratori liberi e pensanti”  continua a incentrare sulle tematiche sociali più urgenti  non solo di Taranto ma tutto il sud.   Valentina Petrini ha, ovviamente, aperto la festa parlando dell’Expo ma anche del rischio chiusura della facoltà di Beni culturali di Taranto; di quelli che lottando contro l’abbattimento degli alberi contaminati da Xylella nel Salento. Poi di No Muos, di No Tav, di No TRiv e ovviamente dell’Ilva e dell’incresciosa connivenza dei sindacati maggiori.   “Noi non siamo in contrapposizione con la festa musicale del primo maggio di Roma; siamo in contrapposizione con le scelte politiche imposte da quei sindacati che la organizzano» ha detto, infatti, Michele Riondino.

Non ci sono contributi pubblici o di partiti politici (o peggio ancora di multinazionali) ma tutto è costruito con le donazioni dei cittadini e con di piccolissimi sponsor. Certo niente a che fare con gli sponsor di Rai, Enel e Trenitalia (per non parlare del contributo del comune di Roma e di altri enti pubblici) della kermesse  romana.

La musica è stata quella di Francesco Baccini, Officina Zoè, IoSonoUnCane, Andrea Rivera, Velvet, Ilaria Graziano & Francesco Forni, Diodato, Brunori, Subsonica, Roy Paci & Aretuska, Marlene Kuntz, Caparezza, Fido Guido, Mannarino, Davide Berardi, John De Leo, e tanti altri ancora, tutti accorsi gratuitamente, insieme ai musicisti emergenti scelti attraverso il contest “destinazione uno maggio“.

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#NoExpo

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Ma chi l’ha detto che a nutrire il paese debbano essere le multinazionali che sponsorizzano stermini governativi e mercificano la sofferenza?

Invece è proprio così e le ragioni di Expo2015 passano con regole antiche: mistificazione e  imbroglio. In sostanza solo tecnica della comunicazione che mette a valore esclusivamente il marketing.

Si parla di cibo e di fame nel pianeta ma nella sostanza (mal celata) si apre la strada agli affari della grande distribuzione (McDonald, Coca Cola, Nestlè, Eataly). Pensato che poi serva all’Italia per rilanciare i propri prodotti? E quali? Nella migliore delle ipotesi, si spreca un po’ di denaro pubblico (10, 15 miliardi), si creano pochi posti di lavoro sottopagati e precari e il malaffare avanza.  Per non parlare poi del ricorso al volontariato, con annessa celebrazione come se si trattasse di un’opera dall’alto valore morale, civico o religioso.

Tutto continua a giocarsi a livello di marketing e basta: si contano i biglietti  prenotati dai tour operator contandoli come venduti (anche quelli che il Pd e la Cgil di Milano danno insieme alle tessere), mentre si annunciano milioni di visitatori all’insaputa degli albergatori.

Nel frattempo tutte le città diminuiscono, o annullano, i servizi essenziali e le regioni liberano risorse (anche quelle non disponibili) per partecipare alla kermesse e tenere alto il tenore del marketing.

La Basilicata, per esempio, impegna la cifra considerevole di 3.100.000,00 (tre milioni e centomila) euri con un programma che definirlo da repubblica delle banane è riduttivo.

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Come nell’antica logica democristiana (poi socialista e ora PD) grande l’evento, grande la spesa e grande la “fetta” da far spartire agli amici.  Per il resto solo corsa alla standardizzazione alimentare, all’omologazione culturale con le aziende globali che trainano tutto sul terreno della mercificazione anche del lavoro; d’altronde  il Jobs Act è stato fatto apposta.

Come dice Perotti: “per un politico e un amministratore è molto più appariscente ed appagante fare l’ Expo che costruire delle piscine, togliere le buche dalle strade, ecc…..”.

A noi cosa resta?  Semplice: dire di NO.

Un chiaro e deciso No a EXPO 2015 che potete esprimere come meglio credete, anche solo con un semplice hashtag sui social network: #NoExpo.

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#4D e il texas lucano

notriv1Molti sono convinti che trivellare l’Italia serve a soddisfare il nostro fabbisogno energetico ed economico e che questo viene fatto in modo “sostenibile”.  Maria Rita D’Orsogna che ha girato l’Italia “petrolizzata e petrolizzanda ” dice di no, che questa non è una soluzione.

Renzi, invece, è convinto che questa sia l’unica soluzione e a luglio,  ha detto: “non estraiamo petrolio in Basilicata per paura di quattro comitatini”.

Eccoli  i comitatini: 62 sindaci e 10 mila cittadini tra studenti, agricoltori della Val d’Agri (la zona dove su 15 ettari si passerà da  80 mila barili a 154 mila al giorno), comitati “No Triv” di diversi paesi e tanti cittadini comuni tutti  a chiedere un impegno della Regione Basilicata nel ricorrere contro lo “Sblocca Italia” dinanzi alla Corte costituzionale.  Ed erano tutti lì, il 4 dicembre, sotto la sede del consiglio regionale di Basilicata fino alla sera.

Il Consiglio del renziano Marcello Pittella (figlio del senatore socialista di Lauria e fratello di Gianni, il capogruppo del PSE a Strasburgo) invece approva questa mezza misura: “impugnare l’articolo 38 qualora non vengano ripristinate le prerogative delle Regioni”; che tradotto vuol dire “vedi Renzi che non ti siamo contro, per favore vienici incontro….  almeno un pochino”.

Mentre i lucani, fuori dai cancelli della Regione, gridano un no secco alle trivellazioni, il presidente Pittella parla di soldi, della quota di Ires (un 30% in più) che le compagnie petrolifere dovranno versare nelle casse pubbliche.  Il presidente texano, che è un medico, invece che preoccuparsi della salute e dell’inquinamento del territorio,  parla di incremento della card  (quell’elemosina partorita qualche ano fa) e di interventi strutturali importanti per la regione.  I maligni pensano anche che l’ottenimento del titolo di capitale europea della cultura 2019 per Matera, sia già stato il pre-accordo Pittella-Renzi proprio sulla questione  petrolio.  Il movimento, e i molti sindaci di centro sinistra,  continuano a ricordare, invece, i danni che il petrolio ha già prodotto sul territorio lucano in tutti questi anni (idrocarburi nei laghi e acque radioattive).

Insomma l’art.38 aggiunge il paradosso di non poter amministrare in casa propria.  Più o meno come se all’ora di pranzo arrivi in casa un operaio e, senza alcun permesso e senza neanche suonare il campanello, inizi a perforare il pavimento del salotto in cerca di giacimenti.  Questo è quanto impone Renzi alle regioni e ai comuni.  Poi di salute (aumento significativo del numero di malattie croniche e oncologiche nell’area delle perforazioni) neanche a parlarne.

I consiglieri regionali invece sorridono e mentre qualcuno ricorda che, in fondo, la vitalità media è aumentata, qualcun altro afferma che la cacca delle mucche  inquina più del petrolio.

In tutto questo, il più grande partito lucano, il PD (che qui più che altrove è la continuazione storica di quella DC che ha dominato fin dall’inizio),  è chiuso in se stesso e  pensa soltanto ai propri equilibri interni; e forse ha ragione Angela Mauro su L’Uffington Post quando dice che le ragioni di queste scelte devono essere ricercate proprio nello “scollamento tra politica e cittadini, tra il Pd di Matteo Renzi e la base“.

All’inizio c’era una fievole speranza in vista della forte linea critica proveniente da una parte del centro sinistra: era contrario all’art.38  il deputato PD Vincenzo Folino, autosospesosi tempo fa dal partito, come lo era il presidente del consiglio regionale Piero Lacorazza che sbandierava ai quattro venti la sua contrarietà per poi optare per la soluzione morbida.  Così come pensa bene di votare a favore della soluzione Pittella anche il consigliere di SEL Giannino Romaniello, mentre tutto il suo partito è sotto le regione con le bandiere  e gli striscioni (subito dopo il voto esce o viene espulso dal partito).

Votano contro, con ovvie e decise differenze, il Movimento 5 stelle che da anni si batte per lo stop alle trivellazioni e Forza Italia e Fratelli d’Italia che sembrano aver dimenticato le scelte lungimiranti del passato.

Mancano all’appello i sindacati che sospendono il loro giudizio dimostrando  di non poter divergere troppo dal partito-regione  altrimenti gli viene preclusa quella caratteristica, tutta sindacale, di essere il trampolino privilegiato di quei segretari che si lanciano in politica. Ma, come ha dimostrato lo sciopero sociale del 14 novembre, anche le vertenze sono sempre meno strumento sindacale e la giornata del 4 dicembre, con i suoi 10 mila giovani in piazza, ce ne da ampia conferma.

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Netstrike (HowTo e sciopero sociale)

pugno-redAccade in questi anni, in questi giorni, che un complesso mondo costituito da quasi 4 milioni di lavoratori “senza volto” (atipici o astabili che neanche i sindacati riescono a rappresentare o anche solo ad averne una visione d’insieme), rivendichi il proprio diritto di esistenza.
E capita che in tempi di crisi si faccia spazio quell’incapacità, tutta istituzionale, nel non saper rispondere alle richieste emergenti dalla società.  Anzi, solitamente, questa incapacità viene accompagnata da una “reazione” violenta, spesso di tipo preventivo, tendente a disarticolare le forme di associazionismo derivanti.
Questo mondo-altro, a un certo punto, decide di auto-riprodurre la propria identità attraverso la rappresentazione, anonima e dissenziente, del  malessere e del disagio.
La domanda che questi si rivolgono è:  chi l’ha detto che lo sciopero è una macchina di esclusivo appannaggio sindacale?
Ed ecco proclamato lo sciopero sociale del 14 novembre, con l’obiettivo di esprimere un secco, ma forte, no al Jobs Act di Poletti-Renzi e alla loro fabbrica della precarietà.
L’evento fa esultare Bascetta, su Il Manifesto,  intorno a una “coalizione di intel­li­genza” che, liberandosi dai modelli categoriali del neo­li­be­ri­smo, può riunire il lavoro dipen­dente alle “atti­vità senza nome e senza reddito“.
La cosa ancor più interessante, per chi come me ha sempre un occhio attento al digitale e ai social media, sono i podromi dello sciopero sociale: l’intenzione di occupare anche gli spazi della comunicazione impersonale che si sono moltiplicati nella società post moderna.
Anzi, per dirla con le parole di Eigen-Lab, “rovesciare il tavolo dello spazio di dibattito offerto e creato dai social networks per prenderlo dall’interno, per trasformarlo in spazio politico“.2014-10-10_165730
Con l’idea che  “batte il tempo dello sciopero sociale” ci sono già stati dei primi avvicinamenti ai social con prove tecniche di Tweetstorm.  Prove  che hanno portato il 10 ottobre, in preparazione e diffusione dello sciopero sociale, a lanciare  una “guerrilla tag”  con l’hashtag  #socialstrike  che ha scalato la classifica dei trending topic  e in soli 12 minuti ha raggiunto il secondo posto, per assestarsi al terzo per circa tre ore  (il primo posto sarà giustamente tenuto dall’hashtag sull’alluvione a Genova).
L’evento viene ripetuto nuovamente  il giorno prima dello sciopero sociale del 14 novembre con l’hashtag #incrociamolebraccia  e  anche questa volta si scala la classifica e si raggiunge la quinta posizione.
Insomma è importante che si stiano studiando i meccanismi che rendono più visibili gli argomenti in discussione attraverso la riappropriazione degli algoritmi che sono alla base dei social network.  L’operazione è immane e importante perché tende ad 10734005_1546081938965218_3448433219448854954_n-e1417027657349intaccare il potere di chi decide il valore dei contenuti che riempiono il web.  Occupare gli spazi e condizionare i contenuti vuol dire ribaltare i rapporti di forza all’interno dei social che per definizione dovrebbero avere un alto valore in basso.  Dunque, immaginare delle pratiche collettive di sciopero che attraversino la rete è la dimostrazione che un modo, per certi versi autoestraneizzatosi dai social,  può e vuole riappropriarsi di tutto quanto riversato, giorno per giorno, istante per istante, in questi colossi digitali di vita sociale .

E’ ovvio che tutto dovrà essere  migliorato, affinato, digerito e certamente nel prossimo futuro si riuscirà a mettere in piedi anche un vero e proprio NetStrike.
Di sicuro la strada è tracciata e le basi di un nuovo linguaggio comune sono state gettate.
Non resta che riempire di idee e contenuti quell’ipotesi di  “coalizione di intelligenza” di cui parlava Bascetta, anche attraverso la riunificazione dei movimenti che in tal senso già operano da anni, come lo storico Hacktivism, poi tutto il resto è il presente.

 

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Quei futuristi antagonisti

Perché invitare tutti a leggere l’editoriale di Paolo Macry come ha fatto Lucia Serino, direttrice del Quotidiano di Basilicata?
Per reiterare un errore di lettura della società (forse anche dal punto di vista storico)?
Dico anche dal punto di vista storico perché Macry è un docente di Storia Contemporanea all’Università di Napoli, il quale ama ricordare che l’ultimo vero governatore di Napoli è stato Gava.
Si sta parlando proprio di quel Gava il cui ricordo, a molti, fa ancora accapponare la pelle, figuriamoci  a portarlo ad esempio per il governo di un territorio. Se c’è qualcuno, più giovane, che non sa di cosa si parla può leggersi questa cronistoria scritta nell’anno della sua morte.
E questo era il prologo, ora veniamo al sodo.
Partiamo dalle definizioni: Macry definisce “reazionari” e “antimoderni” questi movimenti “antagonisti” che “mischiano presunti interessi locali con parole d’ordine anticapitalistiche, antitecnologiche, antimoderne“.  Infatti Macry vede la storia del conflitto sociale italiano (quello “controverso…otto-novecentesco“) come un movimento “ambiguo nei confronti dei processi di trasformazione“, un’ambiguità resa nota nel rapporto tra sviluppo e uguaglianza, tra Stato e mercato. È dunque un movimento “conservatore” perché è incapace di stare al passo coi tempi.
La modernità di Macry significa “stare al passo con i tempi” e questi tempi sono quelli dettati dal ritmo del capitale. Stiamo parlando dei tempi che il liberismo ha imposto come scansione della modernità e tutto ciò che vi si è frapposto (o vi si frappone ancora) dev’essere definito come atto di conservazione.
Un po’ come quel vecchio esempio che amava fare un mio professore all’università quando, per semplificare la differenza tra sillogismo vero e falso, ci faceva l’esempio della forchetta (siccome tutte le forchette hanno tre denti e mio nonno ha tre denti, allora mio nonno è una forchetta). Più o meno è questo il sillogismo storico di Macry.
Pensateci e poi ditemi se potreste definire come atti conservativi tutte le prospettive che hanno cercato di intravedere una società diversa da quella naturale che, superando anche la vecchia idea di contratto sociale, avrebbe potuto realizzare una stratificazione sociale egualitaria? Ditemi se è stato conservativo aspirare alla organizzazione collettiva del lavoro? O, se più semplicemente, lo è stato pensare a una società di eguali?
Invece la modernità del capitale è quella incollata allo stato di natura dove le differenze biologiche devono essere, necessariamente, anche morali e sociali.
Ecco chi sono (e chi erano) gli antagonisti: coloro che lottano per un futuro. Sono quelli che si antepongono al protagonismo autopoietico dei padroni; sono quelli che cercano di strappare dal conservatorismo l’intera società; sono coloro che disvelano i truffatori storici che spacciano l’ammodernamento dei “mezzi “, della tecnologia, come metafore di modernità.
La modernità che cercano di venderci per buona è quella del tempo della vita scambiato con il tempo del lavoro; quella che sgancia la figura del lavoratore dalla propria individualità (personalità); quella che fa sopravanzare il diritto privato su quello pubblico (anzi, che autoregola il diritto pubblico in funzione di quello privato)…
Potrei continuare ancora ma mi basta citare i ragionamenti, spesi in mille metafore, che Renzi spaccia per modernità.
Ora io non so bene se è più grave che uno studente lucano non conosca bene alcuni fatti in contestazione (anche se forse bastava misurare il sentimento di disapprovazione o più semplicemente lo stato generalizzato di inadeguatezza per fare un buon racconto di quella giornata) oppure che chi dispone e decide per tutti e contro tutti, crede di essere miracolato da  un’investitura della divina maggioranza, ; o, forse, peggio ancora chi fa della propria intelligenza un tappetino di appoggio dei poteri sempre più forti.
Mentre scrivo, leggo che a Napoli è stato duramente contestato dagli studenti il professor Macry circa la sua “modernissima” difesa della città della scienza….   ecco ogni tanto mi rallegro del fatto che ci sono altri che ci arrivano molto prima di me.

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