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Avete mai rinnovato la patente?

patenteVi sarà capitato di rinnovare la patente ultimamente?  A me si e in un paese che sterza verso il digitale  ho avuto la netta sensazione di fare un bel balzo all’indietro.

Sono al terzo rinnovo e con quella “vecchia” la cosa si risolveva in pochi giorni: dopo versamenti, certificati e visita, ti arrivava a casa un piccolo traghettino autoadesivo rosa da appiccicare  sulla patente e finiva li. Adesso, invece, deve arrivarti la “nuova” patente direttamente a casa.

Dopo 3 versamenti su CC postale (macché volevate pagare col bancomat?), un certificato dall’ottico (perché porto gli occhiali), un certificato dal medico curante, una foto formato tessera (40 x33) e la visita medica presso l’ASP competente, ho atteso il recapito della nuova patente.  Il postino arriva un martedì mattina, dopo 5 giorni, e mi lascia un avviso perché  ovviamente lavoro e non sono a casa.

1° avviso di mancata consegna” è intitolato il biglietto, poco male, andrò a ritirarla io. Poi leggo meglio e non c’è scritto da nessuna parte che posso ritirare in posta la patente. E’ un avviso di Poste Italiane della tipologia “PostaPatente”  che mi invita a telefonare al Contact Center (e per semplificarmi la vita mi suggerisce anche la sequenza delle scelte: opzione 1, scelta 3).  Chiamo e chiedo dove posso ritirare la mia patente e il contact center mi dice che non è possibile che posso soltanto concordare con loro un giorno per la consegna. Ok va bene qualsiasi giorno, l’importante che mi diate un orario. Si, mi risponde, dalle 8 alle 18. Ma non posso mettermi in ferie per apettare il postino…. Allora, mi dice ancora il contact center, non devo far altro che aspettare che il postino faccia il secondo tentativo di recapito (cosa che avverrà nel giro di 10 giorni) e se non la trova le lascerà un nuovo avviso con il quale potrà recarsi direttamente in posta a ritirare la patente.

Va bene, farò così… del resto non ho scelta. L’iter è strano e non riesco a capire perché devo per forza aspettare un secondo tentativo ma tant’é.

Dopo 10 giorni esatti il postino suona nuovamente alla porta e questa volta ci sono io ad aprire.

– Oh finalmente mi consegna sta benedetta patente.

– Deve darmi 6 euro e  86 centesimi, dice lui.

– Ecco (e gli porgo 10 euri) .

– Non ho il resto.

– E io non ho 6 euro e  86 centesimi.

Allora, senza molti preamboli, mi lascia il 2° avviso  di mancata consegna, dicendomi che con quello potrò andare direttamente alle Poste a ritirarla.

Chissà per quale strano motivo il Ministero dell Infrastrutture e Trasporti abbia messo su, insieme a Poste Italiane, questo stranissimo meccanismo di consegna…. Se era solo per farmi pagare € 6,86 poteva chiedermeli prima facendomi effettuare il 4° versamento.

 

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Primo maggio a Taranto

tar1Scrivono di duecentomila persone presenti alla terza edizione del concerto “alternativo” del primo maggio di Taranto.  Certo è che il Parco archeologico delle mura greche era veramente pieno zeppo con un viavai ininterrotto di giovani.

Una festa partita, come sempre, dal basso e che il comitato di “Cittadini e  lavoratori liberi e pensanti”  continua a incentrare sulle tematiche sociali più urgenti  non solo di Taranto ma tutto il sud.   Valentina Petrini ha, ovviamente, aperto la festa parlando dell’Expo ma anche del rischio chiusura della facoltà di Beni culturali di Taranto; di quelli che lottando contro l’abbattimento degli alberi contaminati da Xylella nel Salento. Poi di No Muos, di No Tav, di No TRiv e ovviamente dell’Ilva e dell’incresciosa connivenza dei sindacati maggiori.   “Noi non siamo in contrapposizione con la festa musicale del primo maggio di Roma; siamo in contrapposizione con le scelte politiche imposte da quei sindacati che la organizzano» ha detto, infatti, Michele Riondino.

Non ci sono contributi pubblici o di partiti politici (o peggio ancora di multinazionali) ma tutto è costruito con le donazioni dei cittadini e con di piccolissimi sponsor. Certo niente a che fare con gli sponsor di Rai, Enel e Trenitalia (per non parlare del contributo del comune di Roma e di altri enti pubblici) della kermesse  romana.

La musica è stata quella di Francesco Baccini, Officina Zoè, IoSonoUnCane, Andrea Rivera, Velvet, Ilaria Graziano & Francesco Forni, Diodato, Brunori, Subsonica, Roy Paci & Aretuska, Marlene Kuntz, Caparezza, Fido Guido, Mannarino, Davide Berardi, John De Leo, e tanti altri ancora, tutti accorsi gratuitamente, insieme ai musicisti emergenti scelti attraverso il contest “destinazione uno maggio“.

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#NoExpo

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Ma chi l’ha detto che a nutrire il paese debbano essere le multinazionali che sponsorizzano stermini governativi e mercificano la sofferenza?

Invece è proprio così e le ragioni di Expo2015 passano con regole antiche: mistificazione e  imbroglio. In sostanza solo tecnica della comunicazione che mette a valore esclusivamente il marketing.

Si parla di cibo e di fame nel pianeta ma nella sostanza (mal celata) si apre la strada agli affari della grande distribuzione (McDonald, Coca Cola, Nestlè, Eataly). Pensato che poi serva all’Italia per rilanciare i propri prodotti? E quali? Nella migliore delle ipotesi, si spreca un po’ di denaro pubblico (10, 15 miliardi), si creano pochi posti di lavoro sottopagati e precari e il malaffare avanza.  Per non parlare poi del ricorso al volontariato, con annessa celebrazione come se si trattasse di un’opera dall’alto valore morale, civico o religioso.

Tutto continua a giocarsi a livello di marketing e basta: si contano i biglietti  prenotati dai tour operator contandoli come venduti (anche quelli che il Pd e la Cgil di Milano danno insieme alle tessere), mentre si annunciano milioni di visitatori all’insaputa degli albergatori.

Nel frattempo tutte le città diminuiscono, o annullano, i servizi essenziali e le regioni liberano risorse (anche quelle non disponibili) per partecipare alla kermesse e tenere alto il tenore del marketing.

La Basilicata, per esempio, impegna la cifra considerevole di 3.100.000,00 (tre milioni e centomila) euri con un programma che definirlo da repubblica delle banane è riduttivo.

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Come nell’antica logica democristiana (poi socialista e ora PD) grande l’evento, grande la spesa e grande la “fetta” da far spartire agli amici.  Per il resto solo corsa alla standardizzazione alimentare, all’omologazione culturale con le aziende globali che trainano tutto sul terreno della mercificazione anche del lavoro; d’altronde  il Jobs Act è stato fatto apposta.

Come dice Perotti: “per un politico e un amministratore è molto più appariscente ed appagante fare l’ Expo che costruire delle piscine, togliere le buche dalle strade, ecc…..”.

A noi cosa resta?  Semplice: dire di NO.

Un chiaro e deciso No a EXPO 2015 che potete esprimere come meglio credete, anche solo con un semplice hashtag sui social network: #NoExpo.

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#4D e il texas lucano

notriv1Molti sono convinti che trivellare l’Italia serve a soddisfare il nostro fabbisogno energetico ed economico e che questo viene fatto in modo “sostenibile”.  Maria Rita D’Orsogna che ha girato l’Italia “petrolizzata e petrolizzanda ” dice di no, che questa non è una soluzione.

Renzi, invece, è convinto che questa sia l’unica soluzione e a luglio,  ha detto: “non estraiamo petrolio in Basilicata per paura di quattro comitatini”.

Eccoli  i comitatini: 62 sindaci e 10 mila cittadini tra studenti, agricoltori della Val d’Agri (la zona dove su 15 ettari si passerà da  80 mila barili a 154 mila al giorno), comitati “No Triv” di diversi paesi e tanti cittadini comuni tutti  a chiedere un impegno della Regione Basilicata nel ricorrere contro lo “Sblocca Italia” dinanzi alla Corte costituzionale.  Ed erano tutti lì, il 4 dicembre, sotto la sede del consiglio regionale di Basilicata fino alla sera.

Il Consiglio del renziano Marcello Pittella (figlio del senatore socialista di Lauria e fratello di Gianni, il capogruppo del PSE a Strasburgo) invece approva questa mezza misura: “impugnare l’articolo 38 qualora non vengano ripristinate le prerogative delle Regioni”; che tradotto vuol dire “vedi Renzi che non ti siamo contro, per favore vienici incontro….  almeno un pochino”.

Mentre i lucani, fuori dai cancelli della Regione, gridano un no secco alle trivellazioni, il presidente Pittella parla di soldi, della quota di Ires (un 30% in più) che le compagnie petrolifere dovranno versare nelle casse pubbliche.  Il presidente texano, che è un medico, invece che preoccuparsi della salute e dell’inquinamento del territorio,  parla di incremento della card  (quell’elemosina partorita qualche ano fa) e di interventi strutturali importanti per la regione.  I maligni pensano anche che l’ottenimento del titolo di capitale europea della cultura 2019 per Matera, sia già stato il pre-accordo Pittella-Renzi proprio sulla questione  petrolio.  Il movimento, e i molti sindaci di centro sinistra,  continuano a ricordare, invece, i danni che il petrolio ha già prodotto sul territorio lucano in tutti questi anni (idrocarburi nei laghi e acque radioattive).

Insomma l’art.38 aggiunge il paradosso di non poter amministrare in casa propria.  Più o meno come se all’ora di pranzo arrivi in casa un operaio e, senza alcun permesso e senza neanche suonare il campanello, inizi a perforare il pavimento del salotto in cerca di giacimenti.  Questo è quanto impone Renzi alle regioni e ai comuni.  Poi di salute (aumento significativo del numero di malattie croniche e oncologiche nell’area delle perforazioni) neanche a parlarne.

I consiglieri regionali invece sorridono e mentre qualcuno ricorda che, in fondo, la vitalità media è aumentata, qualcun altro afferma che la cacca delle mucche  inquina più del petrolio.

In tutto questo, il più grande partito lucano, il PD (che qui più che altrove è la continuazione storica di quella DC che ha dominato fin dall’inizio),  è chiuso in se stesso e  pensa soltanto ai propri equilibri interni; e forse ha ragione Angela Mauro su L’Uffington Post quando dice che le ragioni di queste scelte devono essere ricercate proprio nello “scollamento tra politica e cittadini, tra il Pd di Matteo Renzi e la base“.

All’inizio c’era una fievole speranza in vista della forte linea critica proveniente da una parte del centro sinistra: era contrario all’art.38  il deputato PD Vincenzo Folino, autosospesosi tempo fa dal partito, come lo era il presidente del consiglio regionale Piero Lacorazza che sbandierava ai quattro venti la sua contrarietà per poi optare per la soluzione morbida.  Così come pensa bene di votare a favore della soluzione Pittella anche il consigliere di SEL Giannino Romaniello, mentre tutto il suo partito è sotto le regione con le bandiere  e gli striscioni (subito dopo il voto esce o viene espulso dal partito).

Votano contro, con ovvie e decise differenze, il Movimento 5 stelle che da anni si batte per lo stop alle trivellazioni e Forza Italia e Fratelli d’Italia che sembrano aver dimenticato le scelte lungimiranti del passato.

Mancano all’appello i sindacati che sospendono il loro giudizio dimostrando  di non poter divergere troppo dal partito-regione  altrimenti gli viene preclusa quella caratteristica, tutta sindacale, di essere il trampolino privilegiato di quei segretari che si lanciano in politica. Ma, come ha dimostrato lo sciopero sociale del 14 novembre, anche le vertenze sono sempre meno strumento sindacale e la giornata del 4 dicembre, con i suoi 10 mila giovani in piazza, ce ne da ampia conferma.

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Netstrike (HowTo e sciopero sociale)

pugno-redAccade in questi anni, in questi giorni, che un complesso mondo costituito da quasi 4 milioni di lavoratori “senza volto” (atipici o astabili che neanche i sindacati riescono a rappresentare o anche solo ad averne una visione d’insieme), rivendichi il proprio diritto di esistenza.
E capita che in tempi di crisi si faccia spazio quell’incapacità, tutta istituzionale, nel non saper rispondere alle richieste emergenti dalla società.  Anzi, solitamente, questa incapacità viene accompagnata da una “reazione” violenta, spesso di tipo preventivo, tendente a disarticolare le forme di associazionismo derivanti.
Questo mondo-altro, a un certo punto, decide di auto-riprodurre la propria identità attraverso la rappresentazione, anonima e dissenziente, del  malessere e del disagio.
La domanda che questi si rivolgono è:  chi l’ha detto che lo sciopero è una macchina di esclusivo appannaggio sindacale?
Ed ecco proclamato lo sciopero sociale del 14 novembre, con l’obiettivo di esprimere un secco, ma forte, no al Jobs Act di Poletti-Renzi e alla loro fabbrica della precarietà.
L’evento fa esultare Bascetta, su Il Manifesto,  intorno a una “coalizione di intel­li­genza” che, liberandosi dai modelli categoriali del neo­li­be­ri­smo, può riunire il lavoro dipen­dente alle “atti­vità senza nome e senza reddito“.
La cosa ancor più interessante, per chi come me ha sempre un occhio attento al digitale e ai social media, sono i podromi dello sciopero sociale: l’intenzione di occupare anche gli spazi della comunicazione impersonale che si sono moltiplicati nella società post moderna.
Anzi, per dirla con le parole di Eigen-Lab, “rovesciare il tavolo dello spazio di dibattito offerto e creato dai social networks per prenderlo dall’interno, per trasformarlo in spazio politico“.2014-10-10_165730
Con l’idea che  “batte il tempo dello sciopero sociale” ci sono già stati dei primi avvicinamenti ai social con prove tecniche di Tweetstorm.  Prove  che hanno portato il 10 ottobre, in preparazione e diffusione dello sciopero sociale, a lanciare  una “guerrilla tag”  con l’hashtag  #socialstrike  che ha scalato la classifica dei trending topic  e in soli 12 minuti ha raggiunto il secondo posto, per assestarsi al terzo per circa tre ore  (il primo posto sarà giustamente tenuto dall’hashtag sull’alluvione a Genova).
L’evento viene ripetuto nuovamente  il giorno prima dello sciopero sociale del 14 novembre con l’hashtag #incrociamolebraccia  e  anche questa volta si scala la classifica e si raggiunge la quinta posizione.
Insomma è importante che si stiano studiando i meccanismi che rendono più visibili gli argomenti in discussione attraverso la riappropriazione degli algoritmi che sono alla base dei social network.  L’operazione è immane e importante perché tende ad 10734005_1546081938965218_3448433219448854954_n-e1417027657349intaccare il potere di chi decide il valore dei contenuti che riempiono il web.  Occupare gli spazi e condizionare i contenuti vuol dire ribaltare i rapporti di forza all’interno dei social che per definizione dovrebbero avere un alto valore in basso.  Dunque, immaginare delle pratiche collettive di sciopero che attraversino la rete è la dimostrazione che un modo, per certi versi autoestraneizzatosi dai social,  può e vuole riappropriarsi di tutto quanto riversato, giorno per giorno, istante per istante, in questi colossi digitali di vita sociale .

E’ ovvio che tutto dovrà essere  migliorato, affinato, digerito e certamente nel prossimo futuro si riuscirà a mettere in piedi anche un vero e proprio NetStrike.
Di sicuro la strada è tracciata e le basi di un nuovo linguaggio comune sono state gettate.
Non resta che riempire di idee e contenuti quell’ipotesi di  “coalizione di intelligenza” di cui parlava Bascetta, anche attraverso la riunificazione dei movimenti che in tal senso già operano da anni, come lo storico Hacktivism, poi tutto il resto è il presente.

 

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Quei futuristi antagonisti

Perché invitare tutti a leggere l’editoriale di Paolo Macry come ha fatto Lucia Serino, direttrice del Quotidiano di Basilicata?
Per reiterare un errore di lettura della società (forse anche dal punto di vista storico)?
Dico anche dal punto di vista storico perché Macry è un docente di Storia Contemporanea all’Università di Napoli, il quale ama ricordare che l’ultimo vero governatore di Napoli è stato Gava.
Si sta parlando proprio di quel Gava il cui ricordo, a molti, fa ancora accapponare la pelle, figuriamoci  a portarlo ad esempio per il governo di un territorio. Se c’è qualcuno, più giovane, che non sa di cosa si parla può leggersi questa cronistoria scritta nell’anno della sua morte.
E questo era il prologo, ora veniamo al sodo.
Partiamo dalle definizioni: Macry definisce “reazionari” e “antimoderni” questi movimenti “antagonisti” che “mischiano presunti interessi locali con parole d’ordine anticapitalistiche, antitecnologiche, antimoderne“.  Infatti Macry vede la storia del conflitto sociale italiano (quello “controverso…otto-novecentesco“) come un movimento “ambiguo nei confronti dei processi di trasformazione“, un’ambiguità resa nota nel rapporto tra sviluppo e uguaglianza, tra Stato e mercato. È dunque un movimento “conservatore” perché è incapace di stare al passo coi tempi.
La modernità di Macry significa “stare al passo con i tempi” e questi tempi sono quelli dettati dal ritmo del capitale. Stiamo parlando dei tempi che il liberismo ha imposto come scansione della modernità e tutto ciò che vi si è frapposto (o vi si frappone ancora) dev’essere definito come atto di conservazione.
Un po’ come quel vecchio esempio che amava fare un mio professore all’università quando, per semplificare la differenza tra sillogismo vero e falso, ci faceva l’esempio della forchetta (siccome tutte le forchette hanno tre denti e mio nonno ha tre denti, allora mio nonno è una forchetta). Più o meno è questo il sillogismo storico di Macry.
Pensateci e poi ditemi se potreste definire come atti conservativi tutte le prospettive che hanno cercato di intravedere una società diversa da quella naturale che, superando anche la vecchia idea di contratto sociale, avrebbe potuto realizzare una stratificazione sociale egualitaria? Ditemi se è stato conservativo aspirare alla organizzazione collettiva del lavoro? O, se più semplicemente, lo è stato pensare a una società di eguali?
Invece la modernità del capitale è quella incollata allo stato di natura dove le differenze biologiche devono essere, necessariamente, anche morali e sociali.
Ecco chi sono (e chi erano) gli antagonisti: coloro che lottano per un futuro. Sono quelli che si antepongono al protagonismo autopoietico dei padroni; sono quelli che cercano di strappare dal conservatorismo l’intera società; sono coloro che disvelano i truffatori storici che spacciano l’ammodernamento dei “mezzi “, della tecnologia, come metafore di modernità.
La modernità che cercano di venderci per buona è quella del tempo della vita scambiato con il tempo del lavoro; quella che sgancia la figura del lavoratore dalla propria individualità (personalità); quella che fa sopravanzare il diritto privato su quello pubblico (anzi, che autoregola il diritto pubblico in funzione di quello privato)…
Potrei continuare ancora ma mi basta citare i ragionamenti, spesi in mille metafore, che Renzi spaccia per modernità.
Ora io non so bene se è più grave che uno studente lucano non conosca bene alcuni fatti in contestazione (anche se forse bastava misurare il sentimento di disapprovazione o più semplicemente lo stato generalizzato di inadeguatezza per fare un buon racconto di quella giornata) oppure che chi dispone e decide per tutti e contro tutti, crede di essere miracolato da  un’investitura della divina maggioranza, ; o, forse, peggio ancora chi fa della propria intelligenza un tappetino di appoggio dei poteri sempre più forti.
Mentre scrivo, leggo che a Napoli è stato duramente contestato dagli studenti il professor Macry circa la sua “modernissima” difesa della città della scienza….   ecco ogni tanto mi rallegro del fatto che ci sono altri che ci arrivano molto prima di me.

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Precarius Job

Il primo maggio del 2001 Berlusconi, in un pubblico comizio a Napoli, promise un milione di posti di lavoro in più entro il 2006 (300 mila posti all’anno).

La ricetta era molto semplice: dei 5 milioni di imprenditori italiani sarebbe bastato che soltanto 1 milione di loro avesse assunto un lavoratore.
L’unico problema fu che gli imprenditori italiani, nella realtà, erano 400 mila e non 5 milioni (l’Istat ne rilevava 400 mila nel 2004 con tendenza in diminuzione) e quindi se anche un quinto di loro avesse assunto un lavoratore i posti in più sarebbero stati solo 80 mila.
E’ inutile ricordare che la promessa di Berlusconi non si avverò.

Pochi giorni fa il ministro del lavoro Padoan ritorna sul tema e ne promette 800.000 in tre anni (160 mila all’anno).

A differenza di Berlusconi Padoan è ancora più subdolo o, se volete, fa il famoso gioco “delle tre carte”.   Da un lato si promettono non dei veri e propri posti di lavoro ma la stabilizzazione dei contratti precari e dall’altro la si rende  solo apparente con gli effetti della legge Poletti, approvata a maggio, con la quale si liberalizzano i contratti a termine ponendo il limite massimo di 5 anni per il loro rinnovo; peccato che i rinnovi si applicano soltanto alla mansione e non al lavoratore, quindi basta modificare la mansione per far restare quel lavoratore precario a piacimento.

Se poi aggiungete a tutto questo il nuovo “contratto a tutele crescenti“, con il quale il datore di lavoro può licenziare senza motivazione, nei primi tre anni (niente articolo 18), il gioco è completo: il lavoratore si ritroverà con un 3 anni di prova e un lungo futuro da precario e da ricattato.

Diteglielo a quelli di sinistra che questa non è sinistra…. è sinistro!

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