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La notte più buia della Big Apple

Di fronte all’Oceano Atlantico, sulla foce del fiume Hudson, sorge New York, la città più popolata degli Stati Uniti.
La chiamano Big Apple perché il suo perimetro urbano somiglia a una grande mela e sembra che il primo ad accorgersene sia stato Edward Martin che così la definì nel suo libro “The Wayfarer in New York” del 1909. Vent’anni dopo il giornalista sportivo John Fitzgerald, intitolò la sua rubrica sulle corse di cavalli a New York “Around the Big Apple”, mentre  nel 1971 l’Ufficio del Turismo adottò ufficialmente il simbolo della mela accanto al nome della città.
Il periodo più buio della storia della grande mela è certamente il 1977. Lo stato sociale è completamente a pezzi e il livello di povertà è al suo massimo storico. Il sindaco democratico Abraham Beame (che alla fine di quell’anno terminerà il suo mandato) per fronteggiare la crisi economica, come da consolidata tradizione liberista aveva varato un taglio indiscriminato di tutte le spese per i servizi sociali.  Come di solito, in questi casi, a farci le spese sono le fasce sociali più deboli con il conseguente inasprimento della pace sociale soprattutto nei quartieri poveri della città.
Infatti le gang oltre a controllare il traffico della droga sono anche l’unico riferimento sociale ed economico dei giovani americani dei quartieri popolari. Come se non bastasse, David Berkowitzuz, denominato “il figlio di Sam” (o il “killer della 44”), ha già ammazzato sei persone, ferendone altre nove. Berkowitzuz era il cognome della famiglia che lo aveva adottato perché lui, in realtà, si chiamava Falco ed era figlio di un pescivendolo italo-americano che lo aveva abbandonato alla nascita.  Il killer confesserà, dopo la cattura, di essere stato “affascinato dalla stregoneria, dal satanismo e dalle scienze occulte fin da bambino” e che il film “Rosemary’s Baby” lo aveva colpito in modo particolare.
Prima che Berkowitzuz fosse catturato (dai poliziotti italo-americani Strano, Gardella e Falotico il 10 agosto), alle 21 e 30 del 13 luglio sulla Big Apple cala la notte più scura che i newyorkesi ricordino.
Quasi in tutta la città va via la luce e l’interruzione durerà fino alla sera del giorno successivo. Un violento temporale ha fatto saltare le linee dell’alta tensione della società elettrica “Con Edison”  provocando un blackout totale sull’intera rete.  Solo il distretto del Queens si salva perché è da sempre servito da un’altra compagnia elettrica, la “Long Island Lighting Company”.
Un po’ il buio ma soprattutto il disagio dei sobborghi e dei quartieri  popolari come Brooklyn, Harlem e il South Bronx, scatenarono una serie di rivolte urbane spontanee.  Circa duemila negozi furono saccheggiati e quasi la metà incendiati.  Il giorno dopo i bollettini della polizia parlarono di oltre tremila arrestati e quelli della stampa ufficiale sottolinearono soltanto due concetti chiave: saccheggio e vandalismo.
La morale conseguente fu facile da riassumere in un solo titolo: “notte di terrore“.
Eppure ci furono anche quelli, come gli abitanti del Greenwich Village, che scesero in strada e cantarono e ballarono per tutta la notte a lume di candela.
Poi la luce ritornò e anche se non si riuscì a fare chiarezza fino in fondo sulle responsabilità di quel lungo back out, restava ancora un killer da catturare e una mela da sgranocchiare. Nel frattempo nelle sale cinematografiche si proietta Star Wars e a Memphis muore Elvis Presley, giusto per completare il buio più pesto della storia, e non solo di New York.

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Al palo della morte: intervista a Giuliano Santoro

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Giuliano Santoro è un giornalista che collabora con il manifesto e con il Venerdì di Repubblica. È autore, tra l’altro, di Un Grillo qualunque (Castelvecchi, 2012), Guida alla Roma ribelle (Voland, 2013) e Cervelli sconnessi (Castelvecchi, 2014).
suduepiedi.net è il suo blog, nato per descrivere in diretta la camminata di trenta giorni che ha compiuto lungo la Calabria. E’ partito il primo luglio del 2011 da Cavallerizzo (paese franato a causa del dissesto idrogeologico), dove la protezione civile di Bertolaso ha costruito una «new town», per arrivare il 30 luglio a Montalto d’Aspromonte, il luogo in cui, nel 1969, una grande riunione delle ‘ndrine interrotta dalla polizia finì in sparatoria, segnando il passaggio di scala della ‘ndrangheta da banda locale a impresa globale.
L’ultimo lavoro di Santoro è Al palo della morte. Storia di un omicidio in una periferia meticcia, edito dalla Edizioni Alegre, ed è proprio di questo libro che abbiamo parlato con l’autore.

«…ci vediamo là, ar palo da morte» dice Enzo, il coatto interpretato da Carlo Verdone nel suo esordio alla regia. Verdone è un buon interprete di personaggi ma ha bisogno di Sergio Leone per raccontare la periferia romana. E’ evidente che questa citazione di “Un sacco bello” debba fare da controcanto alla storia di Shahzad. E’ una storia, una brutta storia, il cui racconto diventa necessario, anzi indispensabile a far chiarezza sulla morte di un pakistano nella periferia gentrificata della capitale.
La sera del 18 settembre 2014 il giovane Shazad, viene ammazzato a calci e pugni da un minorenne romano e dal padre che lo incita a commettere l’omicidio.
Questa morte è sicuramente il prologo dei pogrom razzisti della destra romana e italiana in generale.
Il libro di Santoro si muove con precisione nello spazio e nel tempo. Ricostruisce con pazienza e accuratezza la storia di Shahzad e anche quella di Tor Pignattara che da vecchio quartiere antifascista diventa periferia meticcia e teatro di un omicidio predeterminato.

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Partiamo dal cinema. Perché “Un sacco bello” è un evento fondativo della romanità postmoderna?

«Al Palo della Morte» parte da un fatto di cronaca – l’omicidio di Shahzad – e da come questo viene raccontato per smontare, contestualizzare, decostruire il linguaggio. Da questo punto di vista è una specie di reportage sula lingua e sulle dinamiche materiali che queste innescano. Ragionando attorno all’iconografia pop di Roma e del «coatto» romano mi sono imbattuto anche in «Un sacco bello», film che ha avuto come ghost-director Sergio Leone, dal quale eredita un certo respiro epico. I tre episodi che compongono l’esordio di Carlo Verdone raccontano le storie di tre persone che, come Shahzad, cercano di fuggire dalla metropoli e dalle sue miserie e che rappresentano le tre sfumature del romano: il fricchettone Ruggero in fuga dalla famiglia, l’ingenuo mammone Leo che deve andare a Ladispoli e il coatto Enzo, che deve incontrare il suo compagno di viaggio per andare a Cracovia, carico di calze di nylon e penne biro. Si danno appuntamento «al palo della morte» che rappresenta la frontiera della metropoli.

Per esempio a me, quando sento parlare della marana, mi vengono in mente le scene di «Un americano a Roma», anche se nel libro citi «Una vita difficile», «Lo scopone scientifico»…

Parlando di Roma e immaginario popolare non potevo citare anche Alberto Sordi. Sono rimasto molto affascinato dal libro che Tatti Sanguineti ha dedicato a Rodolfo Sonego, l’autore di Sordi. Albertone era un reazionario, un andreottiano, un italiano medio conformista anche un po’ pavido. Ma ebbe il coraggio e l’intelligenza di affidarsi ad un autore di sinistra, ex partigiano. Questa ambivalenza si vede nella storia del giornalista comunista di «Una vita difficile», personaggio che ha segnato il percorso artistico di Sordi e che non poteva essere più lontano dalla sua vita. E la carica allegorica de «Lo Scopone Scientifico» rappresenta come pochi altri film lo scontro tra centro e periferia, tra la Roma delle baracche e quella dei palazzi. Che è un altro dei temi del libro.

Il libro sembra una sceneggiatura, ecco perché c’è tanto cinema?

Sicuramente è un montaggio di tante scene, procede per frammenti. Douglas Rushkoff, teorico della cultura digitale, sostiene che nell’era della connessione eterna, della frammentazione delle identità e della proliferazione dei tempi dei social, ci sono due modi per raccontare una storia. Per spiegarli fa riferimento a due film, usciti nello stesso anno peraltro: «Forrest Gump» e «Pulp Fiction». Nel primo si assolutizza la figura del protagonista, se ne forza la centralità fino a renderlo testimone di qualsiasi evento storico. È ovviamente un’iperbole, una scelta paradossale, ma rappresenta l’ipertrofia della prima persona che spesso e volentieri il web alimenta. Al contrario, «Pulp Fiction» rappresenta il rimontaggio dei tempi, la circolarità degli eventi. È un altro modo di approcciare la complessità. Diciamo che mi sono rifatto più allo schema di Tarantino che a quello di Zemeckis.

Per inquadrare le origini multietniche di Tor Pignattara parti dal 1900.

Ho chiesto a un testimone diretto, un migrante pakistano della prima ondata per quale motivo pakistani prima e soprattutto bengalesi poi avessero scelto di vivere a Tor Pignattara. E lui mi ha risposto che avevano scoperto la Casilina per via dell’occupazione della Pantanella, il grande pastificio abbandonato a ridosso di Porta Maggiore che venne occupato dai migranti per diversi mesi. Migliaia di persone ci andarono a vivere e ci accorgemmo dell’esistenza dei migranti e della loro carica conflittuale. Dalla Pantanella, col trenino delle ferrovie laziali, arrivarono a Tor Pignattara. La storia della Pantanella è davvero straordinaria e merita di essere rievocata, perché esiste pochissima bibliografia e rischia di venire dimenticata. Contiene le lotte ma anche le speculazioni, la nascita di nuovi linguaggi ma anche l’invenzione della «emergenza» che poi avrebbe prodotto il modello di Mafia Capitale.

Il fil rouge del racconto è fatto anche dall’apertura linguistica e socio-politica di concetti come emergenza, contagio, degrado, decoro.

Nei giorni in cui Shahzad viene ucciso, Tor Pignattara – ma è lo stesso per altri quartieri di Roma e altre città d’Italia e d’Europa – veniva investita da campagne securitarie e contro il degrado. Chi invoca il «decoro» spesso e volentieri si prefigge lo scopo di impedire l’uso dello spazio e si arroga il diritto di decidere che tempi debbano scorrere nella metropoli. È un circolo vizioso: più svuoti gli spazi e contingenti i tempi più la città diventa tetra, ci si barrica dietro i sacchetti di sabbia posti alla finestra per difendere i propri millesimi. La città da spazio della vita in comune diviene una specie di condominio gigante. E si sa, nelle assemblee di condominio tutti si guardano in cagnesco, hanno l’unico obiettivo di difendere il proprio bene rifugio (la casa) e di presidiare lo squallore del pianerottolo. Col decoro, in nome della lotta al fantomatico «degrado», la qualità della vita urbana peggiora drasticamente.

Poi ci sono le leggende metropolitane.

La paranoia securitaria, l’incertezza della crisi, generano racconti cospirazionisti e leggende metropolitane straordinarie, interessantissime. È un tema che mi ha affascina fin da ragazzino. Ho scritto libri molto diversi ma il tema delle leggende metropolitane, intese come la narrazione popolare di eventi mai accaduti che però sono la spia dell’inconscio collettivo, è ricorrente in ognuno di essi. In questo caso ho scelto di riportare un paio di leggende che circolano a proposito di razzismo e migranti. Quelle storie fanno parte del paesaggio che ho cercato di raccontare.

Chi come me abita in una piccola provincia, difficilmente riesce a calarsi fino in fondo nei racconti di vita della città dentro la città.

Se ci pensi bene c’è molto anche della provincia. Con l’Unità d’Italia prima e col fascismo poi si vuole fare di Roma lo specchio dell’Italia, la vetrina dell’orgoglio nazionalista. E invece Roma diviene sì lo specchio del paese, ma anche delle sue contraddizioni. Quindi dentro la storia di Roma, e soprattutto dentro la storia delle sue periferie, c’è la storia di altri luoghi, anche dei villaggi sperduti.

Io che sono un amante, un appassionato, di ciò che è digitale (anche quando si perdono delle sonorità dell’analogico), volevo dirti che quando uscì il libro, scrissi un commento sotto un tuo post su Facebook, chiedendoti della versione in ebook. Mi rispondesti secco: solo carta. Centra poco con tutto quanto raccontato finora ma volevo conoscere meglio la tua idea al riguardo.

Da qualche giorno Alegre ha messo online gli ebook!

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Il Periscopio

PeriscopeSembra roba da poco e invece secoli e secoli di supposizioni, credenze e immaginazioni furono annullate e/o verificate da un semplice strumento ottico messo a punto da Galileo.
L’astronomia è senza dubbio la scienza (o la pratica scientifica) più antica del mondo.  Un po’ di tempo fa si era convinti che la Terra fosse al centro dell’universo e che tutto ciò che stava sopra le nostre teste fosse messo lì, a disposizione per noi, da un dio che tenesse molto al nostro godimento visivo.
Divinità a parte, in qualche modo quei nostri antenati c’erano andati vicini, almeno sull’idea di centro dell’universo; nel senso che se ci chiedessimo oggi quale sia il centro, questo non potrebbe non essere il punto di chi osserva.

Ma com’era prima del telescopio?
Le osservazioni erano limitate alla potenza dell’occhio umano che oltre le macchie lunari (e in alcuni casi solari) non poteva andare. I primi furono i cinesi che avevano l’abitudine di osservare a lungo il cielo descrivendo diversi fenomeni come supernove, eclissi e comete originati da un potente drago che andava cacciato facendo un gran baccano.  Subito dopo i greci, tra Talete, Eratostane e Tolomeo, prima arrotondarono e poi decentrarono la terra nel giro di 800 anni. Per l’eliocentrismo ci volle un po’ di più in quanto la teoria fu duramente osteggiata fino a Newton.
L’occhio della fede, quello che assume la proprietà dell’osservazione di tutti i fenomeni, celesti e non, dopo condanne e persecuzioni, accettò definitivamente le teorie di Galileo solo nel 1992.
Insomma, se non fosse prevalso il pensiero greco, oggi guarderemmo il cielo sicuramente in modo diverso.
In ogni caso queste teorie non avrebbero potuto assumere una dignità scientifica se non fosse stato scoperto il telescopio.

E prima del periscopio?
Il telescopio aveva avvicinato i mondi lontani e accontentato gli astronomi, ma le persone basse che si arrampicavano sui pali per avere un miglior punto di vista e i sottomarini che volevano guardare oltre il pelo dell’acqua, hanno dovuto aspettare che Gutemberg, agli inizi del ‘900, s’inventasse un attrezzo per riallineare i punti di osservazione. Da allora il periscopio è rimasto sempre lo stesso, anche quello che viaggia nello spazio.

A me piace pensare che quelli che hanno ideato l’app Periscope (ma anche di Meerkat) si siano ispirati a questo rapporto “semplice” di collegamento tra punti di osservazione.  Semplice perché  aggiunge tecnicamente poco alla sostanza dell’essere connessi.
Se pensiamo alla progressione della presenza in rete,  potremmo sinteticamente tracciare un grafico che parte da Foursquare, che geolocalizza (io sono qui), attraversa Instagram che identifica il soggetto e il suo mondo (selfie e la vista da qui) e aggiunge semplicemente il movimento e il qui e ora.  Per dirla meglio, con le parole di Giovanni: il “micro broadcaster” che fa di noi una comunità di visione.

In sostanza io la vedo come una progressione di cose, di per se inarrestabile, che va sempre compresa e forse anche riletta meglio, ma attraverso l’uso e non la demonizzata.  I dubbi, sempre sacrosanti, non possono sorgere intorno allo strumento ma, come al solito, sull’uso che se ne fa.  I, dubbi di Alessandra Corbetta, per esempio, sono di quelli che preferirebbero distruggere il periscopio di Gutemberg, solo perché potrebbe permettere di spiare senza esser visti.

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Avete mai rinnovato la patente?

patenteVi sarà capitato di rinnovare la patente ultimamente?  A me si e in un paese che sterza verso il digitale  ho avuto la netta sensazione di fare un bel balzo all’indietro.

Sono al terzo rinnovo e con quella “vecchia” la cosa si risolveva in pochi giorni: dopo versamenti, certificati e visita, ti arrivava a casa un piccolo traghettino autoadesivo rosa da appiccicare  sulla patente e finiva li. Adesso, invece, deve arrivarti la “nuova” patente direttamente a casa.

Dopo 3 versamenti su CC postale (macché volevate pagare col bancomat?), un certificato dall’ottico (perché porto gli occhiali), un certificato dal medico curante, una foto formato tessera (40 x33) e la visita medica presso l’ASP competente, ho atteso il recapito della nuova patente.  Il postino arriva un martedì mattina, dopo 5 giorni, e mi lascia un avviso perché  ovviamente lavoro e non sono a casa.

1° avviso di mancata consegna” è intitolato il biglietto, poco male, andrò a ritirarla io. Poi leggo meglio e non c’è scritto da nessuna parte che posso ritirare in posta la patente. E’ un avviso di Poste Italiane della tipologia “PostaPatente”  che mi invita a telefonare al Contact Center (e per semplificarmi la vita mi suggerisce anche la sequenza delle scelte: opzione 1, scelta 3).  Chiamo e chiedo dove posso ritirare la mia patente e il contact center mi dice che non è possibile che posso soltanto concordare con loro un giorno per la consegna. Ok va bene qualsiasi giorno, l’importante che mi diate un orario. Si, mi risponde, dalle 8 alle 18. Ma non posso mettermi in ferie per apettare il postino…. Allora, mi dice ancora il contact center, non devo far altro che aspettare che il postino faccia il secondo tentativo di recapito (cosa che avverrà nel giro di 10 giorni) e se non la trova le lascerà un nuovo avviso con il quale potrà recarsi direttamente in posta a ritirare la patente.

Va bene, farò così… del resto non ho scelta. L’iter è strano e non riesco a capire perché devo per forza aspettare un secondo tentativo ma tant’é.

Dopo 10 giorni esatti il postino suona nuovamente alla porta e questa volta ci sono io ad aprire.

– Oh finalmente mi consegna sta benedetta patente.

– Deve darmi 6 euro e  86 centesimi, dice lui.

– Ecco (e gli porgo 10 euri) .

– Non ho il resto.

– E io non ho 6 euro e  86 centesimi.

Allora, senza molti preamboli, mi lascia il 2° avviso  di mancata consegna, dicendomi che con quello potrò andare direttamente alle Poste a ritirarla.

Chissà per quale strano motivo il Ministero dell Infrastrutture e Trasporti abbia messo su, insieme a Poste Italiane, questo stranissimo meccanismo di consegna…. Se era solo per farmi pagare € 6,86 poteva chiedermeli prima facendomi effettuare il 4° versamento.

 

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Contrarietà come forma di conoscenza

10320608_10202761559998427_4167550469198842261_nSembra che il primo ad usare l’espressione “Bastian contrario”, sia stato Alfredo Panzini nel suo Dizionario Moderno del 1918.

Io di questa definizione, che da bambino mi ero appiccicato addosso, ne avevo fatto uno scudo  impenetrabile.  Sarà stato per gioco o per spirito ribelle ma senza accorgermene articolavo rudimenti di ermeneutica. Il campo di applicazione era il fatto (i fatti) e la contraddizione il suo specchio da cui, poi,  derivavo un’esegetica pratica.

In sostanza il gioco dell’opposto veniva spinto il più possibile, tanto da poter  mettere alla prova una qualsiasi teoria (ingenua o scientifica) che con quell’andare oltre i suoi limiti ci raccontava il conoscibile.

Eraclito, per esempio, pensava che il mondo fosse regolato da una interdipendenza di concetti opposti e che  nulla potesse esistere senza il suo contrario (cosa che farà di lui il fondatore della logica degli opposti).

Ma di come si potesse ricavare una conoscenza da questa teoria della contraddizione c’è lo spiegherà, poi, Engels con  il “vero senso dell’unità dei contrari“.

E’ così che ho capito che bisognava guardare alla storia della scienza come una storia dove un vecchio errore veniva sostituito da un nuovo errore… ma meno assurdo.

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I 99 Posse, la Basilicata e i centri sociali

Curre curre guagliò. Storia dei 99 PosseNell’aula magna del campus universitario di Macchia Romana, giovedì 7 febbraio a Potenza c’è stata la presentazione del libro autobiografico dei 99 Posse, scritto da Rosario Dello Iacovo, e del videoclip “Stato di emergenza“, realizzato da Rocco Messina.  L’aula magna era piena sia di giovani interessati che di meno interessati agronomi in attesa dei due crediti formativi messi a disposizione dall’Ordine dei dottori agronomi e forestali della Provincia di Potenza (il dubbio sul motivo della loro sponsorizzazione all’evento resta intatto anche dopo la lettura del loro comunicato).

Stato di emergenza

Sulle note di uno dei 18 brani dell’ultimo disco dei 99 posse (Curre curre guagliò 2.0) si appoggia il video realizzato da Rocco Messina tra i vicoli e le stradine di Brindisi di Montagna.  Il paesaggio è indubbiamente protagonista, forse un po’ meno il gruppo. Molti personaggi, interpretati da amici e abitanti del posto, sono visibilmente forzati in una piccola recitazione (compreso il sindaco del paese, a ragione imbarazzato da un look texano) ma con un effetto piacevole che dona un senso di realistica normalità. Anche la fotografia non è male, anche se nel complesso ho avuto l’impressione che l’idea di riferimento fosse orientata alle ambientazioni di Vince Gilligan, o qualcosa di simile.  Cosa non mi è piaciuto? La sua storia e la grammatica retorica che attraversa tutto il video.  Troppo distaccato e improbabile (oltre che astorico) il ruolo dei 99 Posse che come angeli percorrono le stradine del paese tra l’ignoranza di abitanti vistosamente “paraocchiati”.  Il focus è tutto qui: il gruppo, in abiti bianchi, rappresenta la coscienza di un popolo ignaro che infine vede la luce e insegue quella visione addirittura in processione (manco fosse Bocca di Rosa).  Certo il testo della canzone dice altro, ma che importa.   La retorica cade solo a fine proiezione quando, riaccese le luci, alla domanda sulla scelta della location, il sindaco di Brindisi di Montagna parla di investimento e vocazione turistica del paese.

Curre curre guagliò. Storie dei 99 Posse

Il libro è una bella biografia dei 99 Posse che Dello Iacovo descrive come “atipica”. In realtà non è focalizzata su un personaggio, una situazione o un luogo ma si sviluppa a raggiera. Da un humus comune di musica e politica si divincolano storie di esperienze personali e collettive che poi ritornano e si intrecciano inesorabilmente.  Il luogo è Napoli ma non solo Napoli; c’è una società viva e complessa, anzi una parte di società, meglio ancora, il margine sinistro di una società e una urbanità. Tante storie, tanti viaggi raccontati in prima persona da Luca (Zulù), Massimo, Marco, Sacha  e tanti altri che hanno condiviso pezzi e percorsi di vita. C’è tutta l’esperienza dei centri sociali (Officina 99 in particolare), della pratica antagonista militante  e di una coscienza politica che fa da corollario a quella canzone simbolo o bandiera che è ” Curre curre guagliò”.  Un libro che ti prende subito e ti coinvolge.  Anche se di autonomi, anarchici, squatter, posse, no global, ne hai solo sentito parlare in TV, conviene considerarlo come un approfondimento e una seria testimonianza storica.

Perché in Basilicata non ci sono centri sociali?

A fine presentazione è già tardi e il gruppo deve scappare a Brindisi di Montagna dove prosegue la serata ma, come promesso, si chiede al pubblico se ha delle domande. Una ragazza davanti a me chiede al gruppo  il perché in Basilicata non ci fossero centri sociali.  Dello Iacovo tenta una risposta immaginando che dipenda, fondamentalmente, dallo scarso numero di abitanti e dal fatto di non avere urbanità complesse e compresse. Può darsi che sia così… e mentre rientravo a casa continuava a balenarmi in testa sempre questa domanda (perché in Basilicata non ci sono centri sociali?).  Probabilmente il quesito è meno ingenuo di quanto possa sembrare e, quindi,  credo che valga la pena di svilupparlo in un post successivo.

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A che ora è la fine del mondo?

Sappiamo tutti bene che la fine del mondo era una frottola, ma se proprio non ci fidiamo del tutto John Carlson, direttore della NASA,  ce lo spiega in questo video.

E’ stato tutto un equivoco, addirittura, neanche c’erano le profezie che parlavano della fine del mondo, almeno non in senso catastrofico. I Maya, semplicemente, prevedevano il ritorno di una divinità (K’uh Bolon Yokte) che avrebbe rimesso in ordine il cosmo e probabilmente il loro calendario.

E siccome le persone sono più curiose del gatto si affollano a prenotare viaggi verso la valle di Chichén Itzá perché il poter dire “c’ero” è un’emozione più forte della fine del mondo.

Ma ci sono pure quelli che si recheranno a Bugarach o a Cisternino dove, non ho ancora ben capito se per un calcolo astrale o mero marketing turistico, già è iniziato il pellegrinaggio.

Qual è la differenza tra il paesino francese e quello pugliese? Presto detto: a Cisternino son felici e contenti di sventolare in tutte le trasmissioni televisive le proprietà anti-sciagura del tempio indiano di Babaji, invece a Bugarach, seriamente preoccupati degli stupidi avventori, hanno vietato l’accesso al paese da mercoledì a domenica.