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Condividere saperi, senza fondare poteri
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L’università deformata

Marco Bascetta, su “Il Manifesto” del 24 luglio, introduceva il concetto di deformazione per parlare dei mali dell’Università italiana.  Secondo il giornalista gli unici colpevoli dell’involuzione universitaria sono “i cosiddetti liberisti di sinistra“; quelli che hanno inventato le lauree brevi (spesso con fantasiose intitolazioni) e moltiplicato a dismisura corsi di laurea, master e specializzazioni. Se non si è accecati dall’ideologia -dice Bascetta-  è chiaro che «l’Università italiana non è stata devastata da un’assenza di riforme, ma da una sovrabbondanza di cattive riforme».  Questa sovrabbondanza di cui parla Bascetta partirebbe, probabilmente, dalla riforma Ruberti, passando attraverso Zecchino-BerlinguerMoratti e in giù fino alla Gelmini. Più o meno tutto quanto è stato necessario per deformare e piegare i saperi al mercato produttivo in diverse forme, ma senza mai interrogarsi se fosse stato il caso di adeguare il mercato del lavoro all’università, alla ricerca e alla sperimentazione (ma queste son cose che oggi sembrerebbero del tutto aliene dalla realtà).

Questo stato di cose aderisce, come una pellicola trasparente, alle vicende dell’Università della Basilicata e in particolar modo a quanto è accaduto alla Facoltà di Lettere e Filosofia.  Dopo le proteste, le chiacchiere e i vari impegni viene fuori il fattibile, il possibile: al posto dei quattro corsi di laurea triennale (“Lettere”, “Lingue e culture moderne europee”, “Operatore dei beni culturali”, “Scienze della comunicazione”) se ne aprono due (“Studi letterari, linguistici e storico filosofici”  e “Operatore dei beni culturali” che viene confermato) e i tre corsi di laure specialistica (“Linguistica, filologia e letteratura”, “Nuove tecnologie per la storia e i beni culturali” e “Teoria e filosofia della comunicazione”) ne diventano quattro (“Archeologia e studi classici”,  “Scienze del turismo e dei patrimoni culturali”, “Scienze filosofiche e della comunicazione” e “Storia e civiltà europee”).

In sostanza gli studenti lucani non troveranno più uno dei corsi più antichi, quello  di Lingue e nemmeno il più frequentato in assoluto, Scienze della comunicazione. Mentre il secondo ritorna nel nome di una specialistica (Scienze filosofiche e della comunicazione) il primo sparisce completamente dall’Università di Basilicata.

Fin qui niente di nuovo, è stato annunciato, masticato e anche completamente digerito e nessune ne vuole più parlare, neanche adesso che sono aperte le iscrizione ai nuovi corsi.

La novità è nel disprezzo che l’Unibas dimostra per i propri laureati in Scienze della Comunicazione (confermando così quel nomignolo di “scienze delle merendine” tanto ingiusto quanto popolare). Fino allo scorso anno accademico questi laureati avevano un corso di laurea specialistica a cui iscriversi “senza debiti” oggi, invece, sono costretti a recuperare 35 CFU pur provenendo dalla stessa facoltà, con gli stessi professori e gli stessi insegnamenti.

A qualcuno sembrerà anche un’inezia ma se riflettiamo per un po’ non ci sembrerà proprio una cosa da poco che i professori che hanno laureato centinaia di studenti sono gli stessi che oggi ammettono di aver preparato poco e male.

Insomma è come se l’Unibas ammettesse ufficialmente le colpe di una “mala educazione” e riconoscendo, per parte dei suoi laureati, lo stato di “figli illegittimi” voglia cancellare il passato (il proprio) con un colpo di spugna, incentivando, anche, l’emigrazione verso altre università.

Questo è il grande ponte “deformato” che l’università di Basilicata ha saputo creare tra vecchio e nuovo. E questo è soltanto uno sfogo isolato perchè la cosa interessa veramente poche persone, pochi studenti, nessun politico e nessun giornalista.

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