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Condividere saperi, senza fondare poteri

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Di Kloe e altre cose (ne parliamo con Giuseppe Granieri)

Dice Wikipedia che Giuseppe Granieri, nato a Potenza nel 1968, è un saggista fondatore di uno dei primi siti letterari italiani (da tempo diventato il suo blog), che si occupa di digitale da tanti anni. Ha scritto “Blog generation” (arrivato alla quarta edizione e tradotto anche in portoghese), “La società digitale” e “Umanità Accresciuta“. Ha collaborato con “Il Sole 24 Ore”, ha lavorato alla progettazione di musei con Carlo Rambaldi; è stato direttore editoriale di 40k (“una delle sette piattaforme che sta cambiando l’editoria”). Attualmente collabora sia con la “La Stampa” che con “L’Espresso” oltre a insegnare presso l’Università Carlo Bo di Urbino.

In generale non è facile definire le persone o raccontarle agli altri; la strada facile è quella di far parlare le loro biografie. Ho usato Wikipedia per non accollarmi l’onere della sintesi, perché conosco Giuseppe e potrei parlarne per tutto il post.  Io aggiungo soltanto che è uno di quelli che sta sempre un passo più avanti (credo che i suoi occhiali non gli servano a correggere la miopia ma a vedere oltre i muri, le cose, le persone, il tempo…  ma è solo un sospetto), infatti ama definirsi “futurista”, nel senso di essere proteso verso il futuro.  Altra particolarità è che nulla riesce a sradicarlo dalla sua città dove, da poco, ha dato vita a “Kloe ” un’azienda di comunicazione dal respiro internazionale.

Giuseppe, c’è scritto in grande sulla home del sito di Kloe che fate una “comunicazione di alto livello a portata dei piccoli business e dei grandi progetti”.

È più banale di quanto sembri. Oggi la circolazione sui media parte soprattutto sul digitale (il mobile, ad esempio è lo strumento con cui cerchiamo un ristorante, o un’azienda locale, o cosa comprare). I giornali non li legge nessuno e sono almeno 40 anni che si dice che il giorno dopo servono a incartare il pesce. Al massimo li leggono gli anziani nei bar o i pensionati che hanno tempo per sedersi ore in poltrona. Poi ci sono i politici che fanno finta di credere che quello che si scrive su carta abbia un impatto sulla scena pubblica. Ma suppongo che sia solo alimento per le loro beghe interne, nulla che interessi lo sviluppo del territorio.
Su internet invece lo scenario è più complesso. Per ciascuno di noi è rilevante l’opinione dei suoi amici e della gente che stima. Ma il digitale ha barriere di accesso quasi nulle, un qualsiasi sedicenne può avanzare delle competenze. Mentre invece c’è chi fa ricerca e chi studia le dinamiche. E che sa progettare la comunicazione in modo strutturato. E credo i territori (non solo la Basilicata) abbiano necessità di pensiero meno banale. Noi cerchiamo semplicemente di fare questo. Abbiamo un network internazionale da Potenza, ma Internet è anche questo- un modello che prova a lavorare sulle intelligenze distribuite. Il nostro motto è: «L’obiettivo non è essere bravi a comunicare in rete, ma essere bravi a fare business perché si comunica bene».
La comunicazione è uno strumento, per quanto immateriale, che nella vita di un’azienda è importante. Ma parte da quello che si ha da comunicare. dall’organizzazione aziendale. Dalla cultura di lavoro e di prodotto. Non lavoriamo chi non ha questo.

Perché per spiegare cos’é Kloe, dite cosa non è?

Perché tutti si vendono dicendo quando son bravi, spesso usando un linguaggio che non è proprio né dell’azienda né del cliente. E perché non ci interessano clienti che non hanno nulla da comunicare. Non si vende fumo, porta risultati solo a breve scadenza.

Sei sicuro di aver fatto bene a scegliere Potenza come sede della società?

Io venti anni fa ho deciso di rimanere a Potenza, perché sono convinto che lamentarsi non serve. Da Potenza si possono fare cose belle, o almeno provarci, e resto di questa idea. Credo che chi si occupa delle beghe locali senza guardare l’orizzonte sbagli. Ma la statistica dice che ho abbastanza probabilità di sbagliare io.

Team e Network di grande rilievo assicurano il risultato?

No. La comunicazione esperta è un risultato. Se non hai il messaggio, se non sai progettare il risultato non ha senso comunicare. Quindi la comunicazione è un fattore di progettazione aziendale, che deriva dall’eccellenza che fai e dal mondo che hai di essere rilevante per qualcuno.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza da startupper? Credi ancora che bastino buone idee e grandi intuizioni?

Una sola lezione, che sono due. Per comunicare devi essere interessante. E per essere interessante devi progettare il tuo business per essere interessante prima ancora di iniziare il lavoro. D’altro canto sono 15 anni che lavoro ovunque tranne che a Potenza, pur vivendo a Potenza.

Tu ti definisci, anche, un “ibrido multifunzione che vive sulla frontiera”…

Questa l’ho rubata a un tipo svizzero, a un convegno a Lugano. Ma per essere un uomo di relazioni, sono un disastro. Credo faccia parte dell’essere uomo oltre che professionista, con difetti e forse qualche pregio occasionale. Non ricordo volti e nomi. In ogni caso, sono laureato in letteratura spagnola, ho fondato il primo sito letterario italiano (nel 1996), ho vissuto su un unico principio, pensare che se vuoi fare qualcosa di bello non devi giocare il campionato che giocano gli altri ma lavorare su nuove idee. E che se non ti diverti tu non si divertono i tuoi clienti

Che cosa insegni ai ragazzi che frequentano i tuoi corsi a Urbino?

Che vivere in provincia e fuori dal mondo non è più un limite. Che devono farsi conoscere e mostrare in rete quanto sono bravi. Arrivano all’Università senza prospettive come sembriamo esserlo noi potentini. Ma è un errore.

Si parla molto in questo periodo delle opportunità da cogliere per Matera 2019, ma come si fa a coglierle anche lontano da Matera?

Due cose, al volo, ma il discorso sarebbe lungo. Primo, non tirarsele coi turisti, come i materani stanno facendo. Secondo: idee nuove. Modelli nuovi. Pensiero. Manca pensiero

Da “futurista”, cosa c’è dopodomani?

Sarei ricco se lo sapessi. Ma abbiamo strumenti per provare a capirlo. Bisogna studiare le tendenze ed essere pronti a non fare la fine di Kodak.

 

[pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno]

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Ripen­sare l’Europa a par­tire dal Sud

Appena ho letto dell’evento ho subito pensato che “Europa e Spe­ranza” non erano un granché come titolo, perché danno l’idea di qualcosa di indeciso ma poi, ripensandoci, ho capito che era meglio un interrogativo (forse anche leniniano) e una speranza come metodo guida per un meeting che si interroga sul “che fare” in Europa.

Si tratta di tre giornate organizzate da GUE/NGL, a Bari dal 25 al 27  settembre – qui il programma completo,   dove si confronteranno diversi soggetti della sinistra europea (come Bloc­kupy, Juven­tud sin futuro, Syriza, Sinn Féin, Pode­mos, Izquierda unida, ma anche Mau­ri­zio Lan­dini, Phi­lippe Van Parijs, Emi­liano Bran­cac­cio e tanti altri ancora) per tentare di creare quella che Clau­dio Ric­cio definisce “cas­setta degli attrezzi”.  Attrezzi necessari per costruire un’alternativa al drammatico status sociale e umanitario dell’Europa.

La forma meeting di  “EurHope?”  non sarà solo una tradizionale conferenza ma anche, e soprattutto, un invito alle forze politiche, sindacali, sociali e a tutti i singoli partecipanti, a presentare proposte e idee e a ragionare “laicamente” intorno ai diversi temi cardini della sinistra europea.

Ripen­sare l’Europa a par­tire dal Sud non vuol dire riaprire i termini di una nuova questione meridionale,  ma essere consapevoli che la diseguaglianza sociale e umana continua ad avere una dimensione geografica ben definita. Quindi è giusto che da qui partano tutti gli interrogativi possibili per un “Che Fare”:  come creare lavoro? che ruolo ha l’innovazione? come far diventare l’Europa un luogo dove lavorare con dignità? di quale welfare parliamo?  come si fa a garantire un reddito minimo europeo?

Insomma ci vediamo a Bari.

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Tsipras: tra europeismo e trasformismo

La linea maggioritaria di Syriza (o semplicemente quella governativa) continua a contare nuovi fronti di opposizione: dalle dimissioni di Varoufakis alla scissione dell’ala radicale (che con 25 deputati hanno dato vita a “Unione Popolare”), dalle dimissioni di Giorgos Romanias da segretario dell’Istituto per la Previdenza Sociale (che su Mega Channel ha dichiarato di non voler tradire le promesse elettorali e di non volersi prendere la responsabilità di varare una controriforma delle pensioni) fino alle ultime dimissioni  di Tasos Koronakis, segretario del partito che accusa Tsipras di aver deciso di andare al nuove elezioni contrariamente a quanto deciso nel Comitato Centrale.

via Wikipedia

via Wikipedia

Considerando l’alta eterogeneità politica di Syriza (vedi la bella tabella di Wikipedia) probabilmente c’era da aspettarselo, infatti gran parte degli osservatori parlavano da tempo di una bomba a orologeria. Così come era dato per certo che  Tsipras scartasse (o driblasse) le posizioni estremiste del partito in favore di quelle più moderate e maggioritarie e di una linea collimante con la sua filosofia europeista.

Eppure molti (anche io), hanno creduto nel fronte dell’OXI come trampolino della rivalsa alle imposizioni tedesche, addirittura sperando di andare fino in fondo. E anche se, da italiani, dovremmo essere abituati all’idea che i referendum non vengano rispettati, siamo rimasti interdetti, stupiti. L’inversione della rotta e la proposta peggiorativa di Tsipras rispetto a quella di Juncker non poteva che lasciarci l’amaro in bocca. Che avessimo mal compreso o enfatizzato troppo le parole spese in campagna referendaria?

Invece era tutto così elementare e secondo Manolo Monereo  si chiama semplicemente “trasformismo” (“instrumento para ampliar la clase política dominante con los rebeldes, con los revolucionarios, asumiendo algunas de sus reivindicaciones a cambio de neutralizar y dividir a las clases subalternas”). La strategia usata è quella della cooptazione dei leader popolari per convincere la base dell’inesistenza di alternative reali e praticabili.

Poi chissà se l’idea di promuovere politiche economiche differenti da quelle di Bruxelles, impersonificando la protesta contro l’inefficacia dell’austerità, faceva parte di una reale piattaforma politica o era, fin dall’inizio, solo un finto contrappeso della trattativa. Chissà se fin da principio l’obiettivo principale era garantire un neoliberismo di fatto.

Cosa c’è adesso?

Un’alleanza ancora più stretta con la destra e con l’ala più moderata di Syriza in modo da assicurarsi una vittoria alle prossime elezioni. La costruzione di una maggioranza più coesa intorno al progetto europeista iniziale. Raggiungere definitivamente l’obiettivo principale: racimolare migliori condizione dalle trattative con la troika.

Ecco che le elezioni invocate da Tsipras non appaiono più come un richiamo alla democrazia, alla consultazione della base, ma come un semplice espediente, una strategia politica, per far emergere il dissenso interno all’esterno del movimento, schiacciarlo nella prova elettorale e uscirne vincitore senza passare per alcun dibattito interno.

Il 20 settembre Tsipras vincerà e sarà confermato quale unico leader greco e la strada dell’austerità europea farà il suo percorso.

Che ne sarà della sinistra?

Forse si riprenderà e si riorganizzerà; forse ci vorrà del tempo… ma una cosa è certa: almeno il trasformismo sarà spezzato.

 

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Ma cos’è quest’Europa

Come dicono Ballerin e Vannuccini su L’Espresso “la cosa preoccupante è che i media abbiano preso l’abitudine di pattinarci sopra come se fosse la superficie piana e liscia dell’ovvia normalità”.

E’ come se tutti noi ci fossimo abituati all’idea che l’Europa non è proprio come l’avevamo immaginata.  Cioè, non un’unione di stati paritari, indipendentemente dalla loro forza economica, ma una semplice congrega in cui pochi soggetti, la Germania in particolare, controllano e bilanciano esclusivamente interessi economici.

Insomma dopo l’entrata dell’euro, la storia ci consegna un’Europa con una moneta forte che, in questi anni, ha soltanto impedito svalutazioni “terapeutiche”, costringendo diversi paesi a diventare poco competitivi sul mercato estero e troppo deboli su quello interno.

Mentre in Italia, per esempio, si utilizzava la svalutazione monetaria nei periodi di crisi per favorire l’esportazione, in Germania si adottavano politiche economiche e fiscali che risanavano i mercati interni. Politiche che sarebbero poi servite per stabilire dei parametri generalizzati a Bruxelles.

Ecco che, per esempio in Grecia, al di là della corruzione, l’evasione, ecc…, il forte euro ha abbassato notevolmente gli afflussi turistici in favore di altri paesi con moneta più debole (Tunisia, Egitto, Giordania, ecc…)  ed ha aperto il mercato interno a prodotti che nel 70% dei casi è di origini tedesche.

Quindi, di fatto, la Germania è diventata quasi concorrente di se stessa nella zona euro.

In sostanza (e il referendum greco questo può significare) non soltanto l’euro si è dimostrato come uno strumento di fallimento ma anche il modello sociale che si è tentato di esportare è fallimentare. E questo lo sa pure la Germania che in tutto questo clima di crisi ha mirato soltanto a portare a casa il grosso bottino ma senza neanche voler diventare l’unica potenza che guida l’Europa.

L’Italia, la Grecia e tutti gli altri stati deboli non possono svalutare alcunché per riprendersi e devono, in alternativa, adottare un modello austero che attraverso un capitalismo di sottosviluppo erode progressivamente lo stato sociale.

Che fare?

Mai come adesso non ci resta che “investire in democrazia”, come dicono Vattimo e Pisani,  appropriandoci dello spazio della politica.

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Una mamma in corriera. Intervista a Giuliana Laurita

GiulianaUna Laurea al DAMS di Bologna, un Master in comunicazione d’impresa e una lunga esperienza in rete (dalla parte di chi la fa, dal lontano 1997) fanno di Giuliana Laurita una digital strategist “arrivata” e una ricercatrice sul digitale di tutto rispetto.

Mamma in corriera (e poi in corriera e basta) che fine ha fatto? A proposito è vero che le mamme dicono sempre grazie?

È sempre lì. È stato il mio primo blog e penso spesso che dovrei usarlo: ci sono cose che avrei voglia di scrivere ma che in un blog “professionale” come giulianalaurita.com non ci stanno. Ma poi…
Le mamme dicono grazie e chiedono scusa – di essere mamme. È il motivo per cui è nato Mamma in corriera. Ma è un lungo discorso.

Approfitto di te che sei una studiosa di semiotica, per chiederti il perché se già Greimas sosteneva che il quadrato semiotico, in fondo, fosse solo una sorta di semplificazione, invece, con il web è diventato una panacea per comunicatori. Non è che ne abbiamo abusato (come ammoniva Eco anni fa)? 

Magari! Io l’ho sempre usato, anzi, ho sempre usato la semiotica -ecco, la semplificazione è sintetizzare tutta la semiotica nel quadrato– perché mi aiuta nell’analisi e nella progettazione delle strategie. È uno strumento potente, che se usato a caso può creare dei mostri. Del resto è così per un sacco di cose. Pensa ai problemi che può creare una pagina Facebook curata aggratis-da-mio-cuggino.

Qual è stata la strategia di marketing che ti ha dato più soddisfazione (o notorietà)?

Ogni nuovo progetto è quello che amo di più. Il mio lavoro si evolve continuamente. Sono passata dalla progettazione della presenza digitale di Barilla, Alfa Romeo (il cliente ci regalò un corso di guida sicura, spettacolare!), Corriere, a progetti di relazione molto articolati come, per esempio, Internet insegnata da un ragazzino di 12 anni per Nesquik, oppure far scrivere uno spettacolo e un libro a un gruppo di mamme blogger per Huggies; fino a progetti di pura ricerca, come quella su “l’algoritmo del successo”, per Rai. Oggi mi occupo di un livello di strategia spesso meno operativo, e poi faccio tanta formazione. E volontariato, anche, insegnando ai ragazzi e ai loro genitori come stare in rete consapevolmente. E la soddisfazione è ovunque.

strategia_digitaleCon “Strategia Digitale. Il manuale per comunicare in modo efficace su internet e social media”, scritto con Roberto Venturini, vi siete infilati in un rete fitta di manuali di ogni tipo; c’era bisogno di crearne un altro?

C’era bisogno di tornare sui fondamentali. La maggior parte dei manuali che ci sono in giro parlano di pezzetti di digitale, le digital PR, il SEO, la misurazione, i social; ma il punto di vista più ampio, quello di insieme, in cui i pezzetti non esistono ancora ma esiste un’azienda con delle esigenze, si era perso. Bisognava far capire (ai clienti e anche alle agenzie) che il digitale può essere tante cose, ricoprire molti ruoli, aiutarci a raggiungere molti obiettivi, ma deve essere pensato in un orizzonte di largo respiro: il cosa prima del come. Gli strumenti vengono di conseguenza.

È la strategia digitale che si piega all’azienda o viceversa, oppure la verità sta nel mezzo?

Nessuno si piega. C’è una strategia per ogni azienda e non il contrario: non esistono strategie one-size-fits-all. Se un’azienda non è attrezzata per una certa strategia (in termini di risorse ma anche di valori), vuol dire che non è la strategia giusta, se ne crea un’altra. Le strategie non crescono sugli alberi, vanno pensate di volta in volta sulla base di chi è e com’è l’azienda.

Chi vuol iniziare a lavorare in questo mondo deve necessariamente armarsi di una strategia (efficace)?

Sì. Poi ci sono le armate Brancaleone 🙂

Si può fare lo stesso lavoro a Potenza o bisogna necessariamente partire per Milano come hai fatto tu?

Io sono a Milano per caso. Ho studiato a Bologna e lavorato a Parigi, prima, e dovevo fermarmi solo un anno, invece ho iniziato subito a lavorare. All’epoca sarebbe stato impossibile fare comunicazione a Potenza. Adesso è diverso, il digitale ci consente di essere dappertutto senza muoverci di casa, e a parte la socialità, per la quale sicuramente Milano è il posto in cui stare, nulla vieta di prendersi l’aperitivo in piazza Prefettura invece che sui Navigli. Del resto ci sono molte persone che si occupano egregiamente di digitale a Potenza.

Insomma, Giuliana, ormai sei anche tu una guru della comunicazione digitale.

Ma quando mai! Sono una onesta lavoratrice del digitale, che quando ha qualcosa che ritiene interessante da dire la dice, altrimenti tace. E poi i guru hanno tutte le risposte, mentre io per lo più ho domande.

Cosa ne pensi dei “digital champions” del progetto di Luna?

È un bellissimo progetto. Conosco diversi digital champions, li apprezzo molto e credo che possano fare cose straordinarie, ora che hanno una “benedizione”. Grande fiducia.

Granieri ha scritto ultimamente che “non si fa una città smart senza cittadini smart”, qual è la tua idea per Potenza?

Sottoscrivo. Però parlare di Potenza mi riesce molto difficile. Secondo me c’è molto da lavorare su concetti di base, come i diritti e i doveri dei cittadini e di chi li amministra, l’educazione, i servizi, la capacità di chiedere e la disponibilità a dare. Ma i miei amici potentini sono molto severi con me quando ne parlo, dicono che non posso capire perché vivo a Milano. Magari ne parliamo off the record.

Come ci ha cambiato il digitale?

Profondamente. Ha allargato i nostri orizzonti, le nostre prospettive, le nostre opportunità. Ha fatto emergere talenti, potenzialità, risorse. Ha reso anche visibile, di colpo, tutta una parte di mali del mondo e ce li ha messi sotto il naso. Il solo fatto di poter esprimere la propria opinione in qualunque momento, dandola in pasto al mondo intero, è un cambiamento epocale, se consideriamo quanto fosse sbilanciato, prima, il sistema della comunicazione: le aziende e i media parlavano, “la gente” ascoltava. E taceva. E poi pensiamo ai servizi e a tutta l’area dello sharing: cose che hanno modificato le nostre abitudini, dalla coda in banca alla casa delle vacanze. Significa pensare, oltre che agire, diversamente da prima.
Si capisce che sono innamorata del digitale?

 

[pubblicato anche su La Gazzetta del Mezzogiorno]

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Razza europea un tanto al chilo

euroSyriza decide di capire cosa ne pensa il popolo greco della proposta europea e i commentatori, i critici, gli specialisti e puritani si sprecano in ragionamenti di carattere tecnico.
La questione è invece assai semplice ed è più che etica: capire se la linea di opposizione alla decisione europea, che Tsipras definisce come “ricatto della Troika”,  è condivisa dal popolo greco.  In parlamento la decisione è stata votata con una discreta maggioranza (179 voti a favore e 120 contro) così come nel paese c’è una timida conferma se si prende per buono il sondaggio di Kapa Research che da al “SI” un 47%.

Ecco il perché di un referendum. Perché quando un fardello diventa insostenibile, prima di appesantirlo ulteriormente, bisogna chiedere a chi lo porta se ha ancora voglia di caricarsi.

La Grecia ha un rapporto debito/PIL  del 175%, l’Italia del 132,6%, mentre la media europea è del 87,4% e dunque chiaro il contesto entro cui ragionare: accettare di annegare una società e di affamare un popolo fin troppo umiliato dall’Europa. Del perché si sia arrivati a questo i greci lo sanno fin troppo bene e la sola risposta è PASOK e Nea Demokratia.

Non si tratta di una “finta democrazia”, come dice Ernesto; qui il problema non può esser visto con un’ottica open (se i documenti si reperiscano o meno facilmente) dal momento che da mesi non si parla d’altro: dalla TV alla stampa, per finire ai bar e ai barbieri della penisola ellenica. La stragrande maggioranza dei greci sa benissimo che questo è lo sforzo di un governo che cerca di salvare la dignità di un popolo e l’etica di quel progetto  contenuto nel Manifesto di Ventotene.  Anzi, come sostenuto da Krugman, l’eventuale vittoria al referendum conferirebbe ancora più legittimità democratica al governo Tsipras.

L’idea di Syriza è quella di rimanere in Europa nella piena autonomia di scelte politiche che non facciano decadere i livelli sociali al di sotto delle realistiche possibilità di vita. Ma non sembra essere questo l’interesse di Bruxelles. Se amate i numeri è bene sapere che la Grecia ha una spesa pubblica che è quasi il 43% del PIL e quella tedesca supera tale percentuale, con la differenza che in tutti questi anni critici la Germania è l’unico paese dove il PIL è comunque continuato a crescere. Allora, forse, ha ragione Adriano Manna quando insinua su quella strana somiglianza tra lo statuto della BCE e quello della Banca Centrale tedesca.

 

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Le biblioteche digitali

mlolDigitalizzazione e internet sono, indiscutibilmente, due inseparabili forze moderne dello scambio culturale. La loro sommatoria ha prodotto un’energia così potente da indebolire sia il ruolo storico delle biblioteche che l’idea stessa di lettura/consultazione e conservazione delle informazioni.
Oltre quindici anni fa, Umberto Eco salutava la digitalizzazione come un’occasione per sostituire i libri voluminosi e costosi con  “dischi multimediali” che avrebbero liberato lo spazio nelle case e nelle biblioteche pubbliche. I libri di carta che invece potevano essere tenuti in mano o  in tasca, sarebbero dovuti rimanere perché più pratici di uno schermo “nemico della cervicale”.
Era il 2000 e come riferimento portatile c’erano soltanto i notebook; il primo lettore di ebook, il Kindle, verrà lanciato sul mercato solo nove anni dopo.
Ma le biblioteche, nel frattempo, hanno soltanto subito  la forza del digitale?
Sicuramente non per Giulio Blasi, ideatore di MediaLibraryOnLine (MLOL), la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale.
Si tratta di oltre 4.000  biblioteche, sparse in 16 regioni italiane e 6 paesi stranieri, unite in un unico network di prestito e consultazione di libri (e non solo) digitali.
Basta essere iscritti a una sola  biblioteca che aderisce al progetto, per poter prendere in prestito un ebook. Nella pagina del sito di MLOL  c’è un lungo elenco di tutte le biblioteche che aderiscono al network.
Attraverso MLOL  si può consultare, gratuitamente, tutto ciò che le biblioteche mettono a disposizione in formato digitale: dagli e-book alla musica, dai film ai giornali, stando comodamente seduti a casa, in ufficio o a scuola.
Nel 2014 sono stati oltre duecentomila i download di contenuti digitali, con un aumento del 102,4% rispetto al 2013, con più di tre milioni di accessi.
 In sostanza ogni biblioteca, aderente a MLOL, mette a disposizione il proprio catalogo di ebook, mediamente intorno ai 1500 titoli, che uniti a quelli delle altre biblioteche sommano circa quattordicimila titoli: più o meno 65.000 ebook, duemila quotidiani e periodici, otto milioni di Mp3 scaricabili e un buon numero di video.
A breve saranno attivati due nuovi servizi: la “Mlol Plus”, una sorta di card a pagamento (una parte del contributo va direttamente alle biblioteche) che consentirà non solo il prestito ma anche l’acquisto di ebook e “OpenMLOL”, un progetto di accesso completamente gratuito diretto da Andrea Zanni, presidente di Wikimedia Italia. OpenMLOL sarà  sarà un progetto di metadatazione e indicizzazione di circa 250 mila contenuti ad accesso aperto o di pubblico dominio.
Per rendere il tutto più semplice è stata anche rilasciata un’app per leggere gli ebook presi in prestito che, al momento, è disponibile solo su App Store  (in autunno dovrebbe essere pronta anche per i dispositivi Android).
C’è un neo in tutto questo ingranaggio ed è la procedura dell’iscrizione che dev’essere fatta materialmente presso una biblioteca aderente al progetto ma siccome mancano un po’ di città e addirittura intere regioni, come nel caso della Basilicata, per alcuni sarà difficile usufruire del servizio.
[pubblicato anche su La Gazzetta del Mezzogiorno]
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