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L’universalità dell’esistenza attraverso un reddito incondizionato

C’è un tema che riguarda l’uomo e le teorie (e le pratiche) intorno alla sua esistenza che, mai come in questo periodo, sembra più impellente che in passato. La sussistenza degli individui, in un modo o nell’altro, è al centro delle preoccupazioni politiche di soggetti diversamente impegnati nel sociale. Lo fa, per esempio, il governo italiano con quei concetti surrettizi che hanno ispirato sia il Jobs act che l’Expo 2015 e che Guido Viale, su Il Manifesto, rubrica sotto la logica del trickle-down. Sono impegnati, ovviamente, anche movimenti, sindacati e partiti che con una grande disparità di argomenti pensano a forme di reddito generalizzate, di inserimento o assistenziali. In qualche modo quasi tutti i ragionamenti messi in campo, ruotano intorno al lavoro e al reddito come conseguenza, ma anche viceversa.
Insomma, il dubbio sembra essere costituito proprio dal nucleo della questione esistenza: puntare sul lavoro per tutti, in ogni modo e ad ogni costo, o sul reddito al di là del lavoro?
In Italia ci sono solo due proposte parlamentari in campo: quella del M5S che prevede un reddito di € 780 per circa 9 milioni di persone e quella di SEL di € 600 a chi ne guadagna meno di 8.000 l’anno.
Qualcosa che in qualche maniera ricorda, più o meno, quel “Reddito minimo di inserimento” già sperimentato in 300 comuni italiani nel 1998 (dal primo Governo Prodi e Livia Turco come ministro delle Politiche Sociali).
Poi ci sono proposte che, superando l’idea dell’ammortizzazione sociale, inseriscono concetti più ampi come la liberazione dal ricatto del lavoro e l’autonomia della propria esistenza.

libroLe ragioni del reddito di esistenza universale“, edito da Ombre Corte nel 2014,  è un libro nel quale l’idea di reddito di esistenza è vista come capacità di eliminare la tendenza al controllo della vita degli individui. Una vita sempre più legata al mondo della produttività sociale e a concetti di cittadinanza fondati sul diritto di proprietà.

Di questo, e di qualcos’altro, abbiamo parlato con Giacomo Pisani, autore del volume.

Giacomo, Tito Boeri evidenzia una differenza sostanziale tra “reddito di cittadinanza” e  “reddito minimo garantito”. Il primo ha costi altissimi e quindi improbabile, l’altro, con costi più contenuti è più praticabile. E,  sempre secondo Tito Boeri e Roberto Perotti, un reddito di tipo universalistico, e non selettivo, ha almeno due fattori di sconvenienza: il primo è che nessuno lavorerebbe per meno o poco più del reddito garantito e il secondo che non sarebbe comunque realizzabile “economicamente”, perché anche solo un reddito minimo di  € 500 porterebbe a una spesa di circa il 20% del Pil. 

Innanzitutto grazie per la possibilità offertami di discutere di reddito e di altre cose che mi stanno particolarmente a cuore. Non sono contrario, in generale, a forme di reddito “ridotte” (redditi di formazione, redditi regionali, ecc…), a condizione che sia mantenuta l’incondizionatezza come principio cardine del dispositivo. Anche in forme di reddito più limitate l’universalità deve costituire un limite ideale fondamentale. Condizionare l’elargizione del reddito al merito, alle capacità ecc può renderlo un fattore di ricatto tremendo. Il reddito universale, invece, è un fattore di emancipazione completamente diverso da qualsiasi reddito finalizzato all’inclusione sociale: esso, liberando gli individui dal ricatto della povertà e del lavoro gratuito e sottopagato, costituisce il presupposto indispensabile per mettere in discussione un mercato del lavoro che fa della precarizzazione dei progetti, del ricatto e dello sfruttamento cognitivo e affettivo i propri dispositivi di assoggettamento privilegiati.

Considerando che il Movimento 5 stelle ha una buona presenza in parlamento, la loro proposta di “reddito di cittadinanza”, unita anche a quella di SEL e di una parte del PD, potrebbe essere un buon inizio?

Sicuramente può essere un buon inizio, ma credo sia importante in questo momento non considerare il reddito di esistenza come un dispositivo isolato, elargito dal governo di turno, ma come uno strumento fondamentale per innescare un processo costituente che ponga la centralità – anche a livello istituzionale – della cooperazione e della produzione cognitiva al di fuori dei dispositivi di privatizzazione e assoggettamento tipici della governance neoliberale. Esiste oggi, soprattutto presso le nuove generazioni, un grande potenziale cognitivo e creativo, continuamente messo a valore in un mercato che spesso non ha neanche la necessità di riconoscere da un punto di vista contrattuale il contributo di ciascuno in termini di produzione. L’esistenza stessa, nella sua dimensione sociale, è messa a valore e neutralizzata nel suo potenziale di conflitto. Per questo c’è oggi la necessità di politicizzare il sociale, costruendo un modo diverso di produrre e cooperare, ponendo al centro la condivisione e le pratiche mutualistiche e rompendo, al tempo stesso, in questa stessa dimensione sociale in cui gioca il capitale, la valorizzazione neoliberale.
La “coalizione sociale”, nata in questi giorni, mi sembra stia costruendo da questo punto di vista un terreno  importante da cui partire.

Nietzsche diceva che il lavoro metteva in discussione il senso stesso della vita (“Il lavoro logora una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare”); Marx, nei Grundrisse, ipotizzava un superamento sia del capitalismo che del lavoro; Marcuse e Russell parlavano semplicemente di “non-lavoro” e il gruppo Krisis di “tempo liberato” nel loro “Manifesto contro il lavoro“.
Oggi, quali analisi ti sembrano ancora valide in un mondo che decentra e isola ancor di più?

Continuo a pensare che il lavoro sia il fattore peculiare di differenziazione che trasforma l’uomo da parte integrante della natura a parte specifica di essa. Il lavoro è il momento in cui l’uomo, assumendo la sua esposizione alla storia e ai rapporti sociali, da forma al mondo e si lega ad esso in un rapporto dialettico. Quando parliamo di lavoro, però, parliamo sempre di lavoro storicamente determinato. Il lavoro è un rapporto sociale, non esiste lavoro in astratto. Oggi il rapporto dialettico in cui il lavoro consiste è rotto da dispositivi di ricatto e assoggettamento che fanno dell’individuo un ingranaggio costretto a rincorrere la propria esistenza fra contrattini (spesso senza alcuna attinenza con il proprio percorso di studi e di formazione), stage gratuiti e lunghi periodi di disoccupazione, senza la possibilità di progettare il proprio futuro a lungo termine. Il reddito di esistenza è un fattore di decostruzione che riapre per il soggetto la partita con la realtà e col proprio futuro.

Come si innesta il reddito universale in un modello di società costruita sul “contratto sociale”, con il lavoro tra i suoi principi fondamentali?

Esiste una importante scuola di matrice neo-contrattualista che sostiene il reddito di base, che in parte ho ripreso all’interno del mio libro. Si tratta di una prospettiva molto interessante e con cui è importante dialogare, ma credo sia necessario non perdere di vista i rapporti materiali al di sotto della legge e rispetto a cui il diritto diviene funzionale. Il reddito non è importante perché fa capo ad un qualche diritto fondamentale inscritto nella natura umana, ma perché costituisce un bisogno urgente per una molteplicità di soggetti eccedenti (precari, disoccupati, autonomi a partita iva, freelance, migranti, operai, lavoratori della conoscenza ecc…).  Strumento di tutela sindacale, oltre l’insufficienza di un welfare lavorista frutto del compromesso fordista, ma anche dispositivo di rottura e autodeterminazione.

Ma il reddito universale è un punto di arrivo? Basta a fondare di fatto un nuovo modello sociale o, come dice Toni Negri, può essere un mezzo per “inventare il comune”. 

Il reddito è tutt’altro che un punto di arrivo. E’ certamente uno strumento per costruire una società fondata sulla cooperazione e sui beni comuni, e quindi di innesco di un processo che è però ancora tutto da costruire. E’ vero, infatti, che la socializzazione dei processi di produzione rende oggi l’astrazione totale, ed ogni processo di autodeterminazione a livello sociale è già un colpo inferto al capitale. Quest’ultimo, però, è ancora vivo e vegeto nella determinazione di rapporti, forme di vita e processi di produzione. C’è quindi l’urgenza di pensare un welfare dal basso che sperimenti pratiche del comune oltre le forme canoniche della rappresentanza istituzionale, e che includa una coalizione ampia di soggetti sociali entro la costruzione di orizzonti di senso che non si sottraggano all’astrazione del mercato per ricercare un’isola di autenticità da cui guardare le brutture del mondo. E’ necessario invece un processo di riappropriazione che, attraverso la condivisione, faccia di quel bagaglio di capacità immateriali di cui si nutre il capitalismo cognitivo la posta in gioco per la creazione di una società nuova.

Cosa non va nella risoluzione del Parlamento europeo del 2010, sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà (2010/2039)?

Quella risoluzione demanda ai singoli stati nazionali l’attuazione del reddito. Oggi che i processi di produzione hanno una dimensione trans-nazionale e la sovranità statale è in forte crisi, mi sembra un’idea di difficile attuazione. Inoltre, non penso che si incida sui rapporti di produzione con un ritorno alla forma-stato, ma portando il conflitto sul piano europeo. Questo è un punto centrale, che non solo il percorso dello “sciopero sociale” ha avuto bene e a mente e sta portando all’interno della coalizione sociale, ma è determinante anche nella prospettiva politica di Syriza e Podemos. E’ necessario costruire un’Europa dei diritti contro l’Europa dei mercati, strappando alla lex mercatoria spazi di progettazione politica che pongano al centro la gestione comune dei beni e dei servizi indispensabile al soddisfacimento dei bisogni fondamentali della molteplicità di soggetti eccedenti che abbiamo citato.

Nel libro concludi citando Martha Nussbaum la quale, tra l’altro, sostiene che i cittadini vanno formati e la strada non è così immediata (in “Non per profitto“).

Credo che la Nussbaum ponga una questione centrale: la capacità è un concetto esigente. E’ necessario che siano disposte le condizioni sostanziali perché possa “funzionare”. La retorica del merito e delle capacità è vuota e astratta, se non si connette con una critica delle condizioni sociali e dei bisogni fondamentali che in esse maturano. Reddito e beni comuni per me vanno in questa direzione: sottrarre al mercato spazi di progettazione della realtà, con il riconoscimento sostanziale dei diritti fondamentali connessi con i bisogni, più che con un qualche modello sociale ideale, costruito a priori. Per questo la battaglia è politica, e ci coinvolge tutti.

Tu sostieni che il postmodernismo (e la sua “fiducia acritica dei media e dei nuovi spazi di comunicazione”) abbia legittimato il riassorbimento delle differenze entro un terreno neutrale, relegando il tutto nella “chiacchiera totalizzante”. Sembra una concezione anni ’80… pre-internet, o sbaglio?

La società dei media e della comunicazione generalizzata, più che favorire la messa in comunicazione degli orizzonti storici locali e la messa in discussione di qualsiasi principio di realtà e di potere, ha immesso i soggetti in un’arena neutra. Qui, deprivati degli strumenti ermeneutici indispensabili per la comprensione e la critica della società, sono stati messi a valore anche attraverso un investimento sempre più ampio sulle forme di vita e di relazione. In questo mondo, che è anche un mondo di affetti e di vita, non c’è però solo neutralità e incapacità di progettarsi. C’è anche un altissimo potenziale eversivo, quello di una generazione in grado di creare continuamente i propri linguaggi e le proprie forme di sopravvivenza. E’ una generazione che vuole riprendere a dire il mondo, e che oggi deve riprendersi tutto.

Giacomo Pisani

Giacomo Pisani

 

Giacomo Pisani, classe 1989, laureato in Filosofia, dottorando di ricerca in Diritti e Istituzioni presso l’Università degli Studi di Torino e collaboratore con la cattedra di Sociologia del Diritto del prof. Luigi Pannarale, presso l’Università degli Studi di Bari. Giornalista pubblicista, direttore della rivista “Generazione zero” oltre che collaboratore di numerose riviste, tra cui “Critica liberale”, “filosofia.it” e “Alfabeta2”.
Tra le sue pubblicazioni troviamo: “La scienza nell’età della tecnica”, in M. Centrone, V. Copertino, R. de Gennaro, M. di Modugno e G. Pisani; “La conoscenza in una società libera” (Levante editori, 2011); “Il gergo della postmodernità” (Unicopli, 2012); “Tecnica ed esistenza nella postmodernità”, in A. Nizza e A. Mallamo (a cura di), Polisofia (Nuova cultura, 2012), “Work between fordism and post-fordism”, in “Why human capital is imporant for organizations” (Palgrave, 2014).
Unico relatore italiano alla Conferenza internazionale sul Basic Income che si terra a Firenze il 26 e 27 giugno prossimi.

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Il Periscopio

PeriscopeSembra roba da poco e invece secoli e secoli di supposizioni, credenze e immaginazioni furono annullate e/o verificate da un semplice strumento ottico messo a punto da Galileo.
L’astronomia è senza dubbio la scienza (o la pratica scientifica) più antica del mondo.  Un po’ di tempo fa si era convinti che la Terra fosse al centro dell’universo e che tutto ciò che stava sopra le nostre teste fosse messo lì, a disposizione per noi, da un dio che tenesse molto al nostro godimento visivo.
Divinità a parte, in qualche modo quei nostri antenati c’erano andati vicini, almeno sull’idea di centro dell’universo; nel senso che se ci chiedessimo oggi quale sia il centro, questo non potrebbe non essere il punto di chi osserva.

Ma com’era prima del telescopio?
Le osservazioni erano limitate alla potenza dell’occhio umano che oltre le macchie lunari (e in alcuni casi solari) non poteva andare. I primi furono i cinesi che avevano l’abitudine di osservare a lungo il cielo descrivendo diversi fenomeni come supernove, eclissi e comete originati da un potente drago che andava cacciato facendo un gran baccano.  Subito dopo i greci, tra Talete, Eratostane e Tolomeo, prima arrotondarono e poi decentrarono la terra nel giro di 800 anni. Per l’eliocentrismo ci volle un po’ di più in quanto la teoria fu duramente osteggiata fino a Newton.
L’occhio della fede, quello che assume la proprietà dell’osservazione di tutti i fenomeni, celesti e non, dopo condanne e persecuzioni, accettò definitivamente le teorie di Galileo solo nel 1992.
Insomma, se non fosse prevalso il pensiero greco, oggi guarderemmo il cielo sicuramente in modo diverso.
In ogni caso queste teorie non avrebbero potuto assumere una dignità scientifica se non fosse stato scoperto il telescopio.

E prima del periscopio?
Il telescopio aveva avvicinato i mondi lontani e accontentato gli astronomi, ma le persone basse che si arrampicavano sui pali per avere un miglior punto di vista e i sottomarini che volevano guardare oltre il pelo dell’acqua, hanno dovuto aspettare che Gutemberg, agli inizi del ‘900, s’inventasse un attrezzo per riallineare i punti di osservazione. Da allora il periscopio è rimasto sempre lo stesso, anche quello che viaggia nello spazio.

A me piace pensare che quelli che hanno ideato l’app Periscope (ma anche di Meerkat) si siano ispirati a questo rapporto “semplice” di collegamento tra punti di osservazione.  Semplice perché  aggiunge tecnicamente poco alla sostanza dell’essere connessi.
Se pensiamo alla progressione della presenza in rete,  potremmo sinteticamente tracciare un grafico che parte da Foursquare, che geolocalizza (io sono qui), attraversa Instagram che identifica il soggetto e il suo mondo (selfie e la vista da qui) e aggiunge semplicemente il movimento e il qui e ora.  Per dirla meglio, con le parole di Giovanni: il “micro broadcaster” che fa di noi una comunità di visione.

In sostanza io la vedo come una progressione di cose, di per se inarrestabile, che va sempre compresa e forse anche riletta meglio, ma attraverso l’uso e non la demonizzata.  I dubbi, sempre sacrosanti, non possono sorgere intorno allo strumento ma, come al solito, sull’uso che se ne fa.  I, dubbi di Alessandra Corbetta, per esempio, sono di quelli che preferirebbero distruggere il periscopio di Gutemberg, solo perché potrebbe permettere di spiare senza esser visti.

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Non accettate taralli da blogger sconosciuti

tarallo aviglianese

tarallo aviglianese

il Garante della Privacy,  con un provvedimento che risale all’otto maggio 2014 (numero 229/2014, pubblicato sulla G. U. n. 126 del 3 giugno 2014), ha stabilito le modalità semplificate per dare l’informativa e acquisire il consenso per l’uso dei cookie.

In pratica entro il 2 giugno 2015 tutti i siti web dovranno predisporre una procedura che preveda l’accettazione o diniego del consenso all’utilizzo dei cookies da parte del visitatore del sito.

Cookie, questi sconosciuti
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Esistono, ovviamente,  diversi tipi di cookies con differenti funzioni. La maggioranza dei blogger utilizza, quasi esclusivamente,  cookie di tipo statistico (tipo Google Analytics) che raccolgono i dati del navigatore come esperienza all’interno del blog.
Quelli di “profilazione”, invece,  raccolgono informazioni un po’ più accurate tali da riuscire a individuare le preferenze del visitatore in modo da far apparire sul suo browser banner pubblicitari personalizzati.

Cosa deve fare il blogger?
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Praticamente i cookies tecnici posso essere utilizzati e inviati, l’importante è inserire un messaggio che avverte il navigatore sull’utilizzo dei cookie, seguito da due link: uno per la concessione del consenso e l’altro che indirizzi a una pagina contente le informazioni ulteriori, anche su cookies di terze parti (per esempio quelli usati da Facebook, da Google, ecc….).

Ricordatevi che i cookies non “tecnici” (quelli di profilazione e marketing) non possono essere inviati se l’utente non abbia prestato il suo espresso e valido consenso.

Se usate WordPress e volete inserire un’informativa breve, potete utilizzare qualche plugin come:  Cookies Law Info o Cookie Notice by dFactory.
Se invece avete voglia di lavorare, ma giusto un pochino, potete seguire le indicazioni contenute in questa pagina di Google.

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Meerkat on Android

Screenshot_2015-05-23-13-15-14Meerkat è il nome con il quale gli africani chiamavano il Suricata. Venne introdotto nella lingua inglese attraverso un errore di comprensione dall’olandese che invece con quel nome identificavano un Cercopithecus.
C’è chi sostiene che la derivazione sia sanscrita, ma questa è un’altra storia. Sicuramente a molti il suricata, farà venire in mente “Hakuna Matata” cantata da Timon e Pumbaa nel Re Leone; ma noi ci occuperemo qui, più semplicemente,  di un’app per lo streaming video.

E Periscope?
Perché parlane ora dal momento che l’app c’è già da un po’ di tempo? Anzi sono già forti le polemiche e la concorrenza con Periscope? Semplicemente perché da poco è stata rilasciata sullo store di Google ed è fuori dalla beta anche per i dispositivi Android.
Diciamo subito, così ci togliamo il dente, che le differenze più vistose con Periscope sono la completa integrazione-complicità con Twitter (ma prima che Twitter comprasse Periscope c’era anche per Meerkat) e le possibilità sia di far rivedere lo streaming in replay che di crearne uno privato che Meerkat non fa.  Però mentre Periscope  è presente soltanto su Apple Store, Meerkat lo trovate anche sul Play di Google e questo basta e avanza.

Ma andiamo alla parte pratica.
Per avviare l’app avrete bisogno di un account Twitter (a breve sarà possibile accedere anche con un account Facebook, cosa già possibile con la versione 1.3.1  per iOs) e dell’uso della fotocamera del device (fronte, retro o flash lo sceglierete in avvio di streaming).
Partita l’app vedrete in alto a sinistra, in un quadratino, il vostro account twitter e il vostro “score” (se ci fate tap col dito vedrete following, followers e il tasto del log-out ); al centro la faccina del suricata con il profilo a destra (in questo caso vedrete in basso soltanto 3 live streaming), se ci tappate su, si gira a sinistra e vi mostra tutto il live di quel momento.
A destra trovate una lente d’ingrandimento per cercare i follower e una medaglia (Leaderboard) che vi mostrerà la classifica degli utenti più seguiti (Nora Segura, Madonna, ecc…), quindi se volete iniziare a seguire qualcuno potete iniziare anche da qui.
Più sotto una piccola barra vi invita a scrivere qualcosa (write what’s happening) che sarà il titolo del vostro streaming, mentre più sotto vedrete scorrere le finestre del live streaming . Se qualcosa vi incuriosisce basterà tapparci sopra per guardare, commentare, metterci un like o condividere su Twitter.
Per lanciare il vostro streaming premete sul rettangolino con su scritto “Stream”; parte subito, quindi tenetevi pronti già con la prima inquadratura. In alto vedrete gli utenti che  guardano il vostro video  in quel momento (now watching) mentre dal basso scorreranno gli eventuali commenti.
Per terminare premete “Stop” e Meerkat vi mostrerà il totale delle persone che l’avranno visto.

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Avete mai rinnovato la patente?

patenteVi sarà capitato di rinnovare la patente ultimamente?  A me si e in un paese che sterza verso il digitale  ho avuto la netta sensazione di fare un bel balzo all’indietro.

Sono al terzo rinnovo e con quella “vecchia” la cosa si risolveva in pochi giorni: dopo versamenti, certificati e visita, ti arrivava a casa un piccolo traghettino autoadesivo rosa da appiccicare  sulla patente e finiva li. Adesso, invece, deve arrivarti la “nuova” patente direttamente a casa.

Dopo 3 versamenti su CC postale (macché volevate pagare col bancomat?), un certificato dall’ottico (perché porto gli occhiali), un certificato dal medico curante, una foto formato tessera (40 x33) e la visita medica presso l’ASP competente, ho atteso il recapito della nuova patente.  Il postino arriva un martedì mattina, dopo 5 giorni, e mi lascia un avviso perché  ovviamente lavoro e non sono a casa.

1° avviso di mancata consegna” è intitolato il biglietto, poco male, andrò a ritirarla io. Poi leggo meglio e non c’è scritto da nessuna parte che posso ritirare in posta la patente. E’ un avviso di Poste Italiane della tipologia “PostaPatente”  che mi invita a telefonare al Contact Center (e per semplificarmi la vita mi suggerisce anche la sequenza delle scelte: opzione 1, scelta 3).  Chiamo e chiedo dove posso ritirare la mia patente e il contact center mi dice che non è possibile che posso soltanto concordare con loro un giorno per la consegna. Ok va bene qualsiasi giorno, l’importante che mi diate un orario. Si, mi risponde, dalle 8 alle 18. Ma non posso mettermi in ferie per apettare il postino…. Allora, mi dice ancora il contact center, non devo far altro che aspettare che il postino faccia il secondo tentativo di recapito (cosa che avverrà nel giro di 10 giorni) e se non la trova le lascerà un nuovo avviso con il quale potrà recarsi direttamente in posta a ritirare la patente.

Va bene, farò così… del resto non ho scelta. L’iter è strano e non riesco a capire perché devo per forza aspettare un secondo tentativo ma tant’é.

Dopo 10 giorni esatti il postino suona nuovamente alla porta e questa volta ci sono io ad aprire.

– Oh finalmente mi consegna sta benedetta patente.

– Deve darmi 6 euro e  86 centesimi, dice lui.

– Ecco (e gli porgo 10 euri) .

– Non ho il resto.

– E io non ho 6 euro e  86 centesimi.

Allora, senza molti preamboli, mi lascia il 2° avviso  di mancata consegna, dicendomi che con quello potrò andare direttamente alle Poste a ritirarla.

Chissà per quale strano motivo il Ministero dell Infrastrutture e Trasporti abbia messo su, insieme a Poste Italiane, questo stranissimo meccanismo di consegna…. Se era solo per farmi pagare € 6,86 poteva chiedermeli prima facendomi effettuare il 4° versamento.

 

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Primo maggio a Taranto

tar1Scrivono di duecentomila persone presenti alla terza edizione del concerto “alternativo” del primo maggio di Taranto.  Certo è che il Parco archeologico delle mura greche era veramente pieno zeppo con un viavai ininterrotto di giovani.

Una festa partita, come sempre, dal basso e che il comitato di “Cittadini e  lavoratori liberi e pensanti”  continua a incentrare sulle tematiche sociali più urgenti  non solo di Taranto ma tutto il sud.   Valentina Petrini ha, ovviamente, aperto la festa parlando dell’Expo ma anche del rischio chiusura della facoltà di Beni culturali di Taranto; di quelli che lottando contro l’abbattimento degli alberi contaminati da Xylella nel Salento. Poi di No Muos, di No Tav, di No TRiv e ovviamente dell’Ilva e dell’incresciosa connivenza dei sindacati maggiori.   “Noi non siamo in contrapposizione con la festa musicale del primo maggio di Roma; siamo in contrapposizione con le scelte politiche imposte da quei sindacati che la organizzano» ha detto, infatti, Michele Riondino.

Non ci sono contributi pubblici o di partiti politici (o peggio ancora di multinazionali) ma tutto è costruito con le donazioni dei cittadini e con di piccolissimi sponsor. Certo niente a che fare con gli sponsor di Rai, Enel e Trenitalia (per non parlare del contributo del comune di Roma e di altri enti pubblici) della kermesse  romana.

La musica è stata quella di Francesco Baccini, Officina Zoè, IoSonoUnCane, Andrea Rivera, Velvet, Ilaria Graziano & Francesco Forni, Diodato, Brunori, Subsonica, Roy Paci & Aretuska, Marlene Kuntz, Caparezza, Fido Guido, Mannarino, Davide Berardi, John De Leo, e tanti altri ancora, tutti accorsi gratuitamente, insieme ai musicisti emergenti scelti attraverso il contest “destinazione uno maggio“.

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#NoExpo

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Ma chi l’ha detto che a nutrire il paese debbano essere le multinazionali che sponsorizzano stermini governativi e mercificano la sofferenza?

Invece è proprio così e le ragioni di Expo2015 passano con regole antiche: mistificazione e  imbroglio. In sostanza solo tecnica della comunicazione che mette a valore esclusivamente il marketing.

Si parla di cibo e di fame nel pianeta ma nella sostanza (mal celata) si apre la strada agli affari della grande distribuzione (McDonald, Coca Cola, Nestlè, Eataly). Pensato che poi serva all’Italia per rilanciare i propri prodotti? E quali? Nella migliore delle ipotesi, si spreca un po’ di denaro pubblico (10, 15 miliardi), si creano pochi posti di lavoro sottopagati e precari e il malaffare avanza.  Per non parlare poi del ricorso al volontariato, con annessa celebrazione come se si trattasse di un’opera dall’alto valore morale, civico o religioso.

Tutto continua a giocarsi a livello di marketing e basta: si contano i biglietti  prenotati dai tour operator contandoli come venduti (anche quelli che il Pd e la Cgil di Milano danno insieme alle tessere), mentre si annunciano milioni di visitatori all’insaputa degli albergatori.

Nel frattempo tutte le città diminuiscono, o annullano, i servizi essenziali e le regioni liberano risorse (anche quelle non disponibili) per partecipare alla kermesse e tenere alto il tenore del marketing.

La Basilicata, per esempio, impegna la cifra considerevole di 3.100.000,00 (tre milioni e centomila) euri con un programma che definirlo da repubblica delle banane è riduttivo.

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Come nell’antica logica democristiana (poi socialista e ora PD) grande l’evento, grande la spesa e grande la “fetta” da far spartire agli amici.  Per il resto solo corsa alla standardizzazione alimentare, all’omologazione culturale con le aziende globali che trainano tutto sul terreno della mercificazione anche del lavoro; d’altronde  il Jobs Act è stato fatto apposta.

Come dice Perotti: “per un politico e un amministratore è molto più appariscente ed appagante fare l’ Expo che costruire delle piscine, togliere le buche dalle strade, ecc…..”.

A noi cosa resta?  Semplice: dire di NO.

Un chiaro e deciso No a EXPO 2015 che potete esprimere come meglio credete, anche solo con un semplice hashtag sui social network: #NoExpo.

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